L’insostenibile leggerezza di una maglietta a cinque euro
di Federica Gasbarro
Avete presente quella scarica di dopamina che si prova davanti allo schermo dello smartphone mentre scorriamo l’ultima collezione “flash” di un colosso dell’e-commerce cinese? Un top a quattro euro, un paio di jeans a dodici, una giacca che sembra uscita da una sfilata di Parigi, ma costa quanto un aperitivo in centro. In quel momento, l’acquisto appare come una democratizzazione della bellezza: la possibilità per chiunque di partecipare al grande gioco della moda senza svuotare il conto in banca. È proprio qui, in questo clic apparentemente innocuo, che si chiude la trappola.
Ci hanno insegnato a chiamarla fast fashion, ma oggi dovremmo forse aggiornare il vocabolario e parlare di “moda usa e getta” o, peggio, di “moda fossile”. Perché dietro quel prezzo irrisorio non c’è un miracolo dell’efficienza logistica, ma un’esternalizzazione massiccia di costi ambientali e sociali che il pianeta non è più in grado di assorbire. La domanda che dovremmo porci non è quanto costi a noi quel capo, ma quanto stia costando alla nostra salute e alla Terra. E la risposta, dati alla mano, è drammatica.
Per capire l’entità del problema, dobbiamo guardare dove i nostri occhi solitamente non arrivano, nelle piantagioni e nelle fabbriche del Sud-est asiatico, dove c’è un detto: «Per scoprire quali saranno i colori della prossima stagione, basta guardare i colori dei fiumi».
Secondo i dati del Parlamento europeo, la produzione tessile è responsabile di circa il 20 per cento dell’inquinamento globale dell’acqua potabile. Un dato che diventa carne e sangue se pensiamo al fiume Turag, in Bangladesh: un ecosistema oggi al collasso a causa dello sversamento di detergenti, coloranti e PFAS (sostanze chimiche usate per impermeabilizzare i capi) che finiscono direttamente nelle acque utilizzate per l’agricoltura locale.
Ma non è solo una questione di chimica di sintesi; è una questione di sete. Secondo una stima citata dal Parlamento europeo, per fabbricare una singola maglietta di cotone occorrono ben 2.700 litri di acqua dolce. Per dare una proporzione: è lo stesso volume che una persona media beve in due anni e mezzo. Nel 2020, per soddisfare la fame di vestiti di ogni singolo cittadino dell’Unione europea, sono stati necessari in media nove metri cubi di acqua e 400 metri quadrati di terreno.
E se il cotone beve, il sintetico inquina in silenzio. Oltre il 60 per cento delle fibre tessili oggi utilizzate sono sintetiche (poliestere, nylon, acrilico) derivati diretti della raffinazione del petrolio. Come evidenziato da Greenpeace e dal Parlamento europeo, queste fibre sono mine antiuomo ambientali: un singolo carico di bucato di abbigliamento in poliestere può rilasciare fino a 700 mila microfibre di plastica. Ogni anno, mezzo milione di tonnellate di queste microplastiche finiscono sul fondo degli oceani, risalendo la catena alimentare fino ad arrivare nei nostri piatti.
Ci stiamo, LETTERALMENTE, mangiando i nostri vecchi vestiti.
Il modello della fast fashion non si limita a produrre troppo e male; si basa sull’idea che il vestito sia un bene deperibile. Negli ultimi vent’anni, la produzione globale di indumenti è raddoppiata, mentre la durata media del loro utilizzo è diminuita del 36 per cento. Compriamo il 60 per cento di vestiti in più rispetto al 2000, ma li conserviamo per la metà del tempo.
E quando ce ne liberiamo? Qui la narrazione del riciclo mostra tutte le sue crepe. Solo l’1 per cento degli abiti usati viene effettivamente riciclato in nuovi capi. Il resto? Greenpeace denuncia che ogni secondo, nel mondo, un camion di indumenti viene bruciato o mandato in discarica. Una parte enorme di questo surplus viene esportata verso i Paesi del Sud del mondo sotto forma di “aiuti” o stock di seconda mano.
Ad Accra, in Ghana, nel mercato di Kantamanto, questi vestiti vengono chiamati obroni wawu: “i vestiti dell’uomo bianco morto”. I locali trovano inconcepibile che qualcuno si liberi di capi nuovi solo per noia, dunque pensano che il proprietario debba essere deceduto. Ma la realtà è più cinica: circa il 40 per cento di ciò che arriva è già rifiuto tessile, di qualità così infima da essere invendibile. Il risultato sono le immagini apocalittiche della discarica nel deserto di Atacama, in Cile, dove montagne di abiti con l’etichetta ancora attaccata soffocano uno degli ecosistemi più fragili del mondo, o gli incendi tossici nelle periferie di Nairobi.

Sarebbe un errore pensare che questo sia un problema esotico, lontano dai nostri confini. La crisi climatica morde forte proprio qui. Secondo i dati diffusi da Legambiente, la temperatura media in Italia è aumentata di 2,4 gradi Celsius rispetto all’era preindustriale, un valore quasi doppio rispetto alla media globale (+1,3°C). Solo nel 2023, gli eventi meteorologici estremi nel nostro Paese sono aumentati del 135 per cento, secondo i dati di Legambiente.
L’Italia, e in particolare la Lombardia, si trova in una posizione paradossale. Da un lato, la Lombardia contribuisce per il 33 per cento al fatturato nazionale del settore tessile, un pilastro della nostra economia. Dall’altro, è la regione più colpita dagli eventi climatici estremi (il 10 per cento del totale nazionale tra il 2010 e il 2023). Milano è diventata l’epicentro di ondate di calore e piogge torrenziali che sono la risposta fisica della Terra a un “sistema produttivo surriscaldato”. Il settore tessile è responsabile di una quota tra l’8 e il 10 per cento delle emissioni globali di CO2. Senza un cambiamento radicale, l’Italia mancherà clamorosamente l’obiettivo europeo di riduzione delle emissioni del 55 per cento entro il 2030, fermandosi, secondo le previsioni, a un magro 33 per cento.
Davanti a questo scenario, le aziende hanno risposto con la bacchetta magica del greenwashing. Linee “Conscious”, etichette verdi, promesse di riciclo che però non scalfiscono il volume totale della produzione. Come ricorda Greenpeace, promettere una moda sostenibile è un controsenso se il modello di business resta la crescita infinita dei volumi.
La responsabilità non può cadere solo sulle spalle del consumatore, stretto tra l’inflazione e il desiderio di gratificazione immediata. Serve un’azione politica strutturale. L’Unione europea sta provando a tracciare una strada con la “Strategia per i tessili sostenibili e circolari“, che introduce il concetto di EPR (Extended Producer Responsibility): i produttori dovranno coprire i costi della raccolta e del riciclaggio.
Ma le norme da sole non bastano se non cambia la nostra filosofia del consumo. Passare dalla fast fashion alla slow fashion non significa solo comprare una maglietta bio che costa il triplo; significa riscoprire il valore della durevolezza, della riparazione, dell’usato. Come suggerisce l’organizzazione Fairtrade, dobbiamo tornare a chiederci: «Chi ha pagato il costo reale di questo prezzo così basso?». Spesso la risposta è una lavoratrice di una fabbrica tessile come quelle del Rana Plaza, edificio crollato per abuso edilizio nel 2013, o un bambino in un’azienda tessile clandestina. Queste e molte altre, sono storie di bambini diventati troppo presto adulti, di madri che pur di dare un futuro ai figli, muoiono durante l’orario di lavoro, anime, cuori, sogni infranti che restano invisibili. Sono vittime di un sistema che annulla i diritti umani per gonfiare i margini di profitto.
Prenderci la nostra responsabilità significa smettere di considerare i vestiti come oggetti monouso e iniziare a vederli per ciò che sono: frammenti di risorse naturali e ore di lavoro umano. Significa pretendere dai governi leggi più severe contro lo smaltimento illegale.
La crisi climatica non ci concede più il lusso dell’indifferenza: ogni volta che scegliamo cosa indossare, stiamo scrivendo un pezzo del clima che verrà. E forse, la prossima volta che saremo tentati da quel top a quattro euro, varrà la pena ricordare che il conto, prima o poi, arriverà a tutti. E sarà salatissimo.
CONSIGLIO DI LETTURA: Maxine Bédat, “Il lato oscuro della moda. Viaggio negli abusi ambientali (e non solo) del fast fashion”, Post Editori.
CONSIGLIO SERIE: Junk - Armadi pieni di SKY è gratis e si trovano tutte le puntate su YouTube
Federica Gasbarro è una biologa esperta in sostenibilità. Porta avanti l’advocacy per i cambiamenti climatici e promuove i diritti delle donne nelle STEM, e nella vita si occupa di divulgazione scientifica, consulenza e formazione aziendale. Lavora in televisione come ospite Rai, Mediaset, SKY, La7 e anche in radio. Nel 2021 è stata scelta per rappresentare i giovani italiani nei lavori di pre-COP26, COP26 a Glasgow e negli eventi di Youth4Climate.




