Turismo e cambiamento climatico stanno lasciando a secco le comunità croate
di Tommaso Siviero
La Croazia, un tempo meta da sogno low-cost per centinaia di turisti europei, così economica ormai non lo è più. L’inflazione, unita alla speculazione edilizia, ha portato i prezzi allo stesso livello di molte altre mete europee: addio alle vacanze sostenibili.
Ma a dirla tutta, in Croazia, il turismo sostenibile non lo è mai stato.
C’è un altro aspetto, meno evidente a un primo sguardo, dell’insostenibile pesantezza del turismo. Uno che fa il paio con il cambiamento climatico e che preme sui rubinetti croati: il consumo d’acqua e la crisi idrica cronica che torna ad abbattersi ogni estate sulle coste croate, e in particolare sulle isole.
Turismo e cambiamento climatico non sono i soli responsabili della crisi idrica, sia chiaro. Il tema è complesso, legato tanto alla geografia e alle infrastrutture antiquate quanto a condizioni esterne che aumentano la pressione sulle riserve d’acqua.
Ma andiamo con ordine.
La isole croate punteggiano tutta la costa del Paese balcanico affacciato sul Mar Adriatico. A contarle tutte sono 1244 – un numero impressionante, ma solo 78 di queste possono essere considerate vere e proprie isole. Per il resto si tratta per lo più di isolotti e scogli.
Quelle più grosse sono abitate da tempi antichi. Quasi tutte (con eccezioni notevoli come Krk, ad esempio) hanno una geografia carsica che le porta a essere totalmente prive di fonti di acqua dolce in superficie. Le soluzioni al problema della mancanza d’acqua variano: alcune isole maggiori e vicine alla costa (Hvar e Brač, per esempio) ricevono acqua dolce tramite condotte sottomarine che attraversano l’Adriatico, altre dipendono invece da cisterne private e dai rifornimenti delle navi cisterna.
A questo punto subentra il problema infrastrutturale. Anche le isole connesse con tubature alla terraferma non se la passano bene – gli acquedotti croati sono notoriamente datati e danneggiati. Secondo il rapporto sullo stato del settore dei servizi idrici per il 2024, il 52 per cento dell’acqua transitata dagli acquedotti è stata dispersa nell’ambiente senza arrivare agli utenti finali. Il rapporto – presentato al parlamento croato lo scorso 23 maggio ma non ancora pubblico nella sua interezza – segnala un problema che sta diventando piú serio: nel 2021, l’acqua dispersa si aggirava intorno al 49 per cento.
Insomma, la situazione di suo non è rosea. E quando arriva l’estate le riserve idriche delle isole croate vengono messe ancora piú sotto pressione da due fenomeni: il cambiamento climatico e il turismo di massa.
I modelli climatici più utilizzati dalla comunità scientifica internazionale (il cosiddetto ensemble CMIP5, adottato dall’IPCC) proiettano per la Croazia, nello scenario di emissioni più pessimistico, un aumento progressivo delle temperature medie tra oggi e fine secolo. Entro il 2050, la temperatura salirà tra 1 e 3,5 gradi rispetto alla media storica; entro il 2099, tra 2,7 e 6,4 gradi, con un valore mediano di oltre 4,5 gradi.
Sul fronte delle precipitazioni il quadro è più incerto, ma la tendenza centrale è al ribasso: i modelli proiettano una riduzione progressiva delle piogge annuali, che entro fine secolo potrebbe arrivare a quasi 27 millimetri in meno all’anno nello scenario peggiore. Va detto che l’incertezza è alta e alcuni modelli prevedono addirittura un lieve aumento delle precipitazioni, ma la direzione prevalente è quella della siccità. Il trend è già visibile nei dati storici, dove le isole dalmate (come Hvar) e l’Adriatico del nord hanno visto una netta diminuzione delle precipitazioni.
In sintesi: più caldo quasi certamente, meno pioggia probabilmente, in particolare nei mesi estivi. Per le isole dalmate, data la situazione attuale, anche lo scenario mediano è preoccupante.
Guardando invece al turismo, dati precisi e aggiornati sono difficili da trovare: un’indicazione che il settore non viene particolarmente governato dalle autorità croate, ma lasciato a sé stesso. Uno dei report più completi e recenti è stato stilato nel 2018 dalla Camera di Commercio croata, e indicava che alcune città in località costiere vedono la popolazione aumentare fino al 500 per cento durante il mese di agosto. È chiaro che un divario cosí grande comporti una pressione enorme su infrastrutture pensate per servire piccole comunità locali.
Quel che è peggio è che i due fenomeni raggiungono il picco nello stesso momento. E mentre la stagione turistica rimane principalmente concentrata in un periodo di tempo molto breve, la stagione delle secche si sta espandendo sempre di piú a causa del cambiamento climatico.
Con l’avvicinarsi dell’estate, le compagnie di servizi pubblici e le amministrazioni locali iniziano a lanciare avvisi pubblici per la carenza di acqua. Gli avvertimenti arrivano sempre piú presto: nel 2026 i primi sono stati pubblicati il 29 maggio.
L’obiettivo è quello di sensibilizzare la cittadinanza a evitare sprechi d’acqua e adottare abitudini di risparmio. Ma il risultato è quello di far ricadere la responsabilità per la crisi idrica sulla cittadinanza, mentre gli hotel e le ville private continuano a riempire le piscine.
La situazione non è diversa nel resto del Mediterraneo. In Paesi come Grecia e Italia alcune inchieste giornalistiche hanno fatto luce su fenomeni simili.

Le soluzioni al problema non sono facili.
Il turismo notoriamente concentra i guadagni nelle tasche di pochi privati proprietari di infrastrutture alberghiere, ville, appartamenti o ristoranti. Senza il coinvolgimento dello Stato non è un’attività economica che porta investimenti nelle comunità che ne sostengono invece i costi. La destagionalizzazione viene sempre invocata in situazioni simili, ma nello specifico del turismo croato sembra difficile immaginare di rendere le coste destinazioni appetibili durante i mesi autunnali o invernali.
L’altra soluzione è quella di investire nelle infrastrutture.
Nell’isola di Hvar, lo scorso 22 maggio si sono conclusi i lavori di ristrutturazione della rete idrica dell’isola: uno degli obiettivi dichiarati era proprio quello di ridurre gli sprechi d’acqua. 120 chilometri di tubature sono stati costruiti o ristrutturati. Si tratta di interventi in zone difficili, di conseguenza molto costosi: la spesa totale è stata di circa 77 milioni di euro, ovvero 642mila euro per chilometro. Secondo il piano croato di azione nazionale per la riduzione delle perdite idriche, servirebbero almeno 1,7 miliardi di euro in investimenti nei prossimi 15 anni per ristrutturare adeguatamente le infrastrutture.
Nel frattempo, per gli abitanti delle isole croate la situazione continua a peggiorare e per i turisti la vita continua come se niente fosse.
Tommaso Siviero è un giornalista esperto di Balcani. Per Balkan Insight copre le rotte migratorie nei Balcani occidentali con reportage, inchieste e approfondimenti a cavallo dei confini da Sofia a Trieste, e collabora con altri media italiani ed europei coprendo temi ambientali nella regione. È autore della newsletter settimanale su Substack Balkan Brew.





Il famoso riscaldamento globale che doveva sciogliere i ghiacciai già vent'anni fa' e ora rinominato cambiamento climatico. Già sono millenni che sul pianeta terra assistiamo a cambiamenti climatici. Sono altre le cose che dovrebbero cambiare e non cambiano.