Se ne sente parlare sempre più spesso e non si può negare. Quello sui PFAS é uno dei temi più “caldi” dell’attualità. Un argomento trasversale che riguarda da un lato la tutela della salute pubblica e dell’ambiente, dall’altro la competitività industriale.
Secondo la definizione dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), le sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS) sono un vasto gruppo di sostanze chimiche di sintesi caratterizzate dalla presenza di una catena di atomi di carbonio legati ad atomi di fluoro. La loro resistenza ai processi di degradazione naturale, all’acqua e in particolare al grasso è valsa loro il nome di “sostanze chimiche eterne": una volta introdotti nell’ambiente, è difficile che scompaiano. Dato il loro ampio utilizzo nei processi industriali, negli ultimi anni la ricerca ha indagato sempre di più sulla contaminazione da PFAS attraverso l’acqua potabile, il cibo e i pesticidi. Man mano che gli studi sono aumentati e i “danni da PFAS” sono diventati sempre più noti, è arrivata anche la richiesta di una risposta politica più incisiva. Per questo motivo, negli ultimi anni, l'Unione europea ha adottato un approccio normativo progressivo e sempre più stringente per limitare e monitorare i PFAS e ridurre i danni per la salute. Ad esempio, a febbraio 2026, il Consiglio dell'Unione Europea ha inserito ufficialmente i PFAS tra gli inquinanti monitorati a livello europeo.
Ma per molti, questo non basta.
Una delle campagne più vocali contro i PFAS la sta promuovendo l’eurodeputata dei Verdi Cristina Guarda, la quale si batte per un divieto totale e universale della produzione, dell’uso e della commercializzazione di tutti i PFAS in Europa, senza eccezioni per l’industria chimica. Oltre ai dibattiti nell’Eurocamera, quest’anno è stata la prima a promuovere una campagna di analisi del sangue a livello europeo per valutare l’entità e il potenziale rischio per la salute derivante dall’esposizione ai PFAS. I dati sono stati esaminati da un team della Vrije Universiteit di Amsterdam, a cui i Verdi hanno commissionato lo studio. Al campione hanno preso parte 110 volontari e, tra questi, 79 hanno compilato un questionario incentrato sui potenziali fattori predittivi dell’esposizione ai PFAS. I risultati, pubblicati il 22 settembre 2026, hanno rilevato che tutti i partecipanti presentavano nel siero PFAS “a catena lunga” (con 7 o più atomi di carbonio), mentre per quanto riguarda i PFAS “a catena corta”, solo il TFA (l’acido trifluoroacetico) è stato trovato nel 100 per cento dei partecipanti. I dati mostrano che non emergono differenze evidenti in base a Paesi di provenienza, ma si sottolinea che «non è stato possibile verificare questo aspetto in modo affidabile a causa del numero esiguo dei partecipanti per Paese». In aggiunta, i livelli di PFAS a catena lunga aumentavano con l’età negli uomini, ma non nelle donne. Un dato «in linea con quanto osservato in altri studi». Per quanto concerne le abitudini alimentari autodichiarate, queste erano associate ai livelli di PFAS: quelli a catena lunga incrementavano con il consumo di pesce, frutti di mare e carne. Ancora una volta, però, «le informazioni limitate sull’alimentazione fornite dai questionari non hanno consentito di trarre conclusioni sui modelli alimentari o sulle fonti alla base di tale associazione».
Giornalista presso Carbon Pulse e già autrice di A Fuoco, Emanuela Barbiroglio ha deciso di partecipare al test poco dopo aver partorito, il 9 giugno 2026. «Avrei fatto qualunque test che non fosse invasivo perché alla ricerca secondo me ci si deve sempre prestare», racconta ad A Fuoco. All’inizio avrebbe voluto anche far sottoporre suo figlio perché preoccupata da un’eventuale contaminazione in gravidanza. Barbiroglio spiega inoltre che il questionario che ha compilato conteneva perlopiù domande sul dove avesse vissuto, così da capire «quali Paesi europei sono più contaminati e quali meno». Alla domanda sul perché è importante favorire la ricerca su questo tema, la giornalista risponde che secondo lei «per portare all’attenzione delle istituzioni il problema, ci vogliono i dati»
Andrea Di Nisio, professore associato in tecnica di medicina di laboratorio presso l’Università Pegaso e collaboratore dell’Università di Padova, nel 2018 ha scritto un rapporto sui PFAS per la Commissione Ecomafie per la legislatura italiana precedente, e conferma quanto affermato da Barbiroglio. Il professore spiega ad A Fuoco che «finché non se n’è parlato a livello mediatico, non si è neanche fatta sufficiente ricerca» sul tema. Per fortuna, le cose stanno prendendo un’altra direzione. «Nel 2016 si contavano meno di 200 pubblicazioni, mentre quest’anno sono già più di 2mila». Ma nel concreto, cosa si rischia con l’esposizione ai PFAS?
Che i PFAS siano rischiosi per la salute e l’ambiente è ormai accertato. Tuttavia, secondo Di Nisio, bisogna evitare di cadere in generalizzazioni, perché «il problema grosso per chi studia i PFAS è che si parla di migliaia di sostanze, quindi è impossibile conoscere tutto». Alla domanda su come ci si contamina di più, se attraverso il cibo o l’acqua, il professore ribadisce lo stesso concetto e aggiunge che le semplificazioni non aiutano a comprendere realmente i rischi perché le differenze tra le sostanze sono troppe. «Alcune sostanze rimangono per pochi giorni e alcune per anni», sottolinea, e ciò vale anche per le ricerche stesse: «molti studi vengono effettuati sulla popolazione totale e non sulle persone colpite in una zona altamente contaminata».

Pertanto, una risposta univoca non c’è. Esistono però alcune linee guida. Nel 2020 l’EFSA ha definito sicura un’esposizione settimanale alle 4 forme di PFAS più diffuse (ovvero PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS) entro i 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo (ng/kg). Secondo l’Autorità, il superamento di questa soglia può sopprimere l’attività del sistema immunitario, e quindi per esempio ridurre l’efficacia dei vaccini. Tali sostanze possono anche compromettere il funzionamento del sistema endocrino e il metabolismo dei lipidi. In parole più semplici, esistono rischi di infertilità, osteoporosi, diabete, e lo sviluppo di tumori, in particolare dei testicoli e dei reni. Anche nel caso delle malattie, il ricercatore Di Nisio esorta ancora a non generalizzare perché «essere esposti a una sostanza non si traduce automaticamente in malattia. C’è un’altra miriade di fattori da considerare».
Il referto che ha ricevuto la giornalista Barbiroglio che ha preso parte al test ha confermato che il suo siero conteneva PFAS “a catena lunga” e TFA, ma i livelli e le percentuali sono ancora da capire. Barbiroglio ha poi commentato che la questione dei PFAS la coinvolge con un mix di curiosità e ansia. Sul fattore ansia, dati provenienti da un Eurobarometro del 2024 – lo strumento ufficiale di sondaggio e monitoraggio dell’opinione pubblica utilizzato dalle istituzioni dell’Unione europea) – dimostrano che questo stato d’animo sui PFAS è più comune di quanto si pensi. Secondo l’indagine, l’84 per cento dei partecipanti, una volta informati delle caratteristiche e della persistenza dei PFAS nell’ambiente, si sono dichiarati preoccupati dagli effetti di queste sostanze sul proprio benessere.
Iolanda Cuomo è una giornalista che si occupa di affari europei da Bruxelles. Lavora per Eunews e collabora con Prismag; i suoi articoli sono apparsi anche su Altreconomia, Oltreoceano e The Battleground. Cura inoltre la newsletter su Substack Gente di Bruxelles, dedicata a politica, società e cultura belga.





È ora di affrontare l’elefante della stanza: gli studi sui PFAS, che misurano i livelli nell’uomo, li valutano nel tempo e li associano a outcomes sanitari sono molto pochi, e non dimostrano causalità ma solo associazione. La comunicazione del “danno accertato” è, oltre ad essere imprecisa, pericolosa, perché presuppone che ormai si sappia già tutto di PFAS e malattie associate. In realtà, c’è tantissimo da fare, e varrebbe la pena stressare questo aspetto e sensibilizzare le persone alla ricerca, che non è una entità passiva ma ha bisogno di tempo e della buona volontà di ricercatori e partecipanti agli studi. Serve meno comunicazione sterile, e più comunicazione concreta