Raccontare la fine del mondo
di Francesca Ippoliti
Il rapporto tra l’uomo e la natura è alle origini stesse della nostra letteratura. La prima poesia italiana di cui si conosce l’autore è il Cantico delle creature di Francesco D’Assisi, nel quale si celebra la grandezza divina proprio attraverso gli enti naturali, intesi come diretta manifestazione d’amore per l’uomo. Nel testo si rende grazie alla divinità per ciascuno di essi ma anche, secondo un’altra lettura, per mezzo di essi: come se il sole, la luna, le stelle, il vento, l’acqua, il fuoco, fossero di per sé una forma di lode, sfumature diverse di un unico canto. Allo stesso modo, assumendo una prospettiva d’insieme, si ringrazia la divinità suprema per madre Terra, che ci «sustenta et governa», cioè ci fornisce il sostentamento e ha potere su di noi – con i suoi frutti, i suoi fiori, le sue erbe.
Ma che cos’è davvero la natura? Si tratta di una questione che, se a prima vista può sembrare immediata, è in realtà abbastanza complessa da sciogliere, specialmente se dal campo delle semplici intuizioni si passa a quello del pensiero strutturato. La natura sarebbe forse un insieme di elementi, per esempio gli alberi, i fiumi, gli animali? E l’uomo ne fa parte o si limita ad attraversarla, e magari a dominarla? Vale la pena semplificare la questione aggiungendo la variabile tempo e provando a riformulare. Chiediamoci dunque: che cos’è stata la natura per l’uomo nei secoli passati e cos’è invece oggi?
Con il mutare delle condizioni storiche, la relazione tra uomo e natura è stata intesa, immaginata e narrata nelle forme più diverse. Secondo una visione antropocentrica che si è affermata nell’età moderna (soprattutto in Europa, prima con le guerre coloniali e poi con la rivoluzione industriale), in tale relazione l’uomo ha sempre avuto, o si è illuso di avere, il coltello dalla parte del manico. Così la natura è stata di volta in volta un fondale per le azioni umane, una fonte inesauribile di risorse, magari anche la prova dell’esistenza di un dio che ci avrebbe scelti come creature privilegiate. In epoca romantica è diventata lo specchio di un sentimento e una fonte di conforto: sorella d’inquietudine, pace che rinfranca, la natura in quest’ottica sembra esistere per l’uomo, è al suo servizio. L’uomo sarebbe dunque al di là e al di sopra della natura, qualcosa di radicalmente separato da essa e dalle altre forme di vita, al punto da non potersi riconoscere come semplice animale tra gli altri animali.
I rapporti di forza, però, stanno cambiando, e con essi anche la nostra capacità di parola e di sguardo: ché da sempre il nostro modo di osservare e di esprimerci è determinato dall’equilibrio tra forze diverse, cioè da come è distribuito il potere. Gli antichi sapevano bene che le forze naturali potevano cambiare il corso di un’intera civiltà, se non almeno di una vita: proprio per questo riconoscevano loro capacità di azione e le veneravano come divinità. Oggi questo sapere antico, che era stato messo da parte per secoli, sta tornando: si pensi ad esempio al provocatorio riconoscimento di personalità giuridica ai fiumi, avvenuto per la prima volta nel 2017 in Nuova Zelanda.
In generale alla natura viene finalmente riconosciuto un ruolo attivo sia nella percezione comune che nelle arti. Questo mutamento deve molto a un fenomeno preciso, cioè alla diffusione capillare della consapevolezza dei rischi ecologici. Ovviamente tale consapevolezza condiziona il nostro modo di fare letteratura: non si tratta più soltanto di approfondimenti tematici in certe zone nascoste della produzione letteraria, per esempio nella sci-fi anglo-americana, ma di un sapere diffuso che attraversa i generi, insinuandosi anche nei canali mainstream. Del resto, da quando il mondo è mondo, l’uomo ha sempre raccontato la propria fine, probabilmente perché solo dalla prospettiva della fine è possibile trovare senso e forma. Un esempio lampante è il racconto dell’Apocalisse, ma si pensi anche ai miti del diluvio, presenti in forme diverse e in culture lontanissime. Queste narrazioni sono interessanti perché testimoniano dell’esistenza del pensiero della fine già dalle nostre origini, come se di queste ultime fosse l’inevitabile rovescio.
La nostra specie ha infatti una lunga consuetudine con il racconto della propria rovina. E tuttavia, oggi la prospettiva della rovina non è più allontanata in un tempo remoto, ma è incredibilmente ravvicinata, a un passo da noi, e si configura secondo una forma precisa. Non viene più rappresentata come punizione divina, o come invasione aliena, e nemmeno come risultato di un evento avverso imprevisto e senza colpevoli, ad esempio l’impatto con una tempesta di meteoriti. Attualmente, quando si racconta il disastro, si sceglie di rappresentare il disastro ambientale, cioè la fine dell’uomo per colpa dell’uomo stesso, il quale a furia di interventi dissennati distrugge l’habitat necessario alla propria sopravvivenza. La produzione letteraria più significativa in questo senso è sicuramente di area anglo-americana, e deve molto alla fantascienza, ma in tutta la letteratura mondiale si registrano opere significative che appartengono ai generi più diversi. Si consideri ad esempio il successo riscosso dalla climate fiction, etichetta con cui ci si riferisce a quei romanzi che si concentrano principalmente sul cambiamento climatico.
Il modo in cui si decide di raccontare il disastro dice qualcosa di chi siamo e di quello che vorremmo essere. Più in generale, non c’è niente che racconti una civiltà come la sua idea di futuro. Per questo motivo, è importante interrogarsi su come vengono narrati oggi il disastro ambientale e il presentimento di una possibile fine del mondo. In particolare, qual è il ruolo di tali narrazioni rispetto al fenomeno che è il loro oggetto? Facendo un salto in avanti, e andando alla domanda più stringente: la soluzione al cambiamento climatico è possibile e, qualora lo fosse, pertiene solo alla scienza? Insomma, l’arte e la letteratura sono ormai vuoti orpelli, un prodotto come un altro nell’odierna società di massa, e nulla possono di fronte all’emergenza ambientale?

Chiunque scriva ha avvertito almeno una volta la vertigine del vuoto, il senso profondo dell’inattualità della letteratura di fronte a una società così mutata e a rivoluzioni davvero enormi, e senz’altro chiunque almeno una volta si è risposto che scrivere non serve a niente. E tuttavia, qui arriva in nostro soccorso Carla Benedetti con un libro bellissimo e dal titolo veramente significativo: La letteratura ci salverà dall’estinzione. La studiosa riesce dove molti altri si accontentano di fallire: e cioè unire alla consapevolezza della fine una prospettiva di speranza, che non sia ottimismo ingenuo ma agguerrita, drammatica, quasi rissosa rivolta a un destino di morte. Perché Benedetti ci parla di due parole profetiche, di due modi cioè di raccontare il futuro: una che lascia le cose come sono, ancorandoci all’oggi, e un’altra invece che suscita cambiamenti, perché fa leva sul mutamento profondo delle strutture mentali dell’uomo.
In questo senso, o meglio affinché un senso ancora esista, e possa animare e orientare le nostre vite, la letteratura può e deve salvarci dall’estinzione. Promuovere la consapevolezza non è più un obiettivo sufficiente: molto spesso anzi, più le predizioni sono presentate come senza speranza, più il lettore viene anestetizzato rispetto ad esse, poiché appaiono nella forma di sentenze inappellabili, magari avvolte di sensazionalismo. Lo scopo è invece quello di favorire una rivoluzione concreta dell’uomo nell’uomo, andando al di là del semplice annuncio di un pericolo imminente e apparentemente inevitabile. Solo attraverso la letteratura, secondo un’immagine che la studiosa riprende dal filosofo tedesco Günther Anders, possiamo divenire “acrobati del tempo”, cioè metterci nei panni di chi vivrà dopo di noi, calandoci in una paradossale contemporaneità di passato, presente e futuro. Il valore della letteratura è dunque nel suo essere visionaria, cioè nel produrre quelle visioni che sole possono cambiare il mondo. E insomma – chiosiamo noi – la sua validità consiste nel saper sfondare i limiti del tempo: perché la speranza è questione di sguardo, e per guardare sul serio bisogna astrarsi e immaginare – riscrivere tutto dall’inizio alla fine.
Francesca Ippoliti è nata a Napoli e vive a Roma, dove lavora come insegnante. Dopo la laurea a Siena si è addottorata in Letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, in cotutela con l’Université de Lausanne. Si occupa di letteratura contemporanea, in particolare di stilistica e di ecocritica. È autrice della monografia La metrica di Eugenio Montale da “Ossi” a “Bufera”(ETS 2024, Premio per la giovane critica “Dino Garrone” 2025) e di due raccolte di poesie, La linea del davanzale (pordenonelegge-LietoColle 2019, Premio “Anna Osti” 2019) e Appunti per una storia (prefazione di Paolo Maccari, Vydia, 2026).




