L'impatto ambientale dei datacenter
di Francesco Fullone
A Boxtown, quartiere a maggioranza nera nel sud di Memphis, gli abitanti hanno conosciuto l’intelligenza artificiale prima ancora di sentirne parlare: l’hanno conosciuta dall’odore e dalla difficoltà di tenere aperte le finestre. Il grande centro di calcolo che xAI ha attivato nel 2024 per addestrare il suo chatbot è stato alimentato fin dall’inizio da turbine a gas installate accanto agli edifici. Secondo il Southern Environmental Law Center, nella primavera del 2025 erano arrivate a trentacinque, a fronte di un permesso per quindici, e producevano emissioni di ossidi di azoto che probabilmente la rendevano la principale fonte industriale di smog della zona.
Questa storia racchiude il tema dell’anno. Dietro la promessa di un’intelligenza artificiale “pulita” c’è un’infrastruttura fisica fatta di elettricità, gas, acqua e cemento, e quell’infrastruttura ricade su territori e persone.
Una domanda di energia che cambia scala
La crescita del consumo elettrico dei datacenter somiglia più a un salto che a un aumento graduale. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), passerà da circa 485 a circa 945 terawattora tra il 2025 e il 2030, pari all’incirca al consumo annuo di un Paese come il Giappone, raddoppiando in cinque anni. La parte legata all’intelligenza artificiale cresce molto più in fretta del resto, e negli Stati Uniti i datacenter sono destinati a guidare quasi metà dell’aumento della domanda elettrica fino al 2030. Ne avevo scritto in un mio precedente articolo sulla newsletter Sustainable ITC, in cui descrivevo tutti gli impatti dei datacenter. Per il clima, conta come si produce questa nuova elettricità: secondo l’IEA le rinnovabili coprono circa metà della crescita, ma gas e carbone restano una quota consistente, quindi l’espansione dei datacenter resta anche una questione di emissioni.
A pesare è soprattutto la concentrazione. Questi impianti non si distribuiscono sul territorio, si addensano in pochi poli e arrivano tutti insieme, mettendo sotto pressione reti elettriche pensate per crescere lentamente. Quando la rete non riesce a collegarle abbastanza in fretta, le aziende scelgono una scorciatoia: costruirsi una centrale in casa.
La scorciatoia del gas e il suo prezzo
È qui che entrano in gioco le turbine a gas. Un report di distilled.earth ha stimato circa 50 gigawatt di progetti di questo tipo negli Stati Uniti, e il 90 per cento di essi è stato annunciato nel solo 2025. Significa bruciare metano accanto ai centri abitati, spesso aggirando i tempi e i controlli che il collegamento alla rete richiederebbe. A Memphis xAI, di Elon Musk, ha aperto un secondo impianto appena oltre il confine con il Mississippi, dove, secondo il Southern Environmental Law Center, ha messo in funzione altre decine di turbine senza autorizzazione, sfruttando una norma che le considera mobili perché montate su rimorchi. La vicenda è finita in tribunale, e a giugno 2026 il governo statunitense ha chiesto al giudice di archiviare la causa contro l’impianto in nome della sicurezza nazionale.
C’è poi l’acqua, necessaria per raffreddare le macchine. Secondo l’Environmental and Energy Study Institute, un grande datacenter può consumarne fino a quasi venti milioni di litri al giorno, quanto ne consuma una cittadina di decine di migliaia di abitanti. In Texas i consumi idrici dei datacenter sono proiettati tra circa 185 e 1.500 miliardi di litri tra il 2025 e il 2030. Buona parte di questo prelievo è indiretta, legata alla produzione di elettricità che alimenta gli impianti e, proprio per questo, risulta difficile da misurare. A scala globale, un rapporto dell’United Nations University del 3 giugno 2026 stima che entro il 2030 i datacenter consumeranno 9.300 miliardi di litri d’acqua, pari al fabbisogno di base di 1,3 miliardi di persone nell’Africa subsahariana. C’è poi un costo che sfugge quasi sempre ai bilanci, quello di fabbricare le macchine: ogni processore porta con sé un’impronta di estrazione mineraria, energia e acqua accumulata prima ancora di essere acceso, come avevo raccontato a proposito dei minerali critici.
Chi paga il conto
Oltre all’ambiente, c’è il conto economico, che si riflette sulle bollette. Negli Stati Uniti l’organismo indipendente di vigilanza sulla rete elettrica PJM, che serve tredici Stati e circa 65 milioni di persone, ha attribuito ai datacenter circa 9,3 miliardi di dollari dell’ultimo aumento dei costi, e una stima della NRDC prevede circa 70 dollari in più al mese per la famiglia media entro il 2028. Non tutto l’aumento dipende dai datacenter, perché conta anche come è disegnato il mercato elettrico, ma il loro arrivo aggrava un sistema già teso.
La reazione delle comunità è cresciuta di conseguenza. Secondo un sondaggio Gallup del 2026, sette americani su dieci si opporrebbero a un datacenter vicino a casa, più di quanti rifiuterebbero una centrale nucleare. Diverse città hanno sospeso i nuovi progetti, e alcuni Stati hanno iniziato a rivedere gli sgravi fiscali concessi al settore.

L’Europa, l’Italia e la partita sulla trasparenza
L’Europa vive la stessa pressione, accentuata dal fatto che l’energia costa di più e le reti sono più strette, e corre anche sotto la spinta del Golfo e dell’Asia, dove l’energia abbondante e le regole più leggere accelerano la costruzione. L’obiettivo del piano europeo è triplicare la capacità dei datacenter in pochi anni e, in questo contesto, la trasparenza diventa decisiva.
Proprio qui si è giocato il confronto più rivelatore dell’anno. La direttiva europea sull’efficienza energetica aveva introdotto l’obbligo, per gli operatori, di comunicare a un database pubblico i propri consumi di energia e acqua. Un’inchiesta di Investigate Europe e Tech Policy Press ha però documentato che la clausola di riservatezza che tiene segreti quei dati impianto per impianto fu scritta da Microsoft e dal gruppo di pressione DigitalEurope, e recepita quasi parola per parola. Lo strumento nato per misurare l’impatto è stato reso opaco da chi quell’impatto dovrebbe dichiararlo. È lo stesso rovesciamento che avevo raccontato nella mia newsletter sulle operazioni delle lobbies americane in Europa. A giugno 2026 la Commissione europea ha tradotto quel piano in una proposta di legge, il Cloud and AI Development Act, che accelera i permessi ma lascia intatta proprio quella riservatezza.
È anche il filo che lega l’Europa alle turbine di Memphis. Negli Stati Uniti l’impatto fisico sfugge al controllo per via materiale; in Europa, per via normativa; ma in entrambi i casi, ciò che si sottrae allo sguardo pubblico è la misura reale di ciò che accade sul territorio.
In Italia il fenomeno si concentra in Lombardia, che ospitava già 67 dei 168 datacenter nazionali nel 2024. Sono nati comitati di cittadini, come le Sentinelle del Territorio a Bornasco o Insieme per Arcene nel Bergamasco, che non si dichiarano contrari alla tecnologia in sé e contestano piuttosto l’assenza di una pianificazione che definisca dove e come costruire, spesso su terreni agricoli. A fine maggio 2026, la Lombardia è diventata la prima regione italiana con una legge dedicata (Legge regionale 3 giugno 2026, n. 11, “Disposizioni in materia di insediamento di centri dati“, pubblicata sul BURL n. 23 del 5 giugno 2026 ed entrata in vigore il 20 giugno 2026), che privilegia le aree industriali dismesse ma concentra le autorizzazioni a livello regionale, una scelta che cinquanta Comuni avevano chiesto di rivedere per non vedersi scavalcati.
I nodi che restano aperti
Un anno di cronache non si chiude con una soluzione. Si chiude con alcuni nodi da sciogliere. Il primo è che, nonostante l’energia consumata per ogni singola operazione di intelligenza artificiale cali in fretta, il consumo complessivo continua a salire perché l’uso cresce più di quanto migliori l’efficienza. Il secondo è la distanza tra l’energia dichiarata come pulita e quella effettivamente bruciata. Il terzo è che chi ospita le turbine, chi paga la bolletta più alta e chi usa il chatbot quasi mai coincidono.
Resta la domanda di fondo. Chiedere a ogni datacenter di portare la propria energia, come ora impone l’Irlanda, è una soluzione che fa ricadere i costi su chi li genera, oppure un modo per consolidare centrali fossili fuori dalla rete e fuori dal controllo pubblico? La risposta dipenderà soprattutto da chi avrà accesso ai dati per giudicare. E su quei dati, per ora, qualcuno ha lavorato perché restassero chiusi.
Francesco Fullone è esperto di IT sostenibile con oltre vent’anni di esperienza nel settore tecnologico. È docente presso Bologna Business School, H-Farm Business School e Talent Garden Innovation School. È presidente di GrUSP e collabora con la Green Software Foundation alla stesura dello standard ISO SCI for Web per avere un metodo condiviso di calcolo dell’impatto delle applicazioni web e con W3C alla stesura delle Sustainable Web Guidelines. Attraverso sustainableit.it condivide analisi approfondite, tendenze emergenti e strumenti pratici per professionisti IT che desiderano avere un impatto positivo attraverso il loro lavoro.




