Sulle rinnovabili in Sardegna si è scatenata la tempesta perfetta della disinformazione
di Alessandro Pilo
Un anno fa la Sardegna era finita al centro dell’attenzione mediatica per la diffusa avversione all’installazione di nuovi impianti per le energie rinnovabili. Nel frattempo i riflettori si sono abbassati, ma poco è cambiato, anzi: le questioni irrisolte restano le stesse, e in alcuni casi, si sono persino aggravate. La decarbonizzazione dell’isola continua a essere guidata dal mercato, con benefici ridotti per le comunità locali che ospitano gli impianti. Mentre i politici della maggioranza assumono posizioni contrarie alle rinnovabili non appena mettono piede nell’isola, a Roma il governo Meloni va nella direzione di limitare i poteri delle regioni nella definizione delle aree idonee e taglia drasticamente fondi destinati alle Comunità Energetiche, esempi di transizione virtuosa alternativa a un modello orientato al profitto.
Intanto nei piani del governo la chiusura delle centrali a carbone sarde non è all’orizzonte.
Non mancano le ragioni per criticare la scarsa partecipatività del modello di decarbonizzazione italiano, e l’opposizione alle rinnovabili non è certo un fenomeno esclusivamente sardo. Tuttavia, per una minoranza dell’opinione pubblica isolana particolarmente rumorosa, transizione energetica e speculazione sono ormai diventate due facce della stessa medaglia, e qualsiasi distinguo appare sempre più impopolare o inutile. Non è un caso che nella notte del 4 settembre 2025 nei pressi del paese sardo di Viddalba siano stati dati alle fiamme 5 mila pannelli fotovoltaici. Non era il primo caso di attacchi verso impianti rinnovabili nell’isola, eppure questa volta si è voluto colpire l’emblema di una transizione energetica esemplare: i pannelli, da collocare su un terreno industriale dismesso, senza impatto visivo o sottrazione di aree agricole, sarebbero serviti ad alimentare una comunità energetica. In tanti hanno accolto il gesto con soddisfazione, mentre a parte qualche notevole eccezione, i volti e le associazioni più attive hanno scelto di non esprimersi.
Nonostante alcuni studi abbiano provato a immaginare in Italia una transizione basata quasi esclusivamente sull’uso di aree dismesse e minimizzando il ricorso alle zone agricole, soluzioni di questo tipo per l’influente fronte movimentista non farebbero nessuna differenza dato che, usando le parole di un attivista sardo, «uno stupro rimane uno stupro anche se il carnefice concede alla vittima la possibilità di scegliere il luogo dove consumare la violenza».
L’unione Sarda tra allarmismo e alternative irrealistiche
In passato Facta aveva messo in evidenza il ruolo del gruppo mediatico L’Unione Sarda nella crescente ostilità dei sardi contro le rinnovabili. Da allora il quotidiano non ha cambiato approccio: continua a rappresentarle come una minaccia sociale, ambientale ed economica. Il risultato è una narrazione ansiogena, in cui il lettore viene guidato più dal sentimento di allarme che da un confronto con studi scientifici disponibili o esperti indipendenti. E quando l’esperto viene chiamato in causa, è perfettamente allineato con la narrazione e il tono del quotidiano.
Il caso più emblematico è quello di Maria Giovanna Bosco, ricercatrice di Economia all’Università Politecnica delle Marche. Nelle sue interviste all’Unione Sarda e altre testate, Bosco ricorre a frame marcatamente sovranisti e anti Green Deal (che, seppure imperfetto, sembra funzionare): per Bosco la transizione è una truffa, o addirittura una bolla speculativa alla maniera dei mutui subprime, calata dall’alto da Bruxelles; il fotovoltaico e l’eolico sarebbero tecnologie obsolete e poco innovative (invece il settore delle rinnovabili è in una fase costante di innovazione tecnologica); le rinnovabili farebbero alzare i prezzi dell’energia (in realtà per generare un MWh di energia col gas servono 205 dollari, con l’eolico 60, con il solare 50). Sui social, Bosco rilancia spesso contenuti che orbitano nella galassia della disinformazione climatica, dalla convinzione che la “famiglia nel bosco” sarebbe minacciata da un parco eolico (falso), articoli della Verità in cui eolico e solare vengono definiti non solo inutili, ma addirittura dannosi, altri in cui la soglia di 1,5 gradi di aumento della temperatura media globale rispetto ai livelli preindustriali è considerata completamente arbitraria.
Nel portare avanti la narrazione del “popolo sardo contro le rinnovabili”, L’Unione Sarda non si fa problemi a raccontare come proteste anti-eolico anche mobilitazioni che con l’eolico c’entrano poco. Esemplare l’articolo “La rabbia dei pescatori del Sulcis: No alle pale eoliche, ridateci il nostro mare”. Il titolo farebbe pensare a una protesta dei pescatori contro presunti danni causati da impianti eolici offshore. Peccato che, leggendo l’articolo, si scopra che la loro mobilitazione riguarda invece l’estensione di un fermo biologico e che al momento non esista nessun impianto eolico offshore operante nella zona.
Il quotidiano cagliaritano continua a descrivere l’idrogeno verde come la soluzione ai problemi dell’isola, visto che salverà i sardi dai «poteri forti dell’energia», anche se dimentica di spiegare che nella fase attuale questa tecnologia non sia lontanamente in grado di garantire la decarbonizzazione della Sardegna, che intanto continua ad avere il mix energetico più sporco d’Italia, e tralascia che la sua applicazione su larga scala sarebbe comunque energeticamente inefficiente, avrebbe conseguenze ambientali e dinamiche estrattiviste e speculative potenzialmente peggiori di quelle che vorrebbe combattere.
Un altro cavallo di battaglia dell’Unione Sarda sono le soluzioni smart e green all’avanguardia. Peccato che la maggior parte degli esempi presentati non abbia mai superato una fallimentare fase di test: l’installazione di pannelli fotovoltaici lungo i binari ferroviari era un progetto sperimentale svizzero, riguardava un tratto di soli cento metri ed è già stato bloccato e definito impraticabile dalle autorità ferroviarie elvetiche. Mentre in Francia l’uso di celle fotovoltaiche integrate nell’asfalto si è per ora rivelato un flop: l’energia prodotta era molto meno del previsto e parte del manto stradale solare era talmente deteriorato da diventare irriparabile.
Zelensky, biolaboratori e virus bovini
Sul fronte politico e complottista, il giornalista di punta dell’Unione Sarda ed ex governatore della Sardegna, Mauro Pili, ha trasformato alcuni investimenti nelle rinnovabili in un intrigo internazionale, sostenendo che dietro ci sarebbe addirittura la “longa manus” del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. È vero che l’azienda energetica ucraina Dtek è attiva in Europa nel settore delle rinnovabili, anche in Sardegna. Tuttavia il suo fondatore, il miliardario Rinat Akhmetov, è in realtà un noto oppositore politico del presidente ucraino. Un dettaglio secondario, visto che Pili lo presenta come l’oligarca di Zelensky e insinua senza troppe sottigliezze il coinvolgimento del presidente ucraino: «Zelensky sta a guardare o è complice di questo shopping in terra sarda?». I progetti di Dtek hanno le stesse criticità di molti altri investimenti stranieri sull’isola, ma Pili è riuscito a sfruttare la vicenda in chiave demagogica: mentre l’Italia continua a fornire aiuti e finanziamenti all’Ucraina, quei soldi finirebbero nelle mani degli oligarchi e verrebbero usati per rubare la terra ai sardi.
Le accuse di Pili hanno dato il via a varianti sempre più fantasiose. In alcune, Zelensky starebbe preparando il terreno per trasferirsi in Italia e prendere la cittadinanza italiana, mentre la pista ucraina della speculazione sarda si è fusa con vecchi miti complottisti. In un video da quasi 120 mila visualizzazioni il complottista Franco Fracassi, più volte ospite di Byoblu, “ricostruisce” la vicenda partendo dai sotterranei dell’acciaieria Azovstal (effettivamente di proprietà di Akhmetov prima dell’occupazione russa di Mariupol). Lì, secondo questa versione, si trovava un bio-laboratorio della NATO, poi privatizzato e finito nelle mani di Hunter Biden. Da quel laboratorio sarebbe uscito il virus della dermatite nodulare bovina, attualmente responsabile di un focolaio in Sardegna. Gli allevatori, piegati dalla morte del bestiame, sarebbero costretti a svendere i terreni al miliardario ucraino, che li userà per impianti rinnovabili. In questa ricostruzione infondata c’è spazio anche per teorie cospirative sulle zanzare geneticamente modificate provenienti da una fabbrica di Terni di proprietà di Bill Gates.
La dermatite nodulare bovina (LSD) è una malattia zootecnica endemica dell’Africa sub-Sahariana, arrivata negli ultimi anni anche in varie parti d’Europa. Il primo caso ufficiale in Italia è stato registrato a giugno 2025, in Sardegna. Pur avendo un tasso di mortalità molto basso, i focolai possono portare all’abbattimento di numerosi animali per contenere la diffusione. Contro la LSD esistono vaccini efficaci e non ci sono prove che delle aziende energetiche abbiano sfruttato la situazione per acquisire terreni. Eppure questa teoria, già ripresa anche da Marco Rizzo, è uscita ormai dai circuiti online ed è approdata nel mondo reale, unendosi tra l’altro al sentimento antivaccinista. L’8 agosto nell’anfiteatro di Macomer si è tenuto un evento dal titolo eloquente: “La Sardegna tra speculazione energetica e dermatite bovina”. Sul palco, amministratori locali, volti noti del movimento anti-rinnovabili e a moderare l’ex direttore dell’Unione Sarda Antonangelo Liori, lo stesso che qualche tempo fa tuonava su Facebook contro l’indottrinamento dei bambini con le pale eoliche Lego, e che prima dell’evento in questione denunciava i protocolli vaccinali per controllare l’epidemia di dermatite bovina, a suo avviso mossi dagli interessi di Big Pharma.
Lati oscuri del green, invisibile normalità del fossile
Una buona parte della disinformazione climatica nasce dal basso, dentro gruppi Facebook come Coordinamento Gallura contro la speculazione eolica e fotovoltaica, o attraverso pagine locali come Gigantes. È qui che molti sardi maturano una visione estremamente negativa delle rinnovabili, non più legata alle modalità della transizione energetica, ma un rifiuto ideologico del suo principio. In questi spazi le tecnologie green vengono raccontate attraverso incendi, incidenti e “lati oscuri”, spesso con esempi pescati dall’altro capo del mondo. A far da collante è una critica selettiva: mentre ogni possibile difetto delle rinnovabili viene amplificato, l’economia legata ai combustibili fossili resta sullo sfondo come una normalità neutra che non disturba, nonostante i suoi impatti siano più immediati e visibili. Forse il giornalista Ferdinando Cotugno nella sua newsletter Areale ha colto un punto cruciale dietro questo doppio standard: la storia del fossile in Italia è una storia urbana e le sue zone di sacrificio, centrali, raffinerie, aree industriali, sono state relegate nelle periferie delle città. Con le rinnovabili, invece, una parte d’Italia rurale che si è sentita per decenni marginale si ritrova improvvisamente al centro di nuovi interessi, senza essere preparata al cambiamento.
Una roadmap per la Sardegna?
Una recente analisi di YouTrend restituisce un quadro articolato del rapporto tra Sardegna e rinnovabili, lontano dall’idea di un’isola compatta nella sua avversione alla transizione energetica. Da un lato, il 68 per cento dei sardi si dice favorevole alle energie rinnovabili e solo il 30 per cento guarda con simpatia alle fonti fossili. Dall’altro, quando la domanda si fa concreta, installare o meno le pale eoliche, le certezze vacillano: il 53 per cento si dichiara contrario.
Ma se la transizione viene raccontata nel modo giusto, se diventa una storia di diritti, opportunità e appartenenza, l’opinione pubblica sarda sembra disposta ad ascoltare. L’indagine ha messo in evidenza quali sono le narrazioni in grado di far cambiare la percezione dei sardi: l’energia prodotta deve tornare prima di tutto alla Sardegna, non essere solo esportata altrove; i benefici economici, come sconti in bolletta, devono ricadere sulle comunità che ospitano gli impianti; le rinnovabili devono portare formazione, lavoro e non solo cantieri temporanei; infine dev’essere riconosciuto il potenziale di orgoglio: la possibilità che la Sardegna diventi un’avanguardia, un laboratorio eolico ed energetico capace di guidare l’Italia. Si potrebbe ripartire da qui per ricostruire un rapporto di maggiore fiducia. E creare le condizioni affinché le narrazioni catastrofiste e complottiste contro le rinnovabili perdano presa su una parte dell’opinione pubblica sarda.
Alessandro Pilo è un giornalista freelance. In questi anni ha collaborato per VICE, Altreconomia, La Stampa, Wired, The Post Internazionale e Focus. Si occupa di politica, società, sottoculture e vita ai tempi dell’emergenza climatica.





