Cronache di un’estate rovente che ha riportato al centro del dibattito pubblico temperature elevate, siccità, crisi idrica e tutto ciò che ne deriva per il mercato del lavoro, le finanze pubbliche, l’energia, la salute e molto altro. I fatti, i dati, il caldo, le conseguenze e le analisi scientifiche sono sui media nazionali e internazionali, che li raccontano sempre all’interno di quella cornice definita da due precise parole: cambiamenti climatici.
E se non fossero le parole giuste per raccontare quello che sta accadendo e per fare in modo che le persone abbiano una visione chiara dell’interazione delle loro vite con il tema? Forse suonerà come una provocazione, eppure la domanda ha a che fare non solo con gli obiettivi e le tecniche della comunicazione, ma anche, anzi soprattutto, con quello che le persone percepiscono dei fatti e del loro ruolo attivo dentro il discorso pubblico. Perché le parole funzionano nella visione che ciascuno di noi ha della vita, del mondo e, per ciascuno di noi, attivano un modo di interpretarle, elaborarle e perfino di metterle in pratica.
L’elefante nella stanza infuocata
Era il 2004, un libretto breve, agile, scritto da George Lakoff, docente di scienze cognitive e linguistica all’Università della California, Berkeley, sparigliava il dibattito pubblico spiegando, tra le altre cose, che per affermare con successo i propri valori è necessario imparare ad articolarli, mettendo le parole giuste al posto giusto nella percezione delle persone. “Non pensare all’elefante”, diceva Lakoff ai democratici americani: se concentrate il vostro discorso sull’opposizione ai valori e alle argomentazioni dei repubblicani, il cui partito ha per simbolo l’elefante, non farete che rafforzare ciò a cui volete opporvi, renderete il loro discorso più efficace invece di indebolirlo. In sintesi: se parlate dell’elefante, anche solo per mettere in evidenza le lacune di quella visione del mondo, le persone non faranno che pensare all’elefante e non alle alternative che volete proporre.
Nel corso degli anni, Lakoff ha applicato i suoi studi a molti temi del dibattito pubblico, tra questi anche la questione climatica, spiegando come illustrare i dati e le conoscenze scientifiche non sia sufficiente a costruire un discorso pubblico efficace, capace di far comprendere alle persone la portata delle sfide e il loro ruolo all’interno di esse, come individui e comunità.
A distanza di anni, ancora nel mezzo di un’estate rovente, siamo sicuri che non siano i cambiamenti climatici il nostro elefante? Queste due parole, messe insieme, ci aiutano a spiegare quello che succede e quello che ci aspettiamo dal futuro? Oppure inibiscono la comprensione e la partecipazione alla sfera pubblica?
Bus gratis, altro che climate change
Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha molto raramente usato l’espressione “climate change” nel corso della sua campagna elettorale che lo ha portato alla vittoria, puntando invece su politiche che concretamente propongono una visione della città in linea con le risposte alla crisi climatica, ad esempio il progetto sull’uso gratuito di bus pubblici più efficienti.
Molti dei temi che interessano da vicino le persone – sanità, welfare, energia, mobilità – sono al cuore della crisi climatica, scrive sul New York Times il geografo Matthew T. Huber, sottolineando che per elettori ed elettrici, la questione energetica è un tema che riguarda il bilancio familiare, il far quadrare i conti a fine mese. Le persone si interessano più facilmente a ciò che riconoscono meglio nella vita quotidiana. Anche se i cambiamenti climatici sono sotto gli occhi di tutti, le parole esprimono ancora qualcosa che sembra lontano dalla percezione individuale.
Sempre negli Stati Uniti, emerge da una ricerca che solo il 17% degli elettori afferma che il cambiamento climatico influisce in modo significativo sulla propria vita e su quella della propria famiglia. Numeri che trovano coerenza anche in Europa, dove oltre l’80% delle persone afferma di considerare i cambiamenti climatici un problema serio, ma meno del 40% si dice personalmente esposto ai rischi e alle minacce riferibili alla questione climatica.
Ancora più interessante, dalla ricerca statunitense emerge che, nonostante esista un consenso bipartisan sull’importanza di decisori politici che affrontino concretamente problemi legati alla riduzione dei costi energetici, al miglioramento della salute pubblica e alla diversificazione delle fonti energetiche per soddisfare la crescente domanda, non appena si inseriscono nella frase l’espressione “climate change” le risposte si fanno diffidenti e polarizzate, le persone associano le parole a una interpretazione di parte e si mostrano più propensi al sospetto che non all’azione e al supporto delle politiche climatiche. Seguendo questi numeri e le teorie di Lakoff, ripetere insistentemente l’espressione “cambiamenti climatici” non aiuta a migliorare la consapevolezza delle persone; al contrario, crea distanza da una questione dalle implicazioni scientifiche e decisionali complesse.
Una ricompensa immediata
Secondo Daniel Kahneman, premio Nobel e autore di “Thinking, Fast and Slow”, «le persone credono o non credono ai cambiamenti climatici non per via delle evidenze scientifiche (…) crediamo in cose in cui credono le persone di cui ci fidiamo e amiamo». Kahneman sottolineava che la questione climatica emergesse nel dibattito pubblico come «un problema lontano che richiede sacrifici oggi per evitare perdite incerte in un futuro lontano». Questa percezione del clima come una questione che è sì davanti ai nostri occhi, ma che richiede di agire oggi per avere un beneficio più avanti nel tempo, ci riporta alle parole e a come le persone le utilizzano per scegliere a cosa prestare attenzione e come farlo.
«Il nostro cervello ha la tendenza istintiva a preferire ricompense immediate, anche se minori, rispetto a benefici maggiori ma distanti», spiega Matteo Motterlini, professore di Filosofia della scienza, evidenziando l’inclinazione degli esseri umani ad attribuire al futuro un valore inferiore rispetto al presente. Ammaliati dal “valore magnetico del subito”, svalutiamo le ricompense differite a favore di quelle immediate. Così, la crisi climatica, per come interagisce con il nostro cervello, è una crisi cognitiva, sosterremo di più i benefici immediati rispetto a quelli proiettati sul futuro. Allo stesso modo, preferiremo azioni che prefigurano costi futuri a decisioni che incidono immediatamente sulle tasche, sulle abitudini e sul benessere percepito.

Meme e cattive maestre
Fin qui abbiamo scomodato le scienze del clima, la finanza, la psicologia cognitiva e le scienze comportamentali. Ma soprattutto, abbiamo cercato di parlare delle persone. Ogni decisione da prendere di fronte alla crisi climatica, ogni azione da intraprendere, ha a che fare con un pezzo di vita di ogni singola persona: rifugiarsi dal caldo, potersi permettere un’auto elettrica, vivere in un’abitazione adeguata a rispondere alle temperature esterne, abitare città e territori adatti a non soccombere a piogge intense ed estreme. Di conseguenza, la comunicazione conta molto. Per tutti. Non solo per i professionisti che scelgono le storie e le parole. Le persone sono protagoniste della comunicazione: ascoltano storie, le scelgono, le raccontano a loro volta, scelgono le parole a cui dare più attenzione. Possiamo permetterci di non conoscere affatto come si scelgono le parole che ci aiutano a trovare il nostro posto nel mondo? Siamo attori e destinatari di comunicazione in un contesto che esaspera pregiudizi cognitivi. Non è una questione positiva o negativa: è il modo in cui funzioniamo e in cui troviamo l’equilibrio per vivere al meglio delle nostre possibilità.
Tornano in mente le parole di Karl Popper: «Una democrazia (…) non può esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sarà pienamente scoperto». Da qui la sua provocazione: il filosofo della società aperta arrivava a proporre una patente per gli operatori della televisione, affinché fossero consapevoli e responsabili degli effetti che la comunicazione televisiva poteva avere sulle persone (e sui minori in particolare). Erano gli albori degli anni 2000, Popper parlava del discorso pubblico e di come fosse importante rendere trasparenti i media: conoscerne i meccanismi è uno strumento di comprensione della realtà utile, se non necessario, a collocarsi consapevolmente nella sfera pubblica.
Qualche anno prima, il sociologo Neil Postman affrontava il tema del rapporto tra media e democrazia e parlava di come rendersi immuni dall’eloquenza e dalla retorica, riprendendo l’espressione cara a Bertrand Russell. Quell’immunità consisteva nel rendersi capaci di distinguere tra i toni accattivanti delle parole e la logica dell’argomentazione. Popper e Postman parlavano della TV. Dopo oltre un quarto di secolo, aggiungiamo i social media, la velocità, le frasi a effetto che prendono il largo senza poter più essere smentite, i meme che sembrano scherzare eppure ci offrono opinioni e pareri su politiche pubbliche. Oggi più che mai, tocca a ciascuno di noi dotarsi degli strumenti per conoscere i meccanismi e gli effetti dei media, saperli maneggiare per definire il proprio ruolo e trovare insieme le parole migliori per raccontare, capire, e quindi affrontare, la crisi climatica.
Mauro Buonocore è responsabile della comunicazione e della divulgazione scientifica presso la Fondazione CMCC, dove opera all’interfaccia tra la scienza del clima e l’opinione pubblica. Giornalista di formazione, si dedica a migliorare l’interazione e la collaborazione tra scienziati e giornalisti, a diffondere informazioni e dati aggiornati provenienti dalla ricerca sul clima e a sviluppare linguaggi e strumenti che rendano la ricerca sul clima rilevante per un vasto pubblico. Supervisiona inoltre la rivista Foresight e il Premio CMCC per la comunicazione sul cambiamento climatico “Rebecca Ballestra”.




