La guerra dell'acqua è già iniziata
di Francesco Del Vecchio
Nel 1995, il funzionario della Banca Mondiale Ismail Serageldin avvertì che «le guerre del prossimo secolo saranno combattute per l’acqua, a meno che non cambiamo il nostro approccio alla gestione di questa risorsa preziosa e vitale». Da allora, le risorse idriche del mondo sono state sottoposte a pressioni sempre maggiori e oggi un contesto internazionale sempre più violento e aggressivo ha acceso la competizione tra Stati, rendendo sempre più difficile prevenire e risolvere i conflitti legati alle risorse idriche.
L’acqua è stata drammatica protagonista di due delle guerre che hanno segnato gli ultimi anni: le brutali operazioni israeliane a Gaza e l’aggressione russa in Ucraina hanno gravemente compromesso le fonti idriche, degradato gli ecosistemi e devastato le infrastrutture, mettendo in pericolo la salute pubblica. In queste aree, l’acqua è stata frequentemente usata come arma o bersaglio di guerra.
A livello globale, si sta facendo strada anche un altro trend: sempre più spesso la sicurezza idrica sta diventando un fattore scatenante degli scontri e delle tensioni diplomatiche tra Paesi. Il Pacific Institute, un think tank con sede in California, conserva un database con oltre 1900 episodi di violenza armata associati alle risorse e ai sistemi idrici: secondo i numeri, il periodo 2012-2021 ha registrato circa quattro volte più conflitti rispetto al decennio precedente e nel 2023 gli episodi violenti sono aumentati del 50 per cento rispetto al 2022.
Un recente rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche ha confermato questa tendenza, segnalando che la scarsità d’acqua sta alimentando la competizione geopolitica. Fattori come la crescente domanda di acqua, le minacce per gli ecosistemi e le risorse naturali o la sostenibilità della gestione idrica stanno portando il tema all’attenzione dei governi. Molti grandi bacini fluviali e falde acquifere hanno raggiunto o superato i limiti delle loro risorse rinnovabili, mentre la frequenza e l’intensità di inondazioni, siccità ed eventi meteorologici estremi aggravano ulteriormente le vulnerabilità e i rischi.
Un quadro di questo tipo incide negativamente su un contesto internazionale già teso: quando diversi Paesi o comunità dipendono dalle stesse fonti idriche, gli squilibri tra domanda crescente e disponibilità in diminuzione possono provocare una competizione più accesa o persino conflitti violenti per assicurarsi risorse scarse. L’acqua non serve solo per bere, ma per agricoltura, igiene, industria e molto altro: quando la disponibilità cala o le infrastrutture sono distrutte, l’impatto si ripercuote su molte dimensioni dello sviluppo umano e sociale.
Tra le altre cose, i corpi idrici spesso sono utilizzati anche per delimitare confini politici. I fiumi, ad esempio, definiscono oltre un terzo dei confini terrestri internazionali per lunghezza; di conseguenza, cambiamenti nella forma o nel corso dei corsi d’acqua possono generare dispute territoriali. Secondo le Nazioni Unite, le acque transfrontaliere, ovvero fiumi, laghi, falde acquifere o bacini idrici condivisi da più Paesi, rappresentano il 60 per cento dei flussi di acqua dolce del mondo, e più di 150 Paesi possiedono territorio all’interno di almeno uno degli oltre 300 bacini fluviali e lacustri transfrontalieri.
Nelle zone di confine, il conflitto idrico passa spesso dalla rottura di accordi già presi e dalla mancata cooperazione. Ad esempio, la collaborazione si è recentemente deteriorata nelle Americhe, dove la situazione dei fiumi Colorado e Rio Grande/Rio Bravo, che attraversano il confine tra Stati Uniti e Messico, rappresenta un banco di prova per la governance delle acque. Il sistema di condivisione tra i due Paesi in passato ha dimostrato che è possibile costruire un modello di collaborazione anche in contesti di scarsità e clima arido: secondo un accordo del 1944, parte delle acque del Colorado deve essere fornita al Messico; allo stesso tempo, il Messico deve rendere disponibili per gli Stati Uniti una parte delle acque che confluiscono nel Rio Grande.
Tuttavia, all’inizio dello scorso anno gli Stati Uniti hanno respinto una richiesta del Messico di forniture d’acqua, sostenendo che «le continue carenze del Messico nelle consegne d’acqua stanno decimando l’agricoltura americana». In parte a causa della siccità costante, il Messico ha faticato a mantenere le sue forniture per gran parte degli ultimi 25 anni, ma con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno adottato una posizione più intransigente. Invece di cercare soluzioni diplomatiche, Trump ha accusato il Messico di rubare l’acqua ai texani e ha minacciato pesanti ritorsioni.
Anche l’Asia di recente ha osservato un caso del genere, con le tensioni al confine che hanno interrotto una collaborazione storica. Il Trattato delle Acque dell’Indo, firmato da India e Pakistan nel 1960 dopo numerose controversie e il successivo intervento della Banca Mondiale, è stato a lungo un buon esempio di cooperazione idrica. Il bacino del fiume Indo è vitale per l’economia e l’agricoltura di entrambi i Paesi, ma negli ultimi decenni è stato messo alla prova da tensioni su nuove dighe, progetti idroelettrici, esigenze crescenti d’acqua e conflitti geopolitici.
Ad aprile del 2025, dopo un attacco terroristico nella regione indiana del Kashmir che Nuova Delhi ha attribuito a gruppi con base in Pakistan, da cui è scaturito un più ampio conflitto tra i due Paesi, il governo indiano ha deciso di sospendere il trattato. Gli esperti sostengono che l’abbia fatto anche come leva per rinegoziare l’accordo su base più favorevole: secondo fonti indiane, l’attuale intesa è considerata “ingiusta” perché assegna al Pakistan circa l’80 per cento dell’acqua del sistema, una divisione che oggi viene ritenuta “obsoleta”.
In altri casi, la ragione dello scontro può essere la costruzione di grandi opere idriche, come dighe e bacini artificiali, canali di deviazione o progetti per l’irrigazione intensiva. Restando in Asia, il fiume Mekong, che attraversa Cina, Myanmar, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam, negli ultimi decenni è diventato uno dei punti più critici a livello geopolitico a causa dell’espansione massiccia di dighe idroelettriche, soprattutto in Cina (sul “Lancang”, cioè il tratto cinese del Mekong) e in Laos, che punta a diventare la “batteria del Sud-est asiatico”. I Paesi del bacino inferiore (Thailandia, Cambogia, Vietnam) hanno sollevato timori su conseguenze come maggiore rischio di inondazioni, scarsità d’acqua e stabilità del delta.
L’esempio del Mekong evidenzia che non è solo la scarsità fisica d’acqua a generare conflitti, ma anche il modo in cui i Paesi organizzano la gestione delle risorse. Di fronte a un momento storico fatto di cambiamenti fisici (variazioni nei flussi idrici causate da siccità o cambiamenti climatici) o istituzionali (nuove politiche, cambiamenti di regime, instabilità geopolitica), il rafforzamento di trattati e organizzazioni di tutela dei bacini rimane un fattore centrale per ridurre la probabilità di conflitti. Migliorare la governance condivisa significa anche contribuire a trasformare le risorse idriche da fonte di conflitto a motore di cooperazione e vicinanza tra comunità: non bisogna dimenticare che l’acqua non è solo una risorsa utilizzabile e contendibile, ma anche un diritto umano.
Francesco Del Vecchio è un giornalista che si occupa di geopolitica e diplomazia globale. È parte della redazione di Good Morning Italia e ha lavorato con testate nazionali, think tank e media digitali. Nella sua newsletter Borders si occupa di confini, politica e culture.
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