Le promesse incompiute del governo Meloni sul clima
di Pagella Politica
Durante la campagna elettorale per le elezioni di ottobre 2022 la coalizione di centrodestra aveva promesso di conciliare la difesa degli interessi nazionali con la transizione ecologica. Tra gli impegni nel programma c’erano la tutela della biodiversità, la mobilità sostenibile, i rimboschimenti e il rispetto degli accordi internazionali contro la crisi climatica.
A oltre tre anni dall’insediamento del governo guidato da Giorgia Meloni, in campo climatico e ambientale i risultati per ora non sono positivi: sulle dieci promesse principali, una è stata ridimensionata, mentre le restanti nove restano incompiute.
Non è una sorpresa per chi segue le politiche climatiche italiane. L’approccio del governo, come ha spiegato la stessa Giorgia Meloni alle Nazioni Unite lo scorso 24 settembre, non nega il cambiamento climatico ma punta a «riaffermare la ragione» e a «rispettare l’ambiente mantenendo l’uomo al centro». Parole usate da anni dai politici che cercano di ridimensionare l’urgenza della crisi, e che si riflettono pure nei fatti.
Nel programma elettorale la coalizione di centrodestra prometteva di aumentare la produzione da fonti rinnovabili. In questi oltre tre anni, il governo si è impegnato a mantenere la promessa, che è però ancora in corso di attuazione.
Secondo i dati più aggiornati di Terna, l’azienda che gestisce la rete elettrica nazionale, a gennaio 2026 la richiesta di energia elettrica è stata soddisfatta al 31,7 per cento dalla produzione da fonti energetiche rinnovabili. Questo dato è superiore a quello registrato da Terna a gennaio 2023, quindi a tre mesi dall’insediamento del governo Meloni. All’epoca la copertura del fabbisogno da fonti rinnovabili era pari al 28,4 per cento. Ma nel 2024 la produzione di rinnovabili era salita a un picco del 34,4 per cento, quindi negli ultimi due anni è stato registrato un calo.
Il governo aveva anche promesso il pieno utilizzo delle risorse naturali e il ritorno al nucleare, che è però ancora in fase di definizione. Sul fronte delle risorse, già a novembre 2022 il governo ha aumentato la quantità di gas estraibile dai giacimenti marini e autorizzato nuove concessioni di ricerca. Due anni dopo, a ottobre 2024, ha introdotto il divieto di nuovi permessi per l’estrazione di idrocarburi liquidi, come il petrolio. Ma la linea non è ancora stata definita del tutto: ad aprile 2025 il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha annunciato nuovi progetti «nel breve termine» per rilanciare la produzione nazionale di idrocarburi, senza fornire dettagli né aggiornamenti successivi.
Più strutturata invece è stata la definizione e l’attuazione di un «piano strategico nazionale di economia circolare per ridurre il consumo delle risorse naturali», già avviate dal governo Draghi nel 2022. Secondo il cronoprogramma più aggiornato pubblicato dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, al 31 ottobre 2025 era stato completato il 63 per cento degli obiettivi della “Strategia nazionale per l’economia circolare” (SEC) da raggiungere entro il 2027; il 23 per cento era in corso, mentre il restante 14 per cento era ancora da attuare. Rispetto al cronoprogramma precedente, aggiornato a marzo 2025, non c’è stato nessun miglioramento nel raggiungimento dei target.
Quanto all’energia nucleare, a settembre 2023 è stata inaugurata la “Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile”, primo passo verso un possibile ritorno alla produzione dell’energia atomica nel nostro Paese. Un anno dopo, il governo ha approvato la bozza di una legge delega per introdurre il cosiddetto “nucleare di nuova generazione”, rimasta ferma fino allo scorso 2 ottobre, quando il Consiglio dei ministri ha approvato il testo definitivo. Il suo percorso è ancora lungo: al momento è in corso l’esame in commissione alla Camera, dove il testo potrà essere modificato. Poi il governo dovrà approvare i decreti attuativi per renderlo operativo. Da quando sono alla guida del Paese, comunque, i partiti che sono in maggioranza in Parlamento hanno preso posizioni diverse sul nucleare, pur dicendosi tutti favorevoli a parole.
Nel complesso, l’azione del governo in campo energetico procede tra continuità e prudenza. Le misure adottate finora mostrano la volontà di mantenere aperte diverse strade – dal gas al nucleare, fino all’economia circolare – senza però definire ancora una direzione precisa.
Accordi rispettati, ma non troppo
Alcune delle promesse sul clima del governo Meloni si intrecciano con gli obiettivi dell’Unione europea, ma finora l’allineamento è stato tutt’altro che costante.
Un esempio emblematico è la direttiva europea sulle “case green”, che impone agli Stati membri di migliorare le prestazioni energetiche degli edifici. Il governo italiano, dopo aver votato a favore del testo pochi giorni dopo il suo insediamento, si è poi schierato contro, accusando la misura di penalizzare i proprietari di immobili. Nonostante l’opposizione italiana, la direttiva è stata approvata e dovrà essere recepita entro maggio di quest’anno. A marzo 2026 la Commissione europea ha poi aperto una procedura di infrazione contro l’Italia e altri 18 Paesi UE perché non hanno presentato il proprio piano nazionale di ristrutturazione degli edifici entro la scadenza prestabilita. L’Italia avrà ora due mesi di tempo per rispondere e adeguarsi alle richieste della Commissione.
Un atteggiamento simile si è visto con lo stop alla vendita di auto a benzina e diesel dal 2035, definito dalla Lega «un suicidio economico, sociale, industriale e ambientale». Nel frattempo, il governo ha anche rinviato di un anno – dal 2025 al 2026 – il divieto di circolazione dei veicoli diesel Euro 5 in diverse regioni del Nord, nonostante la misura servisse a rispettare due sentenze europee della Corte di giustizia dell’UE sulle emissioni di PM10 e biossido di azoto.
Più coerente invece è stato l’atteggiamento sul capitolo della mobilità sostenibile, almeno all’inizio. Il “bonus trasporti” introdotto nel 2023 ha incentivato l’uso del trasporto pubblico, ma nel 2024 è stato limitato ai beneficiari della carta “Dedicata a te”. Ad agosto 2025, il ministero dell’Ambiente ha comunque adottato un decreto che ripartisce fondi del PNRR per finanziare l’acquisto di veicoli elettrici e la rottamazione di quelli termici.
Sul piano internazionale, Meloni e altri esponenti del governo continuano a ribadire l’impegno dell’Italia a rispettare l’Accordo di Parigi e gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Allo stesso tempo, però, la presidente del Consiglio e vari ministri hanno chiesto una revisione del Green Deal europeo, giudicato troppo rigido. Inoltre, a febbraio 2026, con l’aggravarsi della crisi in Medio Oriente, Meloni è tornata a chiedere la sospensione degli ETS, cioè il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di CO2, uno dei principali strumenti di politica climatica per ridurre l’impatto delle attività industriali sull’ambiente.
Acque, parchi e biodiversità
Tra gli obiettivi ancora da completare ci sono quelli legati alla tutela dell’ambiente e della biodiversità. In campagna elettorale, il centrodestra aveva promesso un piano straordinario per migliorare la qualità delle acque marittime, rendere più efficienti le reti idriche e istituire nuove riserve naturali.
Sul fronte idrico il governo ha fatto alcuni passi avanti. Con il decreto “Siccità” del 2023 sono state introdotte misure per contrastare la scarsità d’acqua e migliorare le infrastrutture. A luglio 2024 il ministero delle Infrastrutture ha poi assegnato i fondi del PNRR per ridurre le perdite nelle reti idriche. L’obiettivo non è ancora raggiunto, ma procede: a febbraio 2025 è stato completato il target relativo alla “distrettualizzazione” di almeno 14 mila chilometri di rete.
Più contraddittoria la gestione della biodiversità. A livello europeo, nel 2023 il governo ha votato contro la nuova legge sul ripristino della natura, poi approvata dal Parlamento UE, che punta a riportare almeno il 20 per cento delle terre e dei mari europei al loro stato originario entro il 2030. L’esecutivo italiano si è schierato con le associazioni agricole, giudicando la norma troppo penalizzante per il settore, e ha sostenuto una versione più “morbida” del testo.
Sul fronte nazionale, invece, il ministero dell’Ambiente ha adottato nel 2023 la Strategia per la biodiversità al 2030. Secondo il tracker che misura lo stato di attuazione della Strategia, a maggio 2025 tutti gli interventi previsti erano avviati e, di questi, 6 erano già stati completati, mentre 155 erano in corso.
Negli ultimi mesi sono stati poi istituiti due nuovi parchi naturali: uno nella laguna di Orbetello, in Toscana, e uno nel Matese, tra Campania e Molise. Nel complesso, un avanzamento parziale, che alterna progressi concreti e scarsa trasparenza sui risultati.
Tra le promesse più simboliche del programma elettorale del centrodestra c’era quella del rimboschimento: milioni di nuovi alberi su tutto il territorio nazionale, soprattutto nelle aree colpite da incendi o calamità naturali. Nei fatti, però, l’obiettivo è stato ridimensionato.
Il PNRR approvato nel 2021 dal governo Draghi prevedeva 330 milioni di euro per un piano di riforestazione nelle 14 città metropolitane italiane: 1,6 milioni di alberi entro il 2022 e altri 5 milioni entro il 2024. Già allora, esperti e amministratori locali avevano segnalato che fondi, piante disponibili e capacità operative dei comuni non sarebbero bastati a centrare i target. Il governo Meloni ha quindi modificato il piano, riducendo l’obiettivo complessivo a 4,5 milioni di alberi, traguardo che è stato poi effettivamente raggiunto. Il numero è comunque inferiore alle promesse iniziali e rende evidente quanto l’impegno sul rimboschimento sia stato rivisto al ribasso.
Ricapitolando, a oltre tre anni dall’insediamento, il bilancio climatico del governo resta misto: rallentamenti sul fronte delle rinnovabili, risultati parziali in materia di economia circolare e tutela ambientale, e obiettivi ridimensionati per i progetti più ambiziosi.
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