Mitigare o adattarsi? La domanda è sbagliata
di Elisa Palazzi
Qualche settimana fa, durante un incontro con persone competenti e impegnate da anni sui temi del clima, della gestione del territorio e del futuro, mi sono accorta di qualcosa che mi ha colpita. Quando si parlava di strategie per affrontare la crisi climatica, per diverse persone quasi tutta l’attenzione era concentrata sull’adattamento. Come se l'altra leva a nostra disposizione – la mitigazione – fosse una battaglia ormai persa. È una posizione che sento emergere sempre più spesso, rispetto a qualche anno fa. E che non condivido.
Per capire perché, bisogna partire dal significato delle parole. Per la scienza del clima, la mitigazione comprende tutte le azioni volte a ridurre le cause del cambiamento climatico, cioè ridurre le emissioni di gas serra che alterano la composizione dell’atmosfera e guidano il riscaldamento del pianeta. Parliamo di abbandonare i combustibili fossili, migliorare l’efficienza energetica, proteggere e ripristinare foreste, suoli e zone umide che sono assorbitori naturali di CO2 e altro ancora. L’adattamento, invece, consiste nel far fronte agli impatti del cambiamento climatico che già si manifestano o che sono inevitabilmente in arrivo, modificando infrastrutture, agricoltura, città, gestione del territorio. Costruire argini più robusti o barriere contro le inondazioni, riprogettare le città per gestire le ondate di calore, spostare le colture verso varietà più resistenti alla siccità, ripensare la gestione delle risorse idriche, sono tutti esempi di adattamento. In una formula semplice: la mitigazione cerca di “evitare l’ingestibile”; l’adattamento di “gestire l’inevitabile”.
Due strategie diverse, due scale temporali e spaziali diverse. Ma non sono una l’alternativa all’altra, non sono in competizione. Sono complementari e, soprattutto, interdipendenti. Il fatto che si cominci a parlare quasi esclusivamente di adattamento riflette una trasformazione sottile ma significativa nel modo in cui la nostra società percepisce la crisi climatica: come qualcosa a cui ci si deve preparare piuttosto che qualcosa che si può ancora governare. Ed è questo approccio che mi preoccupa un po’.
Per capire perché entrambe le strategie siano indispensabili, bisogna fare i conti con una duplice realtà. Da un lato, il fatto che il cambiamento climatico è qui e ora: la temperatura media globale è aumentata di circa 1,2 °C rispetto all’era preindustriale, con conseguenze evidenti, tra cui ghiacciai in ritirata, diminuzione della neve, eventi estremi più frequenti e intensi, innalzamento del livello del mare, alterazione degli ecosistemi. Questi cambiamenti non scomparirebbero rapidamente se domani smettessimo di emettere CO₂: l’inerzia di alcune componenti del sistema climatico, in particolare degli oceani, fa sì che una parte del riscaldamento futuro sia già preventivata, perché incorporata nelle emissioni passate e presenti. Inoltre, i gas serra rimangono nell’atmosfera per decenni o secoli prima di essere completamente rimossi. L’adattamento, dunque, non è un’opzione, ma una necessità reale e irrinunciabile.
Dall’altro lato, però, la traiettoria climatica futura non è ancora scritta e, sul lungo periodo, scenari a basse o alte emissioni di gas serra producono proiezioni climatiche molto diverse. La differenza tra un mondo a +1,5 °C, a +2 °C o a +3 °C rispetto ai livelli preindustriali è enorme, in termini di frequenza e intensità degli eventi estremi, disponibilità di acqua per milioni di persone, sopravvivenza di ecosistemi vulnerabili, innalzamento del livello del mare e, quindi, anche capacità delle società di riuscire ad adattarsi. L’IPCC, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, nel suo Sesto Rapporto di Valutazione afferma che ogni frazione di grado in meno fa la differenza. Con l’accordo di Parigi del 2015 la comunità internazionale si è data l’obiettivo di limitare il riscaldamento a 1.5 °C, mantenendolo comunque al di sotto dei 2 °C, soglie entro le quali i rischi rimangono, seppur seri, gestibili. Ridurre le emissioni oggi significa, più di tutto, non dover affrontare domani impatti che nessuna strategia di adattamento potrebbe realisticamente contenere – ecco perché le due strategie sono interdipendenti.
Concentrarsi sull’adattamento a scapito della mitigazione è comprensibile, per certi versi. L’adattamento ha il vantaggio della concretezza immediata: si costruisce una barriera contro le inondazioni, si installa un sistema di allerta precoce, si aggiorna un piano di gestione del rischio, si favoriscono corridoi per la migrazione delle specie, e i risultati sono visibili, misurabili, localizzati. La mitigazione, al contrario, richiede trasformazioni strutturali profonde dei sistemi energetici, economici e produttivi. Ha effetti che si manifestano su scale temporali lunghe e dipende da una cooperazione globale che è straordinariamente difficile da ottenere. Ma limitarsi al solo adattamento è una trappola, o forse un’illusione. Ogni anno di emissioni aggiuntive sposta in alto l’asticella degli impatti a cui dobbiamo e dovremo adattarci. Un sistema di drenaggio urbano progettato per il clima di oggi potrebbe diventare inadeguato nel giro di un decennio. Un’infrastruttura costiera pensata per un certo livello del mare si troverà esposta a rischi crescenti se il mare continuerà a salire. Di fronte a scenari di questo tipo l’unica risposta efficace sarebbe stata, e rimane, evitare di arrivarci.
C’è poi una dimensione etica della mitigazione che mi sta molto a cuore e che troppo spesso rimane in secondo piano nelle discussioni pratiche: mitigare vuole dire pensare a chi verrà dopo di noi. I benefici della riduzione delle emissioni si manifestano nell’arco di decenni. Chi si impegna oggi a tagliare le proprie emissioni, chi promuove politiche ambiziose di decarbonizzazione, chi fa “prevenzione”, non ne raccoglierà i frutti principali nella propria vita, probabilmente. Li raccoglieranno le generazioni che ancora non hanno voce o che addirittura non esistono. La crisi climatica è una crisi di (in)equità: non solo tra chi ha contribuito di più alle emissioni storiche (i Paesi ricchi e industrializzati) e chi ne subisce già oggi le conseguenze più gravi (le popolazioni più vulnerabili, spesso nei Paesi a basso reddito), ma anche tra chi vive oggi e chi abiterà questo pianeta nei prossimi decenni e secoli. La mitigazione è un atto di cura intergenerazionale. Ogni decisione delle generazioni attuali sull’ambizione delle politiche di mitigazione equivale a una decisione su quanta quota di rischio lasciare in eredità alle generazioni future

Da dove nasce, allora, la posizione di chi ritiene non abbia più senso parlare di mitigazione? In parte da una caratteristica molto umana: siamo “programmati” per rispondere a minacce immediate, concrete, localizzate. L’adattamento risponde perfettamente a questa logica: c’è un problema qui, adesso, in questo territorio, e facciamo qualcosa per affrontarlo. La mitigazione richiede invece agire oggi in modo profondo per un beneficio diffuso, globale, e futuro. C’è poi una ragione politica. Le azioni di adattamento sono più facilmente gestibili a livello locale o nazionale, più facili da inserire in un mandato politico di breve termine. La mitigazione richiede invece cooperazione internazionale, politiche di lungo periodo, decisioni che trasformano pesantemente i settori energetico e produttivo, spesso impopolari. Infine, c’è una forma di rassegnazione. Se si è convinti che la mitigazione sia ormai una battaglia persa, che le emissioni globali non scenderanno mai abbastanza, che gli accordi internazionali non servono a nulla, allora concentrarsi solo sull’adattamento resta l’unica scelta razionale da fare. Ma questo genera un paradosso: meno si investe politicamente, economicamente e culturalmente nella mitigazione, più probabilità ci sono che la rassegnazione sia ben riposta.
La convinzione che ho tratto da quell’incontro è che contrapporre mitigazione e adattamento come se fossero in competizione, o peggio, come se una fosse ormai superata, sia una semplificazione rischiosa. Ogni emissione che riduciamo oggi è un impatto evitato domani, ed è una porta che rimane aperta per le generazioni future, uno spazio di possibilità che non si chiude.
Elisa Palazzi è professoressa associata presso il Dipartimento di Fisica dell’Università di Torino dove insegna Fisica del Clima e modellistica climatica. La sua attività di ricerca riguarda lo studio del clima e dei suoi cambiamenti, specialmente nelle regioni di montagna, sentinelle del cambiamento climatico. È autrice, insieme a Federico Taddia, del libro per ragazzi “Perché la Terra ha la febbre?” e del Podcast sul clima “Bello Mondo” da cui è nato un libro. Con Sara Moraca ha scritto “Siamo tutti Greta. Le voci inascoltate del cambiamento climatico”. Dal 2022, con l’Associazione CentroScienza di Torino cura il festival “Un grado e mezzo”.





Buongiorno. Ringrazio.per le mail sempre interessanti. Condivido totalmente il tema di oggi, purtroppo la sensazione di rassegnazione della gente è pari alla scarsa volontà politica nazionale e globale di affrontare con determinazione i problemi citati. È qualcosa di molto desolante e triste che ci vede in gran parte impotenti. Grazie del vostro lavoro