Le città nella crisi climatica
di Paola Mercogliano
Uno dei luoghi in cui la crisi climatica è già più evidente, concreta e quotidiana è la città. Nelle città, le comunità più ampie vivono, lavorano, si spostano, si relazionano, consumano energia e acqua, si curano, trovano i servizi essenziali.
In questi contesti il clima e il suo cambiamento causato dall’uomo smettono di essere una questione astratta e diventano una domanda molto semplice: come si vive in una città più calda, più esposta agli eventi estremi, organizzata su processi e regole che non considerando questi fatti e in cui le disuguaglianze sociali esistenti diventano un freno per una ampia e veloce necessità di trasformazione?
Secondo i dati del Rapporto Ambiente 2025, pubblicato dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, il 2024 in Italia è stato l’anno più caldo dal 1961. La temperatura media annuale è stata di 1,33°C più alta rispetto alla media del periodo 1991-2020. Anche le temperature minime hanno raggiunto un valore record, con un aumento di 1,40°C rispetto allo stesso periodo di riferimento, mentre le temperature massime sono state le seconde più alte mai registrate dal 1961. Il quadro descritto dal Rapporto è coerente le tendenze consolidate nel Mediterraneo, zona con un riscaldamento di circa il 20 percento in più rispetto ad altre zone della Terra, dove già sono ben visibili effetti quali una maggiore variabilità dei regimi di precipitazione, riduzione di ghiacciai e copertura nevosa, innalzamento del livello del mare e crescita della frequenza e dell’intensità di eventi estremi come ondate di calore, con periodi prolungati senza pioggia alternati a eventi di precipitazione molto intensi e localizzati.
Nelle città gli impatti di questo fenomeno si intrecciano e si amplificano a causa anche di altri fattori. Ad esempio, sempre nel rapporto SNPA si sottolinea che nel 2024 in Italia sono stati consumati circa 23 ettari al giorno di suolo nuovo: un dato particolarmente rilevante per le aree urbane, dove l’impermeabilizzazione riduce la capacità del suolo di assorbire acqua, aumenta il deflusso superficiale durante le piogge intense e contribuisce all’accumulo di calore aumentando lo stress termico su persone e infrastrutture.
Cemento, asfalto, densità del costruito, regolamentazione della manutenzione, scarsità di vegetazione e infrastrutture progettate per un clima molto diverso da quello attuale, e senza considerare scenari di cambiamenti nel futuro, rendono quindi più severi gli impatti del caldo e delle precipitazioni intense ed estreme. Non a caso, tra i focus del Rapporto compare anche la mappatura delle aree urbane sensibili agli effetti delle isole di calore, con l’esempio della città di Torino: un approccio che mostra quanto sia importante integrare dati climatici, caratteristiche del costruito, copertura del suolo e vulnerabilità della popolazione per orientare strategie di adattamento (ovvero di riduzione degli impatti attuali ed attesi) urbano realmente efficaci.
La comunità scientifica che si occupa di clima su scala locale oramai ha già ampiamente dimostrato come tutto ciò rende necessario parlare in maniera sempre più estesa di urbanistica e crisi climatica. Bisogna che i dati climatici prodotti, soprattutto quelli più innovativi e locali, siano parte integrante della progettazione dello spazio urbano. Questi dati, insieme ad altre informazioni, devono aiutarci a capire dove mettere e come costruire aree verdi, scuole, ospedali, strade, parcheggi, piazze, sistemi di drenaggio, case popolari, fermate del trasporto pubblico. Significa chiederci se una strada è attraversabile durante un’ondata di calore da tutte le fasce di popolazione, se una scuola ha cortili ombreggiati e ventilati, se un anziano solo può raggiungere un rifugio climatico, se un quartiere periferico ha accesso al verde e a servizi essenziali.
Questo ci porta a un altro importante problema: la crisi climatica non colpisce tutti allo stesso modo. La stessa ondata di calore può avere conseguenze molto diverse per chi vive in una casa ben isolata e con accesso al verde e per chi abita in un alloggio precario, poco ventilato, in un quartiere denso e povero di servizi. La stessa pioggia intensa può essere un disagio temporaneo in una zona con sistemi di drenaggio efficienti, ma può diventare un danno grave dove il suolo è impermeabilizzato, la manutenzione è insufficiente e le infrastrutture sono fragili.
Negli studi della comunità scientifica su città e comunità questo punto è centrale: la crisi climatica agisce come moltiplicatore delle disuguaglianze già esistenti, perché esposizione, vulnerabilità e capacità adattiva dipendono anche da reddito, salute, età, condizioni abitative, accesso ai servizi e voce nei processi decisionali.
Creare questa consapevolezza nella popolazione è importante anche per contrastare una delle forme più insidiose di disinformazione climatica: l’idea che l’adattamento, ovvero la riduzione degli impatti del cambiamento climatico attuale ed atteso, sia una questione puramente tecnica.
Certo, servono modelli climatici, dati osservativi, satelliti, simulazioni ad altissima risoluzione, competenze ingegneristiche e urbanistiche e molte altre ancora. Ma l’adattamento non è solo “aggiungere alberi” o “rifare le fognature”. È decidere le priorità. Quali problemi affrontare per primi, chi proteggere, come distribuire costi e benefici, come evitare che un intervento migliori una parte della città rendendone un’altra ancora più fragile.
La buona notizia è che la scienza oggi permette di lavorare con un livello di dettaglio impensabile fino a pochi anni fa. Ad esempio, i modelli climatici regionali e urbani, integrati con osservazioni, dati satellitari e tecniche di machine learning, ben permettono di analizzare nel dettaglio come si riscaldano le varie parti delle città, stimare l’evoluzione delle precipitazioni intense anche su scala oraria, valutare gli effetti di fenomeni come la siccità o lo stress idrico, e capire come tutti questi elementi dipendono dai possibili diversi scenari emissivi di gas climalteranti che potranno realizzarsi nel prossimi anni sulla base delle politiche di mitigazione del cambiamento climatico che saranno attuate.
La scienza continua ad avanzare sul tema dell’adattamento urbano, questo grazie a comunità multidisciplinari di ricercatrici e ricercatori che lavorano al servizio di questa finalità. Questo grazie a fondi europei, nazionali e messi a disposizione dal pubblico e dai privati, che a vario titolo sono interessati a usare questi dati.
I servizi climatici oggi a disposizione vanno in questa direzione. Mappe interattive che permettono di esplorare proiezioni future attraverso indicatori chiave, scenari climatici e periodi futuri, con l’obiettivo di diffondere conoscenza sul problema e supportare la valutazione di pericolo, impatto e rischio e quindi la selezione di soluzioni.
Il lavoro dei servizi climatici è cruciale, perché la disponibilità di dati non basta. Se le informazioni climatiche restano chiuse in report tecnici o in linguaggi comprensibili solo agli specialisti, difficilmente diventano decisioni, politiche, comportamenti. L’adattamento richiede anche comunicazione, fiducia e capacità di costruire una cultura del rischio.
Da questo punto di vista, la città è un laboratorio fondamentale. Interventi di depavimentazione, tetti verdi, alberature, ombreggiamento, fontanelle, rifugi climatici, sistemi di allerta, piani per il lavoro durante le ondate di calore, scuole più fresche e cortili più verdi sono misure molto concrete. Ma perché funzionino devono essere accettate, comprese e mantenute nel tempo. Un parcheggio trasformato in area verde può ridurre calore e rischio idraulico, ma può anche incontrare resistenze se i residenti percepiscono solo la perdita immediata di posti auto. Per questo l’adattamento va co-progettato con chi abita e usa quotidianamente i luoghi.
Un recente studio pubblicato su Frontiers in Climate, al quale contribuiscono anche ricercatrici e ricercatori CMCC, mostra proprio l’importanza del co-design nell’adattamento climatico. Il lavoro, che ha incluso la città di Roma tra le aree pilota, ha coinvolto giovani, lavoratori, comunità multiculturali e cittadini in condizioni di vulnerabilità.
Dall’analisi sono emerse alcune priorità ricorrenti: comunicazione del rischio inclusiva e non allarmistica, educazione climatica nelle scuole e nei luoghi di comunità, adattamento dei luoghi di lavoro, servizi di raffrescamento accessibili, punti d’acqua, mappe partecipative del fresco e sistemi di allerta mirati.
Queste sono spesso definite misure di adattamento “soft”: non perché siano deboli, ma perché agiscono su organizzazione, comportamenti, governance, informazione e partecipazione. Sono essenziali accanto agli interventi infrastrutturali più tradizionali. Una città può costruire nuove opere idrauliche, ma se non aggiorna i sistemi di allerta, se non forma tecnici e cittadini, se non protegge i lavoratori esposti al caldo, se non raggiunge anziani soli o comunità linguisticamente isolate, resterà vulnerabile.
C’è poi un altro punto spesso trascurato: adattamento e mitigazione non sono tra loro alternativi. Ridurre le emissioni resta indispensabile per evitare scenari climatici ingestibili. Ma, allo stesso tempo, una parte degli impatti è già in corso e richiede risposte immediate. La falsa contrapposizione tra “tagliare le emissioni” e “adattarci” alimenta confusione. Le due cose devono procedere insieme. Senza mitigazione, l’adattamento rischia di diventare sempre più costoso e insufficiente; senza adattamento, le comunità restano esposte agli impatti già inevitabili.
Si capisce quindi che le città italiane sono davanti a sfide urgenti e complesse.
Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato dal ministro dell’Ambiente a dicembre 2023, offre un quadro di riferimento indispensabile per orientare l’azione del Paese. Ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità di tradurlo in strategie locali, risorse adeguate, competenze tecniche e interventi misurabili. In questa prospettiva, l’avvio del Forum dell’Osservatorio Nazionale per l’Adattamento ai Cambiamenti Climatici rappresenta un passaggio importante: uno spazio di confronto tra pubbliche amministrazioni, comunità scientifica, società civile, categorie economiche e professionali, chiamato a favorire la partecipazione, lo scambio di informazioni e la restituzione di contributi utili all’attuazione e al monitoraggio del PNACC. Solo attraverso questo raccordo tra conoscenza scientifica, decisione pubblica e bisogni dei territori l’adattamento può diventare una pratica concreta, condivisa e verificabile.

Se, da una parte, è innegabile che ci sono ancora molti problemi da superare, come ad esempio l’indisponibilità in molti Comuni, soprattutto piccoli e medi, di personale formato o di risorse sufficienti, la buona notizia è che molte buone pratiche sono già state individuate. Sappiamo che aumentare il verde urbano può ridurre le temperature locali e migliorare anche la qualità della vita, non solo dal punto di vista fisico ma anche sociale.
Sappiamo che aumentare il verde urbano e favorire soluzioni naturali per assorbire e gestire l’acqua piovana può aiutare a ridurre allagamenti e inondazioni. Questi interventi permettono anche di conservare parte dell’acqua per i periodi più secchi e di limitare l’inquinamento delle acque. Sappiamo che le persone più vulnerabili devono essere coinvolte non solo come destinatari di protezione, ma come portatrici di conoscenza sui problemi reali e sulle soluzioni praticabili.
La sfida, quindi, non è soltanto sapere di più ma trasformare questo sapere in decisioni migliori. E decisioni migliori significa usare dati scientifici solidi, ma anche chiedersi quali città vogliamo costruire.
Sicuramente città più sicure durante un temporale intenso o una settimana di caldo estremo, ma non basta. Dobbiamo anche costruire città più vivibili, più attente alla salute, alla cura, alla prossimità, alla qualità dello spazio pubblico.
In questo senso, parlare di crisi climatica in ambiente urbano significa parlare di democrazia. Perché ogni scelta di adattamento modifica il territorio e la vita quotidiana delle persone. Parlare di crisi climatica e di adattamento, abbattendo la disinformazione climatica, è quindi importante non solo per far circolare dati climatici corretti, ma anche per costruire fiducia, accesso alla conoscenza e partecipazione a questa trasformazione.
Purtroppo, le città cambieranno comunque, perché il clima sta già cambiando. Ora bisogna capire se si vuole subire questa trasformazione in modo disordinato e diseguale, reagendo in modo non sistematico a questi fenomeni rari e anomali che sono ormai diventati ordinari, che provocano ingenti danni e perdite nelle comunità. O se guidare la trasformazione, mettendo al centro le persone, la scienza e il diritto di tutti e tutte a vivere in luoghi sicuri, abitabili, inclusivi e belli.
Paola Mercogliano è Principal Scientist presso la Fondazione CMCC, dove dirige la Divisione Regional Models and geo-Hydrological Impacts. È Presidente della Società Italiana per le Scienze del Clima (SISC). Il suo lavoro si concentra sulla modellistica climatica a scala locale, sulla valutazione del rischio climatico, sui servizi climatici e sull’adattamento ai cambiamenti climatici, con particolare attenzione alla traduzione della conoscenza scientifica in strumenti di supporto alle decisioni. Nell’ambito di diversi progetti locali, nazionali, europei e internazionali, promuove processi di co-progettazione con autorità pubbliche, stakeholder privati e comunità locali, sostenendo il coinvolgimento inclusivo, la co-produzione della conoscenza, l’apprendimento delle politiche e lo sviluppo di strumenti per l’adattamento e la resilienza climatica.





