Non ci pensiamo quasi mai, ma tra le testimoni più dirette del cambiamento climatico ci sono le persone che fanno sport all’aperto. Chi corre in montagna, ad alta quota, scala pareti o fa scialpinismo passa ore e ore immersa nel paesaggio naturale; lo vede modificarsi non solo con il passare delle stagioni, ma anche e soprattutto a causa degli effetti del cambiamento climatico. Ghiacciai che si ritirano, fiumi che scompaiono, sentieri che si trasformano, pareti che si sgretolano e neve che manca.
Oltre a essere spettatori di questa trasformazione, atlete e atleti ne subiscono le conseguenze dirette. L’impraticabilità del terreno impone continue modifiche a percorsi, orari e calendari di allenamento, mentre in estate l’aumento delle temperature rende lo sforzo fisico ancora più estremo. L’impatto è ben evidente negli sport invernali come lo sci e lo scialpinismo dove la contrazione del manto nevoso condiziona la fattibilità stessa delle gare. Come raccontato dalla pluricampionessa sciatrice alpina Federica Brignone al Corriere della Sera, «sono anni che andiamo sui ghiacciai e le condizioni peggiorano sempre. Non sono una che scia molto d’estate, ma se ripenso a quando ero ragazzina, ai primi anni in squadra con la Nazionale, ho ricordi ben diversi».
Oltre agli sport invernali, la crisi climatica interessa e impatta anche molti altri sport outdoor, come la corsa in montagna o il ciclismo. Lael Wilcox, ciclista di ultra distanze, questa estate ha dovuto abbandonare il tentativo di record assoluto di giro del mondo in bicicletta (detiene da anni quello femminile) a causa delle ondate di caldo estremo che hanno coinvolto il continente europeo. Pedalare per oltre 12 ore ogni giorno in quelle condizioni l’ha portata ad avere nausea e vomito; si è dovuta fermare per non mettere a repentaglio la propria salute fisica.
Vivere le conseguenze del cambiamento climatico in prima persona ha contribuito ad accrescere una consapevolezza nelle sportive, che a sua volta ha portato alla creazione e alla maggior diffusione di associazioni, fondazioni e gruppi di lavoro sulla sensibilizzazione della crisi climatica.
Ma oltre a sviluppare una propria sensibilità e sensibilizzare il pubblico, queste atlete possono fare di più per la causa? Pensandoci bene, trascorrendo così tante ore all’aperto, hanno un potenziale enorme per la scienza e la ricerca: la raccolta dati sul campo.
In Italia, ad esempio, l’eco-runner Roberto Cavallo ha raccontato ad A Fuoco di aver condotto, insieme a un gruppo scientifico, «la prima ricerca di microplastiche sul fiume Po, percorrendo di corsa, in bici e in canoa tutto il corso del fiume dalla sua sorgente fino alla sua foce, stimando che ogni anno il Po riversa nel Mar Adriatico oltre 4.000 tonnellate di plastiche». Da allora, continua Cavallo, «le ricerche si sono ripetute e diverse istituzioni scientifiche hanno incominciato a monitorare la quantità di plastiche». Poi, Cavallo ha anche campionato le microplastiche nelle nevi dell’arco alpino Valdostano e nei sedimi dei laghi delle Alpi dalla Marmolada. Risultati che, spiega l’atleta, «sono serviti e servono innanzitutto ad attirare l’attenzione della comunità scientifica che prosegue nelle ricerche e poi del grande pubblico, così da creare consapevolezza sull’impatto dei nostri comportamenti quotidiani».
Da 2021, l’atleta ha iniziato a portare con sé in alcune occasioni anche un “naso elettronico” per monitorare costantemente la qualità dell’aria, in particolare i valori di Pm1, Pm2, Pm10.
Ma in altri sport, le atlete si allenano spesso in posti difficilmente raggiungibili dalla maggior parte delle persone (e di chi fa ricerca) e in cui gli effetti dei cambiamenti climatici sono impattanti e ben visibili, come l’alta montagna. Posti in cui il loro contributo può essere ancora più fondamentale per la ricerca scientifica.
Al momento, non ci sono tanti istituti o enti di ricerca che si basano sull’aiuto di sportive per campionamenti e monitoraggio dei ghiacciai. Proprio per questo motivo Pascal Egli, trailrunner, geografo e ingegnere, insieme alla glaciologa e geomatica Karuna Sah lo scorso luglio ha lanciato PEAK, un progetto pilota per migliorare la disponibilità di dati in situ sull’accumulo e l’ablazione della neve sui ghiacciai ad alta quota, basandosi sull’aiuto di guide locali e alpinisti. Come ha spiegato Egli nell’annunciare il progetto, «solo una manciata dei migliaia di ghiacciai presenti nelle alte montagne dell’Asia viene monitorata con regolarità tramite misurazioni in situ, essendo costose e impegnative». Per questo motivo «collaborare con guide alpine o atleti che si avventurano ad altitudini elevate per raggiungere le vette potrebbe contribuire ad aumentare il numero di misurazioni».
L’obiettivo è quindi fare affidamento sulle guide e sugli alpinisti che percorrono già questi itinerari tutto l’anno per raccogliere semplici dati sul terreno, tramite fotografie o paline di misurazione, producendo così indicatori affidabili sull’accumulo e sulla fusione della neve.
Parlando con A Fuoco, Egli ha spiegato che le guide saranno addestrate sul campo dagli scienziati a fare le misurazioni richieste, un aspetto che richiede qualche giorno o al massimo una settimana, e che il lavoro affidato non richiede grandi competenze scientifiche. Ad esempio, si possono ottenere dati sullo stato della neve e di un ghiacciaio semplicemente con «un bastone da ablazione inserito in un ghiacciaio o scattando una foto».
In generale, prosegue il geografo, atlete e guide alpine «possono effettuare misurazioni semplificate, come misurare lo spessore della neve, che è utile anche per il benchmarking, ovvero per testare i prodotti satellitari che raccolgono dati sullo spessore della neve confrontando i loro risultati con quelli rilevati dalle persone».
L’importanza di avere atlete e persone sul posto che riescono a fare raccolta dati è fondamentale perché alcune di queste informazioni hanno senso solo se vengono monitorate con continuità nel tempo, spiega sempre Egli. Soprattutto nella catena dell’Himalaya (meno studiata rispetto ad altre aree) «ciò di cui si ha davvero bisogno è una misurazione continua, quindi occorrono persone che tornino nello stesso posto ogni anno per, ad esempio, confrontare la quantità di neve accumulata di anno in anno, così da avere informazioni sulla modifica nel tempo».

Esperimenti simili di “citizen science” sono stati condotti anche da GLAMOS, la rete svizzera di monitoraggio dei ghiacciai. Sentito da Facta, il glaciologo Matthias Huss ha raccontato che, in alcuni punti d’interesse per la ricerca e frequentati da hiker e alpinisti, hanno lasciato alcuni QR Code con le istruzioni per fotografare i ghiacciai e inviare poi le foto a GLAMOS. Una modalità che richiede un impegno molto basso per la cittadinanza, e che può essere molto utile per chi fa ricerca.
Anche il centro di ricerca per ecosistemi alpini (CREA) Mont Blanc ha attualmente 9 programmi di citizen science, in cui chiunque può dare il proprio contributo alla ricerca scientifica in montagna. Con il programma “copertura nevosa“, ad esempio, incoraggia il monitoraggio quotidiano e stagionale dello spessore della neve. Un metodo che andrà a integrare quelle informazioni con i dati ottenibili da satelliti e telecamere.
Nella pratica però progetti come questi possono avere degli aspetti negativi. «Raccogliere dati di cui non si è affatto certi della qualità, dunque avere dati errati, è peggio che non averne affatto», puntualizza Egli. C’è un’altra questione che rende complicata la messa in pratica dell’iniziativa, quella economica. Servono fondi e finanziamenti per retribuire le guide alpine che vanno a fare campionamento ad alta quota.
Partendo dal presupposto che siamo tutti coinvolti nel cambiamento climatico, con diversi gradi di responsabilità e di effetti subiti, l’idea di fondo di questi programmi è che ognuno di noi possa contribuire, nel suo piccolo e in base alle proprie forze, allo studio e alla mappatura dei fenomeni climatici.
Francesca Capoccia è una giornalista di Facta, dove si occupa di fact-checking e debunking. Scrive di sport per la newsletter Lettere da Parigi e Ultimo Uomo. Ha pubblicato un libro, “Protagoniste? Donne, informazione e cultura” (Aras Edizioni, 2024), ed è stata caporedattrice del webmagazine The Bottom Up.
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