«Abbiamo bisogno del nucleare civile perché è fonte di progresso, prosperità e indipendenza»: queste sono le parole con cui il presidente francese Emmanuel Macron, lo scorso marzo, a Parigi, ha aperto il vertice mondiale sull’energia nucleare.
In Francia il nucleare civile è una costante, un tema centrale di campagne politiche e dibattiti cittadini. Con il secondo mandato di Macron (ormai al termine), il tema è diventato d’importanza fondamentale. Il presidente, infatti, nel 2017 prevedeva di proseguire sulla scia della legge sulla transizione energetica approvata dall’ex presidente Hollande, che mirava a ridurre al 50 per cento la quota del nucleare nella produzione di energia elettrica entro il 2025. Dal 2020 il suo approccio è però cambiato. «Il nucleare è fondamentale per conciliare l’indipendenza energetica e, dunque, la sovranità energetica, la decarbonizzazione e, di conseguenza, la neutralità carbonica entro il 2050, nonché la competitività», affermava al vertice sull’energia nucleare.
Oggi il parco nucleare francese si compone di 18 centrali nucleari, con 57 reattori. Di questi, 56 sono ad acqua pressurizzata (PWR), e un reattore è di tipo EPR (European Pressurized water Reactor). Quest’ultimo reattore, presente sul sito di Flamanville, in Normandia, è diventato il simbolo di un’odissea nucleare: il cantiere venne allestito nel 2007, con l’obiettivo di attivare il reattore entro il 2013, ma diversi problemi e riparazioni ne hanno invece ritardato la costruzione e fatto aumentare i costi. Il reattore EPR di Flamanville è entrato in azione 17 anni dopo, per un costo complessivo di 19,1 miliardi, ma si trova ancora oggi in una fase iniziale di rodaggio.
Lo scorso anno, l’energia nucleare in Francia rappresentava solo una parte del mix energetico nazionale, e «la maggior parte del bouquet energetico dipende ancora da fonti fossili, da cui alcuni settori dipendono in modo particolare, come quello dei trasporti», spiega ad A Fuoco Myrto Tripathi, fondatrice della ONG Voix du Nucléaire. I dati ministeriali mostrano in effetti che nel 2024 le energie fossili rappresentavano ancora il 57 per cento del consumo totale di energia in Francia (rispetto al 65 per cento del 2011) e quasi il 65 per cento delle emissioni nazionali di gas serra.
Nel settore specifico dell’energia elettrica, però, il nucleare pesa molto più del fossile. «La produzione varia a seconda del vento, dell’irraggiamento solare e di altri fattori ambientali, ma secondo gli ultimi dati, il 65 per cento della produzione di energia elettrica è di origine nucleare», precisa Tripathi. Nel 2024, l’energia elettrica prodotta dalle rinnovabili è stata stimata invece al 31,3 per cento.
L’ONG di Myrto Tripathi ha un obiettivo concreto: «far riconoscere il ruolo e il contributo energetico del nucleare nella transizione energetica verso un’economia a basse emissioni di CO₂, al pari delle altre fonti energetiche a basse emissioni, come l’eolico e il solare». Per Tripathi, «l’idea non è quella di sostituire le energie l’una all’altra, ma neanche di demonizzare il nucleare», poiché, secondo la fondatrice di Voix du Nucléaire «è assolutamente indispensabile alla transizione ecologica» (cioè la trasformazione di un sistema non sostenibile in un modello sostenibile per il pianeta), non solo per la Francia.
Questa tesi si spiega con il basso impatto dell’energia nucleare. Poche emissioni non significa però “zero emissioni”. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, la produzione di energia nucleare non genera emissioni come altri tipi di energia, ma questo non è più vero se si calcola il suo intero ciclo di vita, dall’estrazione dell’uranio, al suo arricchimento (un processo fondamentale nel nucleare), il trasporto e lo smaltimento dei rifiuti nucleari. Nonostante ciò, secondo Tripathi, oggi l’energia nucleare «è la sola energia a basse emissioni che è in grado di rimpiazzare il fossile».
Diversa è la posizione di Jean-François Julliard, direttore dell’organizzazione France Nature Environnement. «Noi difendiamo una transizione ecologica senza energia fossile e senza energia nucleare. Crediamo in una sobrietà energetica, dobbiamo cioè imparare a sprecare meno energia, e in un mix di energie fatto al 100 per cento di energie rinnovabili», dichiara il direttore ad A Fuoco. In Francia, continua, «abbiamo la fortuna di avere una grande varietà di fonti di energia: l’idroelettrico, l’eolico, il solare e il geotermico. È ovvio che l’uscita dal nucleare non si realizzerà da un giorno all’altro, ma credo sia importante lavorare in questa direzione».

«Siete degli ecologisti un po’ utopistici», è l’accusa che Jean-François Julliard e la sua organizzazione hanno sentito ripetersi per anni quando sostenevano un futuro elettrico composto al 100 per cento da energia rinnovabile. «In realtà negli ultimi cinque anni diversi studi hanno provato la fattibilità di scenari 100 per cento rinnovabili, uno fra i tanti è il report del Réseau Transport Electricité (RTE)». Nel 2021 RTE, l’operatore del sistema di trasmissione dell’elettricità del Paese, ha infatti pubblicato uno studio che dimostra la fattibilità di una rete elettrica 100 per cento rinnovabile da qui al 2050. «Certo, abbiamo bisogno di un’evoluzione della tecnologia attuale», specifica Juillard. Questo scenario renderebbe la Francia indipendente, almeno dal punto di vista elettrico.
Anche Lucile Schmid, presidente del gruppo di riflessione La Fabrique Écologique, si definisce come «assolutamente favorevole» alle energie rinnovabili che, secondo lei, sono state in parte trascurate in Francia a causa della storica produzione elettrica nucleare. «Quello che abbiamo notato è che in Francia esiste una difficoltà a trovare un consenso nel dibattito pubblico sul mix energetico. Nell’estrema destra si parla di una dipendenza totale dal nucleare. Al centro invece il gruppo presidenziale è più pro nucleare che pro rinnovabili, ma sa che le rinnovabili sono comunque fondamentali. E poi c’è la sinistra, tendenzialmente pro-rinnovabili e che esita sul nucleare». Insomma, se in Francia per lungo tempo il nucleare creava consenso, oggi il dibattito è spaccato. Secondo Schmid questo dibattito è stato portato alla luce dei riflettori con il blocco dello stretto di Hormuz, perché «l’opinione pubblica francese si è resa conto di quanto il Paese dipenda ancora troppo dagli idrocarburi».
L’indipendenza dagli idrocarburi, per Lucile Schmid, come per Myrto Tripathi, è raggiungibile solo grazie a un mix energetico. «Il nucleare da solo non può assolutamente garantire alla Francia un’indipendenza elettrica o tanto meno energetica», spiega ad A Fuoco la presidente de La Fabrique Écologique. Bisogna infatti considerare che il nucleare dipende dai reattori che producono energia (la cui costruzione è molto lunga), ma anche dall’estrazione e dall’importazione dell’uranio (inesistente in Francia).
Nonostante ciò, Myrtho Tripathi sostiene una produzione di nucleare in Europa. «L’Italia come la Francia ha le competenze per diventare un gran paese nucleare. La Francia è un esempio perché ha sul suo territorio la proprietà intellettuale, i centri di ricerca, le formazioni e gli strumenti industriali per produrre energia nucleare. L’unica eccezione è l’acquisizione di uranio, ma il paese detiene delle miniere all’estero». La Francia non ha formalmente delle miniere statali fuori dal Paese, ma tramite il gruppo nucleare pubblico Orano si assicura l’approvvigionamento di nucleare soprattutto dal Niger (da cui deriva un quinto dell’uranio). Una posizione che non è appoggiata da Lucile Schmid: «la costruzione di centrali troverebbe sicuramente l’opposizione dei cittadini che abitano le zone dove si impianterebbero i reattori e dobbiamo considerare anche che la rete nucleare italiana sarebbe da costruire da zero, il che ovviamente richiede tanti, troppi, anni di cantiere».
Veronica Gennari è giornalista corrispondente a Parigi. Si interessa di attualità francese che segue per Skytg24, Radio24 e Radio Popolare. È esperta anche di rotte migratorie e zone di conflitto, dove ha svolto reportage per la televisione franco-tedesca Arte.




