Si può fotografare la crisi climatica?
di Elisabetta Zavoli
Viaggiare in treno – nonostante ritardi e disservizi – è decisamente la modalità di trasporto che preferisco, non solo perché climaticamente più sostenibile di altre, ma anche perché è quasi sempre un’esperienza antropologica esaltante. L’ultimo viaggio che ho fatto è stato la settimana scorsa, di ritorno da un servizio in Calabria. La carrozza era piena, e per la velocità il treno sembrava quasi volare sulle rotaie. La mia attenzione è stata prima rapita dalle unghie lunghissime e decorate dell’adolescente seduta di fronte che ticchettavano instancabili sullo schermo di uno smartphone, poi dall’odore di disinfettante della donna appena uscita dal bagno, quindi dalla voce alterata dell’uomo al telefono che ci ha tenuto a far sapere a tutta la carrozza come la sua squadra sportiva fosse stata ingiustamente esclusa dal torneo. Infine il mio sguardo si è posato sul finestrino, oltre il quale il paesaggio scorreva incorniciato come nei fotogrammi della sequenza The horse in motion di Eadweard Muybridge.
Ho allora pensato che le persone stipate nel vagone mobile – me compresa – potessero essere una perfetta metafora dell’umanità di oggi: tanti microcosmi ripiegati su sé stessi in grado di percepire – come attraverso i finestrini di una carrozza – solo una porzione della realtà che li circonda, una piccola porzione circoscritta nel tempo e nello spazio.
Da questa posizione, è possibile vedere la crisi climatica e, quindi, fotografarla?
Per poter dare una risposta di senso occorre prima intendersi su cosa sia la “crisi climatica”. Nel libro Iperoggetti – pubblicato in Italia nel 2018 da Nero – il filosofo britannico Timothy Morton parla del riscaldamento globale come appunto dell’iperoggetto per eccellenza, cioè di un fenomeno la cui caratteristica principale è proprio quella di esistere in dimensioni spazio-temporali troppo grandi perché possa essere visto o percepito, in maniera diretta e completa, dall’essere umano.
Scientificamente parlando, la crisi climatica è un sistema complesso. Significa che tutti gli elementi che lo compongono (atmosfera, idrosfera, criosfera, litosfera e biosfera) sono così profondamente connessi e interagiscono tra di loro in maniera non lineare e con soglie, che il sistema stesso non è prevedibile osservando le singole parti. Queste caratteristiche implicano che le risposte ecologiche non sono sempre proporzionali alle azioni umane e che gli interventi di mitigazione in un luogo possono non compensare affatto gli impatti che si verificano in altri luoghi. In soldoni, è come osservare un grande arazzo: se tiriamo un filo (cioè togliamo un elemento) rischiamo di creare un buco nella trama, e quella perdita altera l’equilibrio di tutti gli altri intrecci.
La domanda iniziale dovrebbe quindi essere riformulata in questo modo: è possibile raccontare visivamente un sistema complesso? Dobbiamo cioè capire se il mezzo fotografico abbia questa capacità e come.
Indubbiamente, la visione è il senso dominante nell’essere umano. Fotografare significa quindi esercitare un atto di grande potere: quando scegliamo cosa mettere dentro l’inquadratura e cosa lasciare fuori, da che altezza scattare, quanto avvicinarci, stiamo prendendo una posizione ben specifica sul mondo. Stiamo affermando uno sguardo.
Oggi, molt* fotograf* si occupano di tematiche ambientali, perché queste sono diventate ormai imprescindibili in qualunque narrazione. Mentre, da un lato, l’aumento di voci narranti è essenziale per raccontare la crisi climatica, dall’altro il pericolo è che quando questi argomenti vengono trattati solo da una certa parte di mondo, oppure senza la giusta consapevolezza e motivazione, si possano creare dei bias interpretativi o si riduca tutto ad vuota ricerca estetica.
Penso che la crisi climatica, infatti, sia anche figlia di una crisi della narrazione visiva. Dalla nascita della fotografia, e soprattutto nell’ultimo secolo, lo storytelling visivo globale è stato quasi esclusivamente appannaggio di una certa parte di mondo (prevalentemente occidentale, bianca, di genere maschile) che ha ignorato quasi completamente la scienza e l’ontologia indigena e proposto solution stories che hanno continuato a promuovere quel sistema coloniale che ancora oggi domina i rapporti tra le comunità umane e con il mondo più-che-umano. Quando sento e vedo servizi che parlano di “soluzioni alla crisi climatica”, come ad esempio storie sulle innovazioni tecnologiche per diminuire la concentrazione di gas clima-alteranti in atmosfera senza dover cambiare di una virgola i consumi del nord del mondo, la domanda che mi sorge spontanea è: “soluzioni…. per chi?”.
La distruzione dell’equilibrio del sistema Terra passa attraverso storie di disconnessione ed estrattivismo che plasmano il pensiero di chi consuma e di chi vota, e che si riflette nelle politiche e nei governi che salgono al potere. Per proteggere il nostro pianeta dobbiamo cominciare con il cambiare le storie che raccontiamo riguardo a esso.
Ad esempio, l’idea che possiamo ristabilire l’equilibrio compensando ciò che abbiamo preso, come piantare alberi in un luogo per bilanciare le emissioni da deforestazione che si verificano altrove, si basa su una ingannevole presunzione di simmetria, cioè sulla convinzione che ciò che prendiamo dalla Natura possa essere equamente restituito. In realtà, la compensazione delle emissioni di carbonio può mitigare i gas serra globali, ma non potrà mai ripristinare la struttura e la funzione ecologica di un sito degradato o la perdita di biodiversità.

La visione della Natura come capitale naturale continua invece a rafforzare una concezione utilitaristica del mondo in cui gli esseri umani gestiscono gli ecosistemi secondo la logica del valore monetario, invece che riconoscersi all’interno di una rete di relazioni di co-dipendenza.
Questa prospettiva trascura il fatto che un sistema ecologico complesso ci offre molto di più dei servizi ecosistemici e del benessere psicofisico. La rete di vita, a cui anche noi siamo interconnessi, è enormemente più importante di ciò che possiamo prendere e restituire al sistema, all’interno di una logica compensativa. Questa rete di relazioni viventi è, semplicemente, ciò che mantiene vivo questo pianeta.
Serve quindi uno storytelling che racconti queste relazioni, che metta in luce i fili (invisibili) che legano il clima alla giustizia di genere, alla scienza indigena, ai sistemi alimentari, alla conservazione del mondo più-che-umano. Riconoscere queste connessioni cambia il modo in cui comunichiamo le questioni ecologiche e climatiche e può influenzarne il loro futuro.
La crisi climatica è un oggetto complesso. Fotografare la complessità è impossibile se lo si permette solo a una certa porzione di mondo. Il problema non è quindi tanto lo spazio che si lascia alle questioni climatica ed ecologica nella narrazione globale, ma soprattutto a chi le si lascia raccontare. Si può restituire la complessità solo favorendo narrazioni diverse provenienti da una ricca biodiversità di sguardi. Occorre cioè coltivare una visione ecosistemica, in grado di riconoscere e raccontare che anche l’essere apparentemente più marginale ha un ruolo fondamentale.
Abbiamo bisogno di una fotografia che ascolti prima ancora di guardare, che non riduca la Natura a scenario, a backdrop delle storie di esseri umani, ma che tenti di favorire prospettive altre, con la consapevolezza che ogni immagine è sempre contemporaneamente una scelta e una responsabilità.
Elisabetta Zavoli è fotografa documentarista ambientale e National Geographic Explorer. È laureata in Scienze Ambientali a Bologna e ha conseguito un master in Fotogiornalismo a Milano. Ha vissuto per dieci anni all’estero di cui sei anni a Giacarta. Ha ricevuto diversi grant per il giornalismo indipendente con cui ha potuto realizzare inchieste complesse all’intersezione tra ambiente, economia, cultura e società.





Sono d’accordo dottoressa ma questa visione può essere vista come valore o meno negli occhi di chi guarda. Sarebbe già tanto riuscire a far capire che erodendo i servizi ecosistemi rischiamo di raggiungere punti di non ritorno che ci precluderebbero un ripristino. Già un lucido utilitarismo di lungo periodo sarebbe il benvenuto….