Un cervello antico per una sfida moderna: perché il clima non ci entra in testa
di Matteo Motterlini
Se una civiltà aliena volesse conquistarci, probabilmente eviterebbe l’invasione spettacolare di UFO e omini verdi. Un attacco diretto attiverebbe le nostre difese: paura, reazione, mobilitazione. Gli alieni sceglierebbero piuttosto una minaccia lenta, distribuita su un arco temporale di generazioni, abbastanza vasta da cambiare tutto ma abbastanza graduale da sembrare, giorno per giorno, quasi invisibile. Provocherebbero una crisi climatica.
Per ragioni adattive, la nostra percezione è ipersensibile ai cambiamenti rapidi: suono, luce, temperatura, dimensione, peso. Ma quando la variazione è lenta, la nostra attenzione la perde. Se il ronzio di un frigorifero aumentasse poco a poco nell’arco di settimane, alla fine del mese sarebbe nettamente più rumoroso, eppure molti di noi non noterebbero davvero l’incremento. È una regola generale: i cambiamenti graduali scivolano sotto la soglia dell’allarme. Proprio per questo tendiamo ad adattarci, normalizzando variazioni che rifiuteremmo se si manifestassero tutte in una volta. Pensate all’inflazione: l’aumento lento dei prezzi erode il potere d’acquisto senza scatenare subito una reazione proporzionata, e finiamo per accettare un peggioramento della qualità della vita che avremmo trovato inaccettabile se fosse avvenuto da un giorno all’altro.
Scienziati e ambientalisti ci avvertono (giustamente) che il riscaldamento globale sta avvenendo troppo velocemente. Dal punto di vista della mente umana, però, il problema è opposto: non sta accadendo nel modo in cui il cervello si aspetta che accadano le cose “pericolose”, con una sirena, una scossa, un prima e un dopo netto. Se ciascuno di noi potesse vivere un solo giorno nel 2100 e poi tornare indietro, probabilmente rientrerebbe nel presente scioccato e pronto a fare tutto il necessario per evitare quell’esito. Ma non abbiamo una macchina del tempo. E così la minaccia resta distante, astratta, facilmente rinviabile. Come osserva lo psicologo cognitivo americano Daniel Gilbert, siamo discendenti di cacciatori-raccoglitori: il riscaldamento globale è una minaccia proprio perché non accende l’allarme rosso nel nostro cervello, lasciandoci addormentati in un letto che brucia.
C’è un altro motivo, meno discusso ma altrettanto cruciale: il clima non colpisce direttamente le nostre sensibilità morali. Di solito reagiamo con forza quando qualcosa ci offende sul piano etico: un’ingiustizia, un abuso, un torto evidente. Il riscaldamento globale invece fatica a essere percepito come un’ingiustizia, non scandalizza nessuno, non suscita indignazione né disgusto. Non eccita le coscienze come l’immigrazione, il terrorismo o i diritti di genere. È emotivamente tiepido, e per questo è facile da ignorare. Abbiamo norme culturali su cibo e sessualità, ma quasi nulla che renda moralmente saliente la concentrazione di CO₂ nell’aria. Ci indigniamo se qualcuno mangia la pasta con le mani, e restiamo relativamente inerti davanti alla violazione di accordi sul clima.
Il risultato è un paradosso: viviamo sempre più a lungo, ma pensiamo sempre più a breve termine. La miopia temporale non è solo individuale, è istituzionale. I politici guardano alle prossime elezioni, agli ultimi sondaggi o alla popolarità di un tweet. Nel peggiore dei casi cancellano con un tratto di penna accordi internazionali e diritti conquistati in decenni. Gli amministratori d’azienda sono prigionieri dei bilanci trimestrali e della crescita del valore per gli azionisti. Le nazioni si sfidano in negoziati internazionali ognuna con una visione miope dei propri interessi, mentre il pianeta si surriscalda e la biodiversità declina.
Abbiamo una tendenza istintiva a preferire ricompense immediate, anche se minori, rispetto a benefici maggiori ma distanti. È l’uovo oggi invece della gallina domani. L’economia comportamentale lo chiama sconto intertemporale: nella nostra percezione il valore di una gratificazione si erode quanto più la proiettiamo nel futuro. Il prezzo che ci sembra ragionevole spendere per ottenere un bene domani ci pare inferiore rispetto a quanto siamo disposti a pagare per averlo subito.
Anche questo è un retaggio evolutivo. Nel mondo preistorico le risorse scarseggiavano e le minacce erano all’ordine del giorno: sfruttare senza indugio ciò che era disponibile era una strategia di sopravvivenza. I nostri antenati hanno imparato a consumare in fretta le calorie disponibili e a fuggire velocemente dai pericoli incombenti. Quel cervello è ancora qui, mentre l’ambiente è cambiato radicalmente. Abbiamo un cervello dell’età della pietra afflitto da problemi contemporanei. Molti di questi problemi derivano proprio dallo scarto tra le pressioni evolutive passate e le condizioni moderne.
Si pensi all’epidemia di obesità: per gran parte della storia umana procurarsi cibo è stato difficile; oggi molti vivono in contesti in cui il cibo è economico, abbondante e progettato per essere irresistibile. Big Mac, patatine, bibite zuccherate: un habitat calorico per il quale il nostro sistema di autocontrollo non si è dotato di anticorpi adeguati.
Sul piano ambientale il problema è simile: rinviamo investimenti nella transizione, continuiamo a bruciare fossili, erodiamo ecosistemi come se la Terra dovesse chiudere i battenti. Ogni anno senza intervenire è debito ecologico che si accumula e che qualcun altro dovrà pagare. E come per la salute individuale, esistono soglie oltre le quali il recupero diventa estremamente costoso o impossibile.
A peggiorare la situazione c’è un elemento moderno che parla direttamente al nostro cervello antico: il sistema della ricompensa. Negli anni Cinquanta i neurologi James Olds e Peter Milner scoprirono che, stimolando elettricamente una struttura del sistema limbico, il nucleo accumbens (nella parte anteriore del prosencefalo), i ratti imparavano ad autosomministrarsi scosse di piacere premendo una leva, arrivando a trascurare cibo, acqua, sesso e sonno. Quando non resistiamo a controllare lo smartphone, quando scrolliamo compulsivamente in cerca di novità e like, somigliamo a quei ratti. Ecco perché lo storico David Courtwright parla di “capitalismo limbico”: un modello di business che trasforma la vulnerabilità biologica in opportunità di profitto, agganciando il cervello a cicli di gratificazioni rapide e continue. Gran parte dell’iperconsumo, dal cibo spazzatura alle dinamiche dei social, sfrutta esattamente la parte del nostro cervello che vuole tutto e subito. In un simile ambiente, chiedere attenzione e sacrifici per benefici lontani diventa cognitivamente arduo.
A tenere insieme questi livelli – cervello antico, capitalismo limbico e crisi climatica – è una stessa distorsione temporale. Il sistema della ricompensa ci àncora al presente, mentre il cambiamento climatico richiede di pensare e agire sul lungo periodo. Viviamo immersi in ambienti che amplificano le gratificazioni immediate e rendono invisibili i benefici differiti. In questo contesto, chiedere sacrifici oggi per un vantaggio futuro e collettivo appare faticoso, innaturale, controintuitivo.
Eppure, se il problema è anche nel funzionamento della mente, allora una parte decisiva della soluzione passa dal modo in cui costruiamo i contesti decisionali, le norme sociali e le istituzioni. Le società umane hanno sempre fatto questo: hanno inventato regole condivise per compensare la miopia temporale e la tendenza a delegare la responsabilità. Le norme sociali sono particolarmente efficaci perché non chiedono calcoli complessi: indicano cosa è normale, cosa è approvato, cosa fanno gli altri. Spostano il peso della scelta dal singolo al contesto, riducendo lo sforzo necessario per cambiare comportamento.
Quando i comportamenti sostenibili diventano visibili, riconosciuti e percepiti come in crescita, l’inerzia cambia direzione. Il conformismo, spesso accusato di alimentare l’immobilismo, può trasformarsi in un potente alleato: se la transizione appare come un movimento collettivo, diventa più facile farne parte. Lo stesso vale per le opzioni di default e per le architetture della scelta: quando l’alternativa sostenibile è presentata come lo standard, molte persone la adottano e la mantengono nel tempo, perché il contesto segnala implicitamente che quella è la scelta attesa. La stessa capacità che ci rende vulnerabili alle gratificazioni immediate può essere sfruttata per accelerare la transizione, se il presente inizia a premiare chi guarda avanti. Il cervello che ci ha portato fin qui non è il nemico: è lo strumento con cui possiamo ancora evitare l’esito peggiore, a patto di smettere di lasciarlo solo davanti a una sfida più grande di lui.
Matteo Motterlini è professore ordinario di Filosofia della scienza presso l’Università Vita-Salute SanRaffaele di Milano, dove dirige il Centro di ricerca in epistemologia sperimentale e applicata. Il suo ultimo libro è “Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai. Perché la nostra mente è l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico” (Solferino Libri, 2025).
Lo European Media and Information Fund (EMIF), che ha finanziato A Fuoco tra il 2024 e il 2025, è attualmente oggetto di uno studio indipendente di valutazione di impatto condotto da Lattanzio KIBS, società italiana specializzata nella consulenza per il settore pubblico.
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L'evoluzione della specie umana, quella vera non la "crescita economica", passa attraverso un processo di acquisizione della CONSAPEVOLEZZA, quell'attività cognitiva in cui si riconoscono gli aspetti reali dell'ambiente circostante, strumenti culturali con cui si possono fare le scelte appropriate per il bene collettivo.