Veleni di guerra, il disastro ambientale in Iran
di Nicolas Lozito
Nei primi giorni di guerra in Iran, ormai due mesi fa, il presagio di sventura aveva già una forma: la pioggia nera che si era abbattuta su Teheran. Dopo i bombardamenti israeliani e americani iniziati il 28 febbraio, sulla capitale iraniana si sono alzate nubi scurissime. L’aria è diventata irrespirabile e in poche ore il fumo si è trasformato in pioggia scura, oleosa, ricca di polveri bruciate, petrolio e gas, che ha riempito le strade lasciando una patina su tutto.
L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha immediatamente dato l’allarme, sostenendo che la “pioggia nera” potesse causare problemi respiratori e irritazioni a occhi e mucose. Non una minaccia paragonabile a un missile che esplode su una palazzina, ma sicuramente il simbolo di una guerra che dura ben oltre le esplosioni.
Nel bilancio quotidiano delle guerre si contano vittime e territori distrutti, persi e conquistati. Negli ultimi anni, però, ci stiamo accorgendo che le guerre hanno enormi effetti sull’ambiente. Con l’Iran è facile capirlo: è l’ennesimo conflitto legato alle risorse naturali e alle infrastrutture energetiche. Secondo l’Osservatorio dei conflitti e dell’ambiente (Ceobs, ente di ricerca britannico) sono stati individuati più di 300 incidenti con possibili implicazioni ambientali tra Iran e Paesi del Golfo nel primo mese del conflitto. Tra i casi segnalati compaiono basi militari bombardate e depositi di carburante incendiati, con conseguenze immediate – come il rilascio di materiali tossici nell’aria – e a lungo termine, con l’accumulo di inquinanti nelle falde acquifere e la distruzione di campi agricoli e zone ad alta biodiversità. L’estrema vicinanza tra infrastrutture energetiche e militari con i centri abitati moltiplica il rischio. Doug Weir, direttore del Ceobs, ha spiegato che l’ente è «a conoscenza degli incidenti ambientali, ma la guerra rende difficile capire l’entità reale dei danni», visto che stime e analisi possono essere realizzate solo da distanza. L’ente lavora con i dati che ricava da articoli, video e post sui social.
Per il Ceobs i fronti “ambientali” del conflitto sono almeno quattro, anche ora che una tregua fragile ha sospeso i bombardamenti. Infrastrutture fossili, ovvero decine di siti di produzione e stoccaggio di petrolio e gas che sono stati colpiti in Iran e nei Paesi del Golfo, e continuano a rilasciare sostanze tossiche. Rischio nucleare, dato dai raid israeliani e americani che hanno colpito gli impianti iraniani, tra cui quelli di Natanz e Bushehr. L’ecosistema marino, per cui imbarcazioni e porti colpiti, oltre allo stazionamento prolungato delle navi nel Golfo Persico (e, in minor parte, nel Mar Rosso) sono fonte di inquinamento e destabilizzazione in una zona ricca di barriere coralline e biodiversità sottomarina. Infine, le infrastrutture civili: nei primi giorni di conflitto i bombardamenti hanno coinvolto edifici civili e impianti industriali, che hanno causato la dispersione di amianto, metalli pesanti e diossine. Secondo il Ceobs, «gli attacchi raramente distruggono tutti i materiali pericolosi presenti nei siti colpiti e possono generare ulteriore inquinamento».
Vanno considerati anche i materiali militari. Per citare un caso simbolo, l’ONG Human Rights Watch (HRW) ha denunciato, il 9 marzo, l’uso di munizioni al fosforo bianco da parte dell’esercito israeliano durante gli attacchi nel sud del Libano. La sostanza, che prende fuoco al contatto con l’aria, è pericolosa nell’immediato ma può causare anche danni permanenti alla salute.
C’è poi il capitolo delle emissioni. La guerra è uno dei peggiori motori a combustione della storia: serve carburante per i mezzi militari, prima di tutto, e poi i bombardamenti sulle infrastrutture energetiche generano gas serra e incendi che bruciano per giorni. Calcolare l’impronta di CO₂ “in diretta” è quasi impossibile, ma abbiamo già delle stime.
Uno studio del think tank Climate Community Institute (CCI) sostiene che solo nei primi 14 giorni di conflitto, le emissioni totali hanno superato le 5 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Per avere dei termini di paragone: più delle emissioni totali dell’Islanda nel 2024, e pari alle emissioni di circa 1,1 milioni di auto a benzina nell’arco di un anno. Per fare un altro tipo di confronto, in Ucraina le emissioni legate ai primi tre anni di conflitto sono state stimate in 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, secondo il team di esperti dell’Initiative on GHG Accounting of War. Poco meno delle emissioni di un Paese come l’Italia in un anno.
Il conflitto in Iran ha mostrato, ancora una volta, la nostra pericolosa dipendenza dalle fonti fossili. Per lo Stretto di Hormuz passa il 20 per cento del petrolio globale, e l’interruzione delle forniture ha causato uno shock economico-energetico in tutto il mondo. Gli effetti a cascata nel breve termine sono stati evidenti: molti Paesi, per sopperire al calo di forniture dal Golfo, ricominciano a fare affidamento sul carbone, la fonte fossile più inquinante. Persino il governo italiano si è detto disposto a riaprire le centrali a carbone, se la crisi dovesse perdurare.

L’unica speranza, su questo fronte, è che il modello delle energie rinnovabili possa conquistare anche i più diffidenti: buona parte dell’indipendenza e la sicurezza energetica oggi può essere garantita da una rete capillare di impianti solari ed eolici. Ci sono esperimenti già di successo: i Paesi del Nord Europa, la Spagna, la Cina o il Pakistan, che in questi mesi hanno sofferto meno dei loro vicini per lo shock energetico. Con conseguenze ovvie anche sulla riduzione di emissioni.
La svolta “rinnovabile”, però, non sarà immediata. La guerra assorbe risorse che non vengono impiegate nella transizione energetica. Secondo un’indagine di Politico, la guerra all’Iran è costata agli Stati Uniti 3,7 miliardi solo nelle prime cento ore di attacchi, 11 miliardi nella prima settimana, circa un miliardo di dollari al giorno fino alla tregua di aprile. Cerchiamo, di nuovo, un’idea di scala: il più grande impianto solare al mondo, il Bhadla Solar Park in India, è costato 1,3 miliardi di dollari, conta 10 milioni di pannelli fotovoltaici e dà energia a oltre un milione di persone. Il costo della guerra è alto anche per chi non è direttamente coinvolto, e costringe i governi a spese non programmate che tutelino i cittadini da rincari e inflazione.
Mentre i costi pubblici crescono, altri attori raccolgono i frutti dell’instabilità. Secondo una stima di Reuters, le due principali compagnie petrolifere americane, Exxon e Chevron hanno beneficiato dell’aumento dei prezzi del petrolio: a marzo hanno guadagnato rispettivamente 5 miliardi di dollari in più, 4 miliardi in più. In base a un’analisi del Guardian le 100 aziende globali più grandi di petrolio e gas hanno guadagnato 30 milioni di dollari all’ora nel primo mese di conflitto in Iran.
L’equazione della guerra, anzi, delle guerre, è una somma di fattori che si accumulano nel tempo. Energia, acqua, ambiente, salute, denaro: un missile che cade su un territorio miete vittime nell’immediato e compromette il futuro dell’area per decenni. Possiamo usare l’espressione “ecocidio”, anche se la sua definizione non è ancora entrata a far parte del diritto internazionale: un danno all’ambiente così grande che mette a repentaglio la natura e i diritti umani. La prima volta che si è usato questo termine era in corso la guerra del Vietnam, quando gli Stati Uniti usarono l’Agent Orange, un composto infiammabile così tossico e duraturo che ancora oggi causa cancri e malformazioni.
Possiamo parlare di ecocidio, o almeno di toxic legacy, l’eredità tossica della guerra, per molti fronti. Alcuni già “freddi”, conserviamo territori come la Cambogia, che ha ancora interi territori da sminare. O altri ancora “caldi”. L’Ucraina, che passerà decenni prima di poter tornare a essere la terra del grano che la sua stessa bandiera celebra: giallo come le coltivazioni, azzurro come il cielo. A Gaza, secondo la FAO, tra l’inizio del conflitto con Israele nell’ottobre 2023 e la fine del 2025, oltre l’86 per cento delle terre agricole della Striscia era stato distrutto. La guerra riesce sempre a superarsi, ad alzare ogni volta l’asticella del disastro un po’ più in alto. Oltrepassa i confini, territoriali e temporali. Siamo in guerra, da sempre in guerra, ancora in guerra. Una guerra contro il mondo.
Nicolas Lozito è giornalista a La Stampa. Scrive la newsletter settimanale sulla crisi climatica Il colore verde. Ha curato diversi podcast sull’ambiente, tra cui Verde Speranza (One Podcast) e Moltitudini (Laterza), e in questo momento conduce il podcast sulla guerra Il Mondo a Pezzi (La Stampa). Insegna alla Scuola Holden di Torino.




