Per molto tempo abbiamo percepito la crisi climatica come qualcosa di lontano, un fenomeno raccontato attraverso grafici, proiezioni scientifiche e immagini di luoghi, spesso dall’altra parte del mondo e quindi più difficili da attivare nelle persone l’urgenza di agire. Ghiacciai che fondono, foreste che bruciano, città sommerse dall’acqua, siccità prolungata. Poi è diventato sempre più difficile considerarla una minaccia futura e lontana da noi. L’estate trascorsa ce lo ha ricordato con una successione di ondate di calore, incendi ed eventi climatici estremi. Le temperature elevate hanno trasformato il caldo in un’esperienza quotidiana, mettendoci di fronte a una crisi che non è solo climatica, ma anche sociale ed economica.
Parlare di cambiamenti climatici e dare tangibilità a qualcosa che può risultare difficile da immaginare e da comprendere richiede uno sforzo che a volte deve andare oltre i dati. Le narrazioni visive svolgono un ruolo cruciale nel collegare le informazioni scientifiche con le esperienze umane quotidiane, rendendo le questioni che spesso sembrano astratte e distanti più tangibili e urgenti per “gli spettatori”. Negli ultimi anni, infatti, sempre più artiste e artisti hanno iniziato a portare il cambiamento climatico fuori dai linguaggi della scienza e della divulgazione, trasformandolo in musica, teatro, danza, performance.
Carlotta Sarina, in arte Lotta, ha trovato la sua lingua nella musica. «Se i dati non sono bastati, perché dagli anni Settanta si parla di collasso climatico e le cose non stanno cambiando, allora forse c’è bisogno di un altro linguaggio», racconta Lotta ad A Fuoco. Per lei la musica è uno strumento capace di aprire uno spazio emotivo diverso che la comunicazione scientifica spesso non riesce a raggiungere. Così, dopo anni passati a studiare musica ed esibendosi giovanissima in giro per il mondo, il punto di svolta è arrivato nel 2022 quando partecipa a un presidio di protesta alla Scala e in ammirazione, di fronte ad attiviste ed attivisti, pensa: «Basta, non c’è più spazio per la musica». Da qui inizia a leggere e studiare per approfondire i temi legati alla crisi climatica con l’idea di dedicarsi alla divulgazione. Poi arriva un evento cruciale in questa storia, un’altra mobilitazione, stavolta la prima a cui Lotta partecipa come attivista. È a Strasburgo, in canoa sul Reno nei pressi del Parlamento europeo, che Lotta – mentre cerca invano di parlare con la polizia che la sta conducendo in un luogo non definito – inizia a cantare “Bella Ciao”. «Il poliziotto si è messo a fischiettare insieme a me la melodia. Non sembravamo più i militanti e i poliziotti, eravamo soltanto esseri umani. La musica aveva creato un ponte. In quel momento ho sentito che stavo portando all’interno della causa qualcosa di potente e che mi rendeva felice», ricorda Lotta. È da lì che l’artista attivista capisce che non deve diventare qualcun’altra per partecipare al cambiamento, non deve trasformarsi in una divulgatrice scientifica, né mettere da parte la musica per essere una “brava” attivista.
Prima ancora che il cambiamento climatico diventasse una questione politica globale, alcuni artisti avevano già iniziato a interrogarsi sul rapporto tra esseri umani, natura, risorse e sistemi economici. Negli anni Sessanta e Settanta, l’ambiente smette di essere soltanto un soggetto da rappresentare e diventa materia dell’opera. Tra le pioniere c’è Agnes Denes, che nel 1982 pianta due acri di grano su un terreno di Manhattan allora destinato allo sviluppo immobiliare: “Wheatfields for Manhattan” mette il raccolto, la terra e la produzione alimentare nel cuore del distretto finanziario, contrapponendo il valore economico del suolo alle questioni della fame, dello spreco e della gestione delle risorse.
Negli anni Duemila e soprattutto nel decennio successivo, l’arte comincia invece a confrontarsi più esplicitamente con il cambiamento climatico e con la difficoltà di rappresentare qualcosa che, per sua natura, è spesso invisibile, lento e distribuito nel tempo. È quello che fa Olafur Eliasson con “Ice Watch”. Nel 2014, l’artista porta dodici grandi blocchi di ghiaccio provenienti dalla Groenlandia nel centro di Copenaghen, e successivamente a Parigi e Londra. Il ghiaccio si scioglie davanti agli spettatori: il riscaldamento globale, solitamente raccontato attraverso grafici e dati scientifici, diventa qualcosa da vedere e toccare.
Nello stesso periodo, altri artisti hanno iniziato a usare la pratica artistica non soltanto per denunciare il presente, ma per immaginare forme diverse di futuro. È il caso di Tomás Saraceno, che con “Aerocene” lavora dal 2015 a un progetto collettivo che unisce arte, scienza e attivismo e sperimenta forme di mobilità nell’aria alimentate dal sole e dal vento, come alternativa simbolica e concreta ai sistemi basati sui combustibili fossili.
Anche la musica e il teatro hanno iniziato a confrontarsi sempre più direttamente con la crisi climatica. Nel 2014 il compositore John Luther Adams vince il Pulitzer per “Become Ocean”, una composizione orchestrale ispirata alla trasformazione degli oceani, allo scioglimento dei ghiacci polari e all’innalzamento del livello del mare. Poi, nel 2015 nasce anche Climate Change Theatre Action, un progetto internazionale che porta la crisi climatica sui palcoscenici attraverso centinaia di opere teatrali, coinvolgendo negli anni artisti, scienziati e comunità in diversi Paesi.
È una traiettoria che racconta anche un cambiamento nel ruolo stesso dell’artista: dall’artista che rappresenta la crisi a quello che prova a farla vivere, dall’opera che denuncia a quella che costruisce comunità, immaginari e possibilità alternative. Ed è dentro questa trasformazione che si colloca anche l’esperienza di Lotta: non soltanto musicista che parla di clima, ma artista che porta la musica dentro la mobilitazione, trasformando il proprio linguaggio in uno strumento di attivismo. Per Lotta il passaggio è stato un’esplosione. «Ho iniziato a scrivere “Detonazione” (il primo spettacolo dell’artista ndr.), lo chiamo così perché quello è il momento in cui ha fatto click qualcosa: tutta la mia vita è cambiata completamente e dalla contrabbassista classica vestita di nero sono diventata la militante per le strade che parla di crisi climatica, è stato talmente grande il cambiamento che per me è stata un’esplosione», afferma l’artista.

Lotta si circonda di una rete di attiviste e attivisti ma anche di climatologi, giornaliste e giornalisti che le permette di andare a fondo nella sua ricerca che coniuga insieme musica ed evidenze scientifiche; da una parte gli scienziati e i dati, dall’altra la musica e il palco. In mezzo c’è l’attivismo. Raccontando della Conference for the Just Transition Away from Fossil Fuels – la prima conferenza internazionale per la giusta transizione dai combustibili fossili che si è tenuta lo scorso aprile in Colombia – Lotta dice: «Ci stiamo organizzando per capire come portare il Trattato per chiedere il phase out (l’uscita graduale, ndr) dai combustibili fossili anche in Italia e ci sono diverse professionalità che lavorano su questo, dagli scienziati ai docenti delle università, ai giornalisti. È molto bella questa orizzontalità, ci mettiamo insieme perché abbiamo bisogno di portare queste informazioni all’interno di tutte le nostre nicchie».
Come scrivono i ricercatori e le ricercatrici dello studio “Art and Climate Crisis: The Effectiveness of Visual Narratives in Addressing Climate Change”, l’arte non è una mera rappresentazione della crisi climatica, ma la strategia attraverso cui la società prova a elaborarla. L’arte non serve solo come mezzo di espressione, ma anche come efficace strumento di sensibilizzazione per trasmettere messaggi complessi a un pubblico eterogeneo. L’arte, in tutte le sue forme, può trascendere i confini linguistici, culturali e disciplinari, diventando strumento essenziale per potenziare il discorso pubblico sulle crisi globali. In un’era dominata dalla comunicazione visiva, la capacità dell’arte di plasmare le percezioni, costruire l’immaginazione collettiva e mobilitare l’azione sociale diventa sempre più rilevante. Questo nuovo approccio artistico rende i dati più accessibili a tutte le persone e trasmette in modo diretto la gravità della crisi. Mentre la scienza ci dice che cosa sta accadendo, l’arte ci fa interrogare su che cosa significa vivere dentro ciò che sta accadendo e soprattutto può aiutarci a immaginare delle alternative, dei futuri desiderabili. Raccontare continuamente un futuro fatto di catastrofi può produrre paura, ma la paura, da sola, non necessariamente produce mobilitazione. Le arti possono invece costruire altri immaginari: non necessariamente ottimistici, e nemmeno rassicuranti, ma capaci di mostrare che un altro modo di abitare e stare insieme può essere pensato.
Francesca Polizzi è una giornalista freelance. Si occupa di questioni di genere, crisi climatica e più in generale di temi sociali. Collabora con testate nazionali e internazionali. Ha frequentato la scuola di giornalismo Lelio Basso e ha conseguito il master in Studi e Politiche di Genere. Attualmente è assistente alla comunicazione della direttora esecutiva di Greenpeace Italia e assistente dell’ufficio stampa della stessa organizzazione.
Ci vediamo a Parma
Anche quest’anno A Fuoco sarà ospite di Fragile, il festival delle arti e discipline sostenibili a Parma. Venerdì 9 ottobre Sofia Pasotto rifletterà con Simone Fontana sul percorso dell’attivismo climatico. Domenica 11, invece, Ferdinando Cotugno risponderà dialogherà con Francesca Capoccia sul “paradosso verde”.
Ingresso libero, registrazione su Dice.





ho avuto di uno spettacolo di Lotta in piazza. Bravissima!!