Perché l’Europa si scalda più in fretta del resto del mondo?
di Davide Faranda
Ogni volta che un’ondata di calore investe l’Europa, il mio telefono comincia a squillare. Sono un fisico del clima e da anni coordino ClimaMeter, un progetto internazionale che analizza gli eventi meteorologici estremi quasi in tempo reale, mentre stanno ancora accadendo, per capire quanto il riscaldamento globale li abbia resi più intensi o più probabili. È un lavoro che ti mette davanti agli occhi, evento dopo evento, una verità scomoda: il nostro continente non si sta scaldando come tutti gli altri. Si sta scaldando più in fretta, e in modo più violento di quanto persino i nostri modelli riescano a prevedere.
Partiamo dai numeri, perché raccontano bene questa asimmetria. Negli ultimi trent’anni la temperatura media globale è aumentata di circa 0,26 °C per decennio. In Europa, nello stesso periodo, il ritmo è più che doppio: circa 0,53 °C per decennio dalla metà degli anni Novanta. Rispetto all’epoca preindustriale il pianeta si è scaldato di circa 1,3 °C, ma l’Europa è già oltre i 2,4 °C e l’Artico ha superato i 3,3 °C. Mentre il mondo discute di come restare “ben al di sotto dei 2 gradi” fissati dall’Accordo di Parigi, il nostro continente quella soglia l’ha già oltrepassata.
Per attribuire un evento al cambiamento climatico, con il mio gruppo di lavoro abbiamo scelto una strada diversa da quella dei grandi modelli di simulazione: il metodo degli analoghi. Prendiamo la configurazione di venti e pressioni che ha generato l’ondata di calore di oggi e cerchiamo nel passato le giornate in cui l’atmosfera era disposta in modo molto simile. Poi confrontiamo: quelle stesse configurazioni, decenni fa, che temperature portavano? E oggi? La differenza ci dice quanto il riscaldamento ha alzato l’asticella a parità di situazione meteorologica. Il vantaggio è che questo approccio si fonda solo su dati osservati e non dipende dagli errori dei modelli. È veloce, trasparente e fisicamente interpretabile: per questo lo usiamo in ClimaMeter per rispondere in pochi giorni, mentre l’evento è ancora nella cronaca.
Le ragioni per cui alcune regioni si scaldano più in fretta agiscono insieme. La prima è la più semplice: le terre emerse si scaldano più rapidamente degli oceani, perché l’acqua assorbe e immagazzina molto più calore. È uno dei motivi per cui chi vive nelle pianure interne percepisce estati sempre più torride.
La seconda ragione è forse la più controintuitiva, e riguarda l’aria che respiriamo. Per decenni l’Europa ha vissuto immersa in una foschia di particolato prodotto dalla combustione di carbone e petrolio. Questi aerosol, oltre a farci male, riflettevano parte della radiazione solare e mascheravano una quota del riscaldamento. Dagli anni Ottanta le politiche europee sulla qualità dell’aria hanno ridotto drasticamente quelle emissioni: un’ottima notizia per i nostri polmoni, ma che ha “tolto il velo”. Oggi arriva al suolo più radiazione solare, si formano meno nubi, e d’estate il continente si scalda ancora più in fretta. Un paradosso che ci ricorda quanto le nostre scelte modellino il clima locale in modi non sempre lineari.
C’è infine la geografia: parte dell’Europa si spinge dentro l’Artico, la regione che si scalda più velocemente di tutte, attraverso un circolo vizioso noto come amplificazione artica. Il ghiaccio e la neve, sciogliendosi, lasciano scoperte superfici scure come acqua e roccia, che assorbono molta più energia solare del bianco che le copriva. Più fondono, più si scaldano, più fondono ancora. L’Europa settentrionale è direttamente affacciata su questa fornace al contrario.
Ma c’è un ingrediente su cui ho concentrato buona parte delle mie ricerche, perché aiuta a spiegare perché in Europa il caldo estremo cresce ancora più rapidamente di quanto il solo aumento della temperatura media lascerebbe prevedere: la circolazione atmosferica, cioè il modo in cui si dispongono i grandi sistemi di alta e bassa pressione che governano il tempo.
In uno studio pubblicato nel 2023 sui Proceedings of the National Academy of Sciences, insieme ai colleghi Gabriele Messori, Aglaé Jézéquel e Pascal Yiou, ho analizzato le configurazioni di circolazione sul Nord Atlantico dal 1950 a oggi. Abbiamo scoperto che circa il 7% di questi schemi sta diventando sistematicamente più frequente. Non è un dettaglio tecnico: sono soprattutto le configurazioni che d’estate richiamano aria calda dall’Africa e dal Mediterraneo verso l’Europa occidentale, e che d’inverno alimentano le tempeste sul Nord del continente. Abbiamo stimato che oltre il 90% delle morti legate alle recenti ondate di calore in Europa e circa un terzo delle tempeste più violente sono coincise con questi schemi diventati più frequenti. All’aumento “di fondo” dovuto ai gas serra si somma dunque un cambiamento nella disposizione dei venti che concentra e amplifica gli estremi proprio sopra le nostre teste.
C’è poi un risultato che, da scienziato, mi toglie il sonno più di altri. In un lavoro coordinato dal mio collega Robert Vautard, oggi tra i massimi esperti mondiali di attribuzione, abbiamo confrontato le ondate di calore realmente osservate nell’Europa occidentale con quelle riprodotte dai modelli climatici. Il risultato è stato netto: negli ultimi settant’anni il caldo estremo è aumentato più in fretta di quanto quasi tutti i modelli riescano a simulare. Circa 0,8 °C, su ogni grado di riscaldamento globale, sono dovuti proprio ai cambiamenti nella circolazione, con flussi meridionali sempre più frequenti e persistenti che spingono aria bollente verso di noi. Su oltre 170 simulazioni prodotte da 32 modelli diversi, nessuna mostrava una tendenza legata alla circolazione grande quanto quella misurata nella realtà. Significa che i nostri strumenti, per quanto sofisticati, rischiano di sottostimare la velocità con cui il caldo estremo sta crescendo in Europa, e quindi di farci arrivare impreparati.

Per chi si occupa di informazione e di lotta alla disinformazione, il messaggio è chiaro. La frase “il clima è sempre cambiato” crolla davanti a questi dati: l’Europa viaggia quasi al doppio della media globale, con estremi che colpiscono più duramente del previsto e che nel mio lavoro vedo confermati a ogni evento.
Ma dai dati si può e si deve passare alle soluzioni. La prima resta la più importante: ridurre in fretta le emissioni di gas serra, perché ogni frazione di grado in meno significa meno ondate di calore, meno tempeste, meno vite a rischio. La seconda è adattarci a un clima che è già cambiato: città più verdi e meno cementificate, tetti chiari e alberi che facciano ombra, case isolate meglio dal caldo, sistemi di allerta e servizi sanitari pronti a proteggere le persone durante le ondate di calore.
E qui entra in gioco una questione di giustizia sociale che non possiamo ignorare. Il caldo estremo non colpisce tutti allo stesso modo. A pagare il prezzo più alto sono gli anziani soli, i bambini, chi lavora all’aperto sotto il sole, chi vive in quartieri poveri e densi senza verde né aria condizionata, chi non può permettersi una casa fresca o qualche giorno al mare. È un paradosso amaro: spesso chi ha contribuito meno alle emissioni è chi ne subisce di più gli effetti. Progettare l’adattamento significa quindi partire dai più fragili, non lasciarli indietro. Altrimenti il riscaldamento, oltre a essere una crisi climatica, diventa anche un moltiplicatore di disuguaglianze.
Capire questa disomogeneità, insomma, non è un esercizio accademico. In Europa il riscaldamento globale non è un problema lontano che riguarda solo gli orsi polari: lo stiamo già vivendo in prima fila, più in fretta di quasi chiunque altro. La buona notizia è che sappiamo perché accade e cosa fare. Serve la volontà di farlo, e in fretta.
Davide Faranda è fisico del clima, direttore di ricerca al CNRS (Laboratoire des Sciences du Climat et de l’Environnement) e coordinatore del progetto di attribuzione rapida degli eventi estremi ClimaMeter. Dal 2025 è presidente della divisione Processi Nonlineari dell’Unione Europea delle Geoscienze (EGU) e autore del settimo rapporto sul clima dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).





