La guerra non è compatibile con la transizione energetica
di Caterina Orsenigo
Nel 2014 Papa Francesco aveva descritto lo scenario globale con l’espressione «guerra mondiale a pezzi». Una formula tristemente fortunata, che di anno in anno si è fatta più calzante: l’Ucraina, Gaza, il Sudan, l’Iran, la militarizzazione dell’Artico, le minacce alla Groenlandia. Guerre diffuse, in buona parte collegate l’un l’altra, nel ribollire di una geografia mondiale in crisi d’identità.
La guerra costa molto e arricchisce pochi, ma forse proprio perché è «a pezzi» fatichiamo a renderci conto di quanto costi. Costa vite, perse o distrutte. Costa generazioni spezzate, desideri, speranze, memorie, rapporti fra persone, rapporti con i luoghi, le cose, le case. Costa passati, presenti e futuri. Costa in termini economici, perché tanti soldi servono per farla e ancora di più ne serviranno per ricostruire. Costa in termini ambientali, perché fa macerie e rilascia sostanze tossiche che si iniettano nella pelle della terra e ci restano a lungo – come le oltre 60 milioni di tonnellate di detriti colmi amianto, di ordigni inesplosi, di resti umani che ci metteranno decenni e miliardi di dollari a lasciar libera Gaza, anche quando il genocidio sarà finito. Costa, insomma, la guerra, tanto, a tutti, tranne quei pochi che ci guadagnano molto. E fra tutti questi costi c’è anche quello delle materie prime.
Sappiamo bene che la “doppia transizione” – energetica e digitale – richiede un’enorme mole di minerali critici, con processi complessi d’estrazione e lavorazione inquinanti ed energivori, e tutti i risvolti di ingiustizie ambientali, sociali e neocoloniali che ne derivano. Molto meno siamo abituati a osservare, monitorare e analizzare il legame che c’è fra guerra e materie prime, e in particolare fra la guerra del ventunesimo secolo e, appunto, i minerali critici.
Dovremmo fermarci a guardare un’arma delle tante che sentiamo nominare sempre di più negli ultimi anni e chiederci di cosa sono fatti. Cosa c’è in un drone, in un missile Patriot, in un caccia F35? Litio, silicio, nichel, cobalto, terre rare, titanio, tungsteno, gallio, alluminio, grafite. Molti di questi materiali servono anche per costruire pale eoliche, pannelli solari e batterie.
Transizione energetica e transizione bellica si fanno concorrenza, si pestano i piedi, si rubano risorse. Sono anche sentinelle di due visioni del mondo opposte, di priorità discordanti, di diversi vincitori e vinti. La guerra concentra soldi e potere, distrugge e uccide, la transizione ecologica funziona quando dà vita, salute e lavoro, ossia quando redistribuisce.
Un paper presentato recentemente da Anabel Marin e Phil Johnstone dell’Institute of Development Studies dell’Università del Sussex mostra proprio come la militarizzazione delle catene di approvvigionamento dei minerali critici rischi di interrompere, e persino compromettere, percorsi di sviluppo sostenibile che erano stati costruiti, con compromessi e fatica, attorno a obiettivi globali condivisi.
«Gli usi militari dei minerali» si legge infatti nel paper «hanno da tempo influenzato quali materiali siano considerati “critici”, ma questo fattore è diventato nuovamente visibile nel contesto di guerre e conflitti in aumento, rapido riarmo e intensificazione delle tensioni geopolitiche». La spesa militare globale, continuano i ricercatori, «ha raggiunto 2.720 miliardi di dollari – il più forte aumento annuale dalla Guerra Fredda e quasi cinque volte l’attuale investimento pubblico nelle tecnologie a basse emissioni di carbonio. In questo contesto, si sono moltiplicate le iniziative legate alla difesa sui minerali critici: accumulo di scorte, pubblicazione di elenchi di materiali critici per la difesa e rapida diffusione di partenariati internazionali e accordi di accesso nelle regioni produttrici».
Insomma, è la NATO, ben prima del Green Deal o dell’enorme sete di transizione energetica della Repubblica Popolare Cinese, a decidere quali minerali sono da considerare critici. Ed è la tecnologia bellica a trovare finanziamenti pubblici 5 volte superiori rispetto a quelli che riusciamo a racimolare per cercare di mantenere il pianeta entro un perimetro di minima sicurezza climatica.
Marin e Johnstone osservano come la domanda militare influenzi le classificazioni dei minerali, i volumi di estrazione, il maggiore o minore rispetto delle regole. La guerra plasma le catene di approvvigionamento: le militarizza e le riorienta secondo le proprie priorità e necessità, punta sulla rapidità piuttosto che sulla sostenibilità, sulla segretezza anziché sulla tutela.
Del resto, fu proprio durante la Prima Guerra Mondiale (o prima guerra industriale), che si cominciò a ritenere “critici” certi minerali d’improvviso indispensabili. Materiali importantissimi che prima arrivavano indisturbati da colonie lontane, e che ora dipendevano da rotte marittime divenute rischiose. Il blocco navale britannico, per esempio, costrinse la Germania a trovare soluzioni casalinghe al nitrato, che serviva per le munizioni e arrivava dal Sud America. Ma anche rame, stagno, tungsteno e ovviamente il petrolio diventarono d’un colpo, per tutti, necessari, vulnerabili, e dunque critici. Per queste ragioni nel periodo fra le due guerre vennero create istituzioni adibite a garantire l’approvvigionamento, come il Comitato di Stato per le Riserve dell’URSS e lo Strategic and Critical Materials Stockpiling Act degli Stati Uniti d’America.
Arrivò la Seconda Guerra Mondiale, e gli USA utilizzarono materiali provenienti da 53 Paesi diversi: inevitabilmente nel secondo dopoguerra e poi con l’inasprirsi della Guerra Fredda, il controllo dei minerali divenne una lente fondamentale attraverso cui interpretare sicurezza nazionale, alleanze internazionali e ristrutturazione di rapporti economici neo-coloniali con l’Africa e l’America Latina. Nel 1982 uno studio dell’UNESCO stimava che gli usi per la difesa rappresentassero, come riportano Marin e Johnstone, «circa l’11% del rame globale, il 6,3% dell’alluminio, l’8,1% del piombo e il 5,7% dei metalli del gruppo del platino, livelli superiori al consumo civile totale in Africa, Asia (inclusa la Cina) e America Latina all’epoca».
E torniamo al presente. Nel 2024 la spesa globale per la difesa è cresciuta del 9,4 per cento. In tempi di riarmo europeo, l’Unione europea ha speso 326 miliardi di euro e pianifica di mobilitarne fino a 800 entro il 2030, mentre alcuni eurodeputati chiedono di togliere fondi destinati al Green Deal per reindirizzarli alla difesa.
Come mostra la ricerca dell’Università del Sussex, gli imperativi militari avranno conseguenze dirette su quali minerali critici vengano considerati prioritari, e sui meccanismi messi in campo per garantirne l’accesso. Gli elenchi ufficiali dei “minerali critici”, che per lo più vengono presentati come strumenti a servizio delle transizioni verdi, mettono ai primi posti elementi come il samario, con ben poche applicazioni civili ma grande rilevanza nella difesa. Ma anche minerali tipici della transizione energetica, come il nichel o cobalto sono fondamentali per usi di difesa e aerospaziali.
Come sempre avviene, gran parte di queste risorse vengono lavorate in Paesi del Sud Globale. Oggi circa quaranta Paesi ottengono più di un quarto delle loro entrate dalle esportazioni minerarie, e in 18 casi si supera addirittura il 60 per cento, con conseguenze enormi su ambiente, territori ed equilibri sociali. In questo scenario, l’aumento della domanda militare e una gestione sempre più orientata alla difesa ridefiniscono priorità e margini della sostenibilità, influenzando in modo concreto il futuro delle attività estrattive.
Il controllo delle catene di approvvigionamento è più che mai centrale. Tanto più che le guerre di oggi si combattono con tecnologie ad «alta intensità minerale»: droni, armi ipersoniche, sistemi a energia diretta, avionica avanzata, comunicazioni basate su semiconduttori.
Non è un caso se molta attenzione di questi tempi va all’Artico: sempre più militarizzato ed estremamente ricco di materie prime. Il giornalista Marzio Mian racconta nel libro “Guerra Bianca” che poco prima di lanciare la sua prima minaccia alla Groenlandia nel 2019, Trump aveva ricevuto un geologo australiano che si era comprato una miniera di terre rare vicino a Narsaq: «Il suo giacimento, riferì Barnes [il geologo ricevuto da Trump, ndr] alla Casa Bianca, era pieno di terre rare “pesanti”, cioè il raggruppamento che include elementi magnetici come il disprosio e il terbio che sono vitali per la produzione di caccia, missili, pale eoliche, auto elettriche. “Il 97 per cento di ciò che sta lì sotto è ciò di cui l’America ha bisogno come il pane per non venire soffocata dai musi gialli” disse l’australiano. Trump in quei mesi aveva già emesso un ordine esecutivo dichiarando che la dipendenza dall’estero per 35 minerali era “un’emergenza nazionale”».
Sono passati sei anni, ed eccoci qui: a fare guerre per garantirsi approvvigionamenti di materie prime che servono, in primo luogo, per fare altre guerre. E che servirebbero, certo, anche per la transizione energetica e digitale, già di per sé piuttosto energivore. Con fatica ci chiediamo come fare a reinventare un mondo in cui tecnologia, trasporti e riscaldamento esistano ancora, ma in forme sostenibili, redistribuite, accessibili, gestite con accortezza e misura. E invece una transizione che non avevamo preso in considerazione arriva ad asfaltare ogni misura ed ogni accortezza.
Caterina Orsenigo è scrittrice e giornalista. È laureata in filosofia a Milano e in letterature comparate a Parigi. Scrive di immaginari e crisi climatica per diversi giornali e riviste. Con Prospero Editore ha pubblicato il romanzo di viaggio “Con tutti i mezzi necessari”. Collabora con la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, organizza passeggiate letterarie con l’associazione Piedipagina e fa parte del comitato organizzativo del corso di perfezionamento in Ecosocialismo dell’Università Bicocca.





