L’importanza dei saperi locali nell'epoca del cambiamento climatico
di Elisabetta Dall’Ò
Il 2 gennaio 2011, sulla Statale 26 che collega Courmayeur al traforo del Monte Bianco, un masso si stacca dal versante occidentale del Mont de La Saxe e travolge un’automobile. Il conducente, un cittadino francese, muore sul colpo. L’episodio non era imprevedibile: distacchi simili si verificavano già dalla fine degli anni Novanta. Eppure nessun residente aveva mai allertato le autorità. Interrogati dopo il fatto, alcuni abitanti riferirono con sorpresa che i massi «si erano sempre fermati prima», che «non avevano mai raggiunto le case».
C’era però qualcuno che lo sapeva. Lo sapeva da duemila anni, e lo aveva scritto nel nome del luogo. Saxe deriva dal latino saxum: pietra, roccia che si sfalda. Il Monte de La Saxe porta incisa nella propria denominazione la memoria di un terreno instabile, soggetto a crolli fin dall’epoca romana. Un’informazione rimasta congelata nel nome mentre la comunità che lo abitava perdeva la capacità di decifrarla.
Questa storia non è una curiosità da letterati. È una delle manifestazioni più concrete di un problema che il cambiamento climatico sta rendendo urgente: la perdita del sapere locale come fattore di rischio ambientale. Mentre le politiche climatiche si costruiscono su modelli globali e dati satellitari, un archivio di conoscenza millenaria – iscritto nei nomi dei luoghi, nelle pratiche di cura del territorio, nella memoria delle comunità – continua a sfaldarsi in silenzio. E con esso, la capacità di leggere il territorio prima che il territorio parli da solo.
Dare un nome a un luogo non è mai stato un atto neutro. Per le comunità che hanno abitato le Alpi tra il VI e l’XI secolo – parlanti di dialetti franco-provenzali, di patois locali, di varietà latine – nominare significava classificare, e classificare significava sopravvivere. I toponimi che ci hanno lasciato non sono etichette geografiche: sono il risultato di secoli di osservazione sistematica dell’ambiente, della sua morfologia, dei suoi comportamenti stagionali e dei suoi rischi ricorrenti.
L’antropologia definisce questo sistema Traditional Ecological Knowledge (TEK): un sapere esperto, situato e cumulativo, trasmesso di generazione in generazione, capace di registrare mutamenti ambientali su scale temporali che la strumentazione scientifica moderna – basata su serie storiche di pochi decenni – spesso non riesce a coprire. Il poeta Dante, citando Giustiniano nella Vita Nuova, aveva formulato questo principio con precisione: nomina sunt consequentia rerum – i nomi sono conseguenti alla natura delle cose. Per i luoghi di montagna questa consequenzialità è spesso letterale, e la sua perdita ha un costo misurabile.
Non solo nelle Alpi. In Gran Bretagna la toponomastica sassone conserva un archivio idrologico preciso: il termine antico wæsse descrive ancora oggi il comportamento di certi corsi d’acqua con accuratezza superiore a molte mappature moderne. In Giappone, toponimi come Namiwake (”punto in cui l’onda si divide”), collocati chilometri nell’entroterra, hanno guidato per secoli la pianificazione costiera contro gli tsunami. Non reliquie del passato: sensori calibrati da millenni di osservazione, che la cartografia strumentale recente ha spesso ignorato con conseguenze tragiche.
A pochi chilometri da Courmayeur, nel gennaio 2021, una valanga si stacca dal versante sopra il villaggio di Lavancher, colpisce le abitazioni più recenti e risparmia il nucleo storico medievale del paese. Lavancher – come le varianti Lavanchey, Lavanche, Lavancheret diffuse sul versante francese del Monte Bianco – deriva dal patois valdostano lavèntse: il luogo dove scivola la valanga. La radice è il latino labina, frana, scivolamento, da cui l’italiano lavina.
La prova più emblematica di cosa significhi questo sapere viene dall’evento del 1999, quando una valanga di proporzioni eccezionali – accelerata da un canale di scorrimento formatosi per un’anomalia climatica, fino a raggiungere i 200 chilometri orari – devastò la zona. L’aerosol prodotto dall’impatto danneggiò un’area tre volte più estesa di quella coperta dalla colata. Eppure il nucleo più antico del villaggio, le case costruite nel Medioevo, non riportò alcun danno. Gli edifici del boom economico del Novecento, costruiti fuori dal perimetro storico, furono invece distrutti o gravemente lesionati. I glaciologi conclusero che gli antichi abitanti di Lavancher avevano scelto il loro insediamento attingendo a quella “banca dati dell’esperienza” che il nome del luogo testimoniava: una conoscenza climatica trasmessa di generazione in generazione, che li aveva guidati a costruire esattamente dove la valanga non arriva. I residenti oggi hanno perso la memoria di quel nome, oscurata dai lunghi tempi di ritorno degli eventi estremi e dall’opacità linguistica di un patois che non si parla più. E questa cecità, nell’epoca in cui i cambiamenti climatici accorciano i tempi di ritorno degli eventi estremi, è diventata una vulnerabilità concreta.

La memoria del rischio nelle comunità alpine non è sopravvissuta solo nei nomi. Si è cristallizzata anche nel paesaggio religioso. La Valle d’Aosta conta circa ottocento cappelle votive: molte sorgono ai margini di centri abitati, o lungo i canali di valanga, ai piedi dei ghiacciai – non sono ornamenti devozionali casuali, ma marcatori territoriali che segnavano il confine tra lo spazio sicuro e quello incerto. Gli ex-voto conservati nel santuario di Notre-Dame de la Guérison a Courmayeur – che raffigurano valanghe e corsi d’acqua fermati – sono cronache figurative che permettono di ricostruire la dinamica di eventi calamitosi del passato. Il sacro ha funzionato come tecnologia sociale per la trasmissione della memoria del rischio, in parallelo ad altri dispositivi territoriali: le antiche mappe locali segnalano la presenza di bois banal, foreste “bandite” dove erano vietati pascolo e raccolta di legna, il cui ruolo era proteggere i villaggi dalle valanghe e impedire il consumo eccessivo di suolo – una pianificazione territoriale ante litteram, analoga alle foreste tapu dell’Oceania.
C’è un filo che attraversa tutte queste pratiche – la scelta del sito, il nome del luogo, la cappella sul pendio, il bosco proibito – e che la lingua latina aveva intuito con precisione. Cura e cultura condividono la stessa radice: entrambe derivano dal verbo colere. Colere è l’azione di abitare un luogo, coltivare un campo, ornare un corpo, venerare una divinità. È il gesto degli esseri umani che agiscono su un territorio per dargli forma e senso. Abitare un luogo, in questa prospettiva, significa già prendersene cura: costruire un legame relazionale e storico basato sul riconoscimento reciproco.
Prendersi cura di una sorgente, custodire un bosco, dare un nome a un versante pericoloso non sono atti di folklore: sono la forma più alta di razionalità politica e culturale per la sopravvivenza nell’incertezza. Alcune culture contemporanee hanno portato questo riconoscimento alle sue conseguenze logiche: in Nuova Zelanda il fiume Whanganui ha ottenuto nel 2017 lo statuto di persona giuridica, riconoscendo in termini di diritto ciò che le comunità Māori sapevano da secoli: che un fiume non è una risorsa da sfruttare, ma il soggetto di una relazione. Non una curiosità etnografica, una risposta giuridica a una crisi ecologica che il paradigma estrattivista – quello che tratta la natura come oggetto inerte e misurabile, separato dall’umano – ha contribuito a produrre. Le comunità alpine che hanno costruito Lavancher, piantato il bois banal, hanno fatto esattamente questo: riconoscere il territorio come un interlocutore, non come uno sfondo.
La storia di questi luoghi pone allora una domanda politica concreta: chi è responsabile di preservare e rendere leggibile questo archivio? Il problema non è che i saperi locali siano scomparsi. È che sono diventati opachi: i nomi sopravvivono, ma il loro significato si è perso insieme ai parlanti di patois, alle pratiche agricole, alle pratiche interrotte dallo spopolamento montano. Rendere questo sapere nuovamente leggibile non richiede né romanticismo né museificazione: richiede politiche concrete. Protocolli di pianificazione urbanistica che considerino la posizione degli insediamenti storici come dato ambientale, non solo come patrimonio culturale.
Programmi scolastici che insegnino ai bambini a decifrare i nomi dei luoghi in cui crescono. Piani regolatori che integrino la toponomastica storica nelle valutazioni del rischio idrogeologico. Il cambiamento climatico sta comprimendo i tempi di ritorno degli eventi estremi. Ciò che le comunità alpine hanno costruito in secoli di osservazione – e che hanno depositato nei nomi, nelle pietre, nelle cappelle – diventa ogni anno più urgente da leggere. Non come nostalgia del passato, ma come strumento per abitare, e custodire, il futuro.
Elisabetta Dall’Ò, PhD in Antropologia Culturale e Sociale, è Associate Scientist al Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) e docente di Antropologia Culturale al Politecnico di Torino. Il suo ultimo libro, “Il cambiamento in-visibile. Antropologia dei cambiamenti climatici nel cuore delle Alpi” (Rosenberg&Sellier 2025), ha vinto il premio Costantino Nigra 2025 per l’Antropologia e l’Ecologia.




