È una tarda mattina di fine agosto, mi asciugo il sudore dalla fronte dopo aver corso qualche giro a ritmo più sostenuto sulla pista di atletica di Chamonix, che per qualche imperscrutabile motivo misura 300 metri, a differenza di ogni altro anello di tartan sulla faccia della terra che di metri ne misura 400. Alzo gli occhi e la calotta di ghiaccio del Bianco, quasi 4000 metri più in alto, è a malapena visibile. Ci sono 31°C a 1000 metri e soffia un vento caldo da sud. Il pulviscolo e l’umidità sfocano i contorni e impastano con una patina di fuliggine opaca la neve dei ghiacciai. Mi trovo a Chamonix per l’UTMB, l’Ultra Trail du Mont Blanc, che ogni anno, per una settimana, richiama 10 mila atleti e un numero almeno otto volte superiore di tifosi, appassionati, influencer, aziende e supporter che a vari livelli prendono parte all’evento di trail running più grande e importante al mondo.
Vado a Chamonix perché, da atleta professionista, l’UTMB rappresenta una delle più interessanti opportunità agonistiche e professionali dell’intera stagione. Una vittoria può significare un generoso contratto di sponsorizzazione, che è la principale via di accesso al professionismo nel trail, o addirittura valere una carriera. Per uno sport ancora relativamente di nicchia come il trail running, la visibilità che offre è tutt’altro che scontata: si respira un’aria da Tour de France, le gare sono seguite da emittenti come L’Équipe e France 2, con livestreaming 24 ore su 24 in sei lingue diverse. L’attenzione mediatica e il livello delle competizioni crescono ogni anno, e sebbene i numeri siano limitati dall’organizzazione, le gare ricevono un numero di candidature di gran lunga superiore ai pettorali di gara disponibili.
Per un atleta coinvolto, interessato e preoccupato dalla crisi climatica ed ecologica in cui ci troviamo, andare a Chamonix, essere sponsorizzato da un’azienda di abbigliamento sportivo e nello stesso tempo vedere i ghiacciai arretrare e collassare sotto i propri occhi è una dissonanza cognitiva difficile da ignorare. Sembra di essere alla fiera del consumismo. Il contrasto tra la fragilità di uno dei luoghi esteticamente più belli e unici del pianeta e la quantità di prodotti, merchandising, allestimenti e attivazioni è difficile da non notare. Molte persone si dicono preoccupate e tristi nel vedere il Mer de Glace arretrare metri su metri ogni anno e un minuto dopo fanno incetta di gadget nell’expo della gara, che magari una settimana dopo finiranno tra i rifiuti o se va bene su Vinted. Le aziende fanno gara a chi può sfoggiare il branding più creativo, dirompente e comunicativamente efficace, nella speranza di diventare virale con il TikTok di un influencer.
Viaggiare, prendere parte a eventi sportivi enormi, promuovere brand e prodotti, rendersi conto che praticare lo sport che amiamo contribuisce nello stesso tempo al deterioramento degli ecosistemi dove più ci piace farlo è una contraddizione in cui è difficile stare. Un evento sportivo ha bisogno di aziende, sponsor, prodotti, infrastrutture e pubblico. Sono consapevole che questo è il modo in cui si finanzia lo sport professionistico. Nel trail i soldi e le opportunità sono arrivati davvero solamente negli ultimi due o tre anni: è qualcosa che ho atteso e desiderato a lungo, alla cui crescita ho contribuito attraverso il mio lavoro, le mie prese di posizione, la mia influenza sullo sport. Nello stesso tempo mi chiedo quale sia il limite e come si possa stare dentro questo sistema senza accettarne passivamente le contraddizioni e rinunciare alla possibilità di cambiarlo. Se davvero abbiamo a cuore queste cose, dovremmo rinunciare alle nostre ambizioni, a viaggiare, alle nostre carriere, alle sponsorizzazioni e alle opportunità che ne derivano?
Correre è il mio lavoro e l’attività che più amo fare. Essere riuscito a trasformare la mia passione più grande nel mio lavoro è qualcosa per cui sono immensamente grato e che cerco di vivere con la consapevolezza di quanto sia un privilegio. Per questo cerco di farlo bene, per me e per gli altri, mettendoci il massimo, e mi piace pensare che questo possa avere un impatto positivo sul mondo.
Per sua natura fare attività sportiva internazionale necessita di viaggiare, cosa che normalmente richiede di bruciare combustibili fossili, i quali a loro volta aggravano la crisi climatica in atto, specialmente se decidiamo di prendere un aereo, una delle attività individuali con il maggiore impatto sulle emissioni. Anche le aziende sportive sono parte del problema, alcune più di altre. Gli atleti sponsorizzati e gli ambassador possono contribuire, in misure diverse, consapevolmente o meno, a un modello di consumo che aggrava a sua volta la crisi climatica.
Dopo anni passati a misurare la mia carbon footprint, recentemente ho smesso di farlo perché non credo che sviluppare sensi di colpa nei confronti di questo problema sia il modo migliore per affrontarlo. Provarci, studiare, fare progressi e a volte sbagliare, accettando di essere imperfetti, è molto meglio che non fare nulla o rischiare che i nostri standard autoimposti o una pressione sociale troppo elevata finiscano per inibire qualsiasi comportamento positivo. Per me è stata fondamentale l’evoluzione dal senso di colpa a quello di responsabilità, e riconoscere quanto quella individuale fosse solo una parte del problema: non tanto per deresponsabilizzarmi e scaricare le mie colpe, quanto per identificare la natura sistemica del problema che necessita di una risposta politica e sociale. Noi, che queste cose le abbiamo a cuore, probabilmente facciamo già parecchi sacrifici anche in termini di sofferenza emotiva.
Mi capita spesso di trovarmi a rivalutare il conflitto interiore che genera in me il fatto di essere un attivista sponsorizzato, sebbene la parola attivista sia passata dal descrivere un’azione politica orientata al cambiamento a essere utilizzata con fastidio e disprezzo per descrivere un atteggiamento moralista. A nessuno piace essere definito un ipocrita, e la paura di esserlo può portarci a cercare una coerenza assoluta tra quello che pensiamo, diciamo e facciamo. Affrontare il problema della crisi climatica significa saper stare nella contraddizione, esserne consapevoli e lavorare per ridurla con azioni efficaci, lasciando perdere i comportamenti performativi utili solo a segnalare da che parte stiamo.

Possiamo invece usare la nostra posizione e la nostra influenza come atleti per spostare le cose nella direzione giusta. Abbiamo una piattaforma e sta a noi scegliere come utilizzarla, quali messaggi contribuire a diffondere. Se smettessi di essere un atleta, rinunciassi a viaggiare, alle sponsorizzazioni, a tutte le opportunità alle quali ho accesso, la mia influenza sarebbe pressoché nulla. Continuare a esserlo mi permette invece di avere un impatto che da singolo individuo probabilmente mai avrei.
Dovremmo anche tutti quanti smettere di parlare per slogan. “È tutto greenwashing”. “Stiamo andando verso l’estinzione dell’umanità”. “E’ sempre accaduto”. “È colpa nostra ma ormai non possiamo farci niente”. “I sacrifici li faccia qualcun altro”. Ognuno sceglie la parte che preferisce e poi il dibattito si ferma lì, privo di qualsiasi efficacia e profondità. Ci limitiamo a postare e ricondividere questi slogan, dimenticandoci che più smettiamo di farli seguire da azioni concrete, più si svuotano di significato.
Esistono dei tradeoff, dei costi e benefici anche per occuparci di questioni climatiche. È importante metterci d’accordo su quali siamo disposti ad accettare: è vero che la crisi climatica è il problema del nostro tempo, però deve convivere con una serie di altri problemi e priorità che abbiamo in quanto società.
Mi sembrano inoltre importanti altri due aspetti del problema. Il primo è che dovremmo cercare una posizione lontana sia dall’integralismo che dal negazionismo, e dai loro claim. Non dobbiamo rinunciare tutte le cose belle della vita, così come non dobbiamo negare la realtà estremamente urgente del problema.
Il secondo è che è importante fare zoom out e renderci conto che correre, fare attività all’aria aperta, prendere l’aereo un paio di volte l’anno non hanno un peso comparabile a quello delle grandi dinamiche che regolano il nostro sistema energetico ed economico, dell’industria dei combustibili fossili, della produzione industriale, dell’agricoltura e dell’uso del suolo, della finanza. Credo sia utile mettere a fuoco i diversi ordini di grandezza.
Ogni estate, verso fine agosto, in concomitanza con l’annuale pellegrinaggio a Chamonix del mondo del trail, si raggiunge una sorta di punto di saturazione. Si percepisce nel pulviscolo che si solleva dai sentieri, nell’odore dei larici arroventati dal sole, nei tavolini affollati lungo l’Arve, nelle ore di attesa al tunnel del Monte Bianco, nei gelati che si sciolgono in mano ai bambini, nella sensazione di vivere in questo tempo dilatato e contemporaneamente effimero in piena crisi climatica.
Il Monte Bianco è sempre lì, indifferente ai calendari, alle gare, alle aspettative, ai nostri programmi, ogni anno un po’ più spoglio, più grigio e forse anche più cupo, con il peso lento degli anni e dei ghiacciai che si ritirano. Ci osserva, mentre torniamo ogni anno con gli stessi sogni e le stesse domande, che poi non sono mai esattamente gli stessi. Sogni minuscoli rispetto alla montagna, al tempo in cui ci troviamo e all’immensità del mondo, ma che ci sembrano abbastanza grandi da portarci ancora una volta fin qui.
Francesco Puppi è nato a Como, corre da quando ha memoria e ha iniziato a fare trail running ancora prima di sapere che fosse uno sport. Negli ultimi cinque anni ha avuto la fortuna di fare l’atleta professionista, cercando di esprimere al massimo il suo potenziale e, allo stesso tempo, lavorando per contribuire a plasmare e far crescere positivamente questo sport per le generazioni presenti e future. Ha una laurea magistrale in fisica ed è co-founder della Pro Trail Runners Association, dove coordina il gruppo di lavoro competition e antidoping.





Grande Franci! Condivido tutto. Nel caso tu non lo conosca, il movimento High Impact Athletes (HIA) puó essere interessante per te e altri atleti che come te hanno a cuore il futuro del nostro pianeta: https://www.highimpactathletes.org/
La loro piattaforma Sport One Carbon Zero (https://www.socz.org/) nasce proprio per rendere l'azione climatica sistemica una componente regolare dell'essere atleti, un po' come oggi é l'anti-doping, e rimuovere la paura di essere ipocriti, spesso il freno maggiore all'agire.