La crisi climatica vista attraverso gli occhi dei minori
di Carmela Cioffi
La collina aveva già iniziato a muoversi ma quella domenica, il 25 gennaio, a ora di pranzo, ha accelerato. A Niscemi, i bambini erano a casa quando il fronte della frana ha iniziato ad aprirsi lungo le strade, spaccando l’asfalto e isolando interi quartieri.
«Sbrigati papà, scendi, la frana arriva fino a casa nostra», gridano i figli di Luigi Martin, padre di due bambini di 9 e 12 anni. Da quella sera Francesco e Lucia (nomi di fantasia), non sarebbero più tornati nelle loro camerette. «Abbiamo preso i pigiami, i peluche, i quaderni. Le cose che fanno sentire casa, anche quando casa non c’è più», ci racconta Martin.
Nei giorni dell’emergenza, 137 edifici si sono ritrovati letteralmente in bilico sul ciglio della frana. Oltre 1.600 persone hanno dovuto lasciare la propria abitazione: tra loro circa 340 minori, una cinquantina sotto i tre anni. A due mesi dal cedimento, tre plessi scolastici restano ancora chiusi e molte famiglie non sanno se potranno mai rientrare nelle loro case.
Del giorno in cui le scuole hanno riaperto, la professoressa di scuola secondaria di primo grado Lorena Mangiapane ricorda soprattutto gli sguardi dei bambini e delle bambine: «Occhi persi, malinconici. Non era paura, era incertezza. Non sapevano cosa sarebbe successo il giorno dopo». La dirigente dell’Istituto Comprensivo “Francesco M. L. Salerno” di Niscemi, Licia Salerno, ci parla di bambini “fuori posto”, catapultati in aule che non riconoscevano. «Alla domanda “cosa ti manca della tua scuola?”, rispondono: “la mia aula, la palestra, il corridoio”. Spazi che per noi adulti sembrano scontati, ma per loro no: sono legati ai ricordi, alle attività, al tempo vissuto lì dentro».
Niscemi non è un’eccezione. È uno dei luoghi in cui si osserva con chiarezza ciò che la comunità scientifica documenta da anni: nel Mediterraneo le precipitazioni totali stanno diminuendo, mentre aumentano gli episodi brevi e molto intensi, quelli che saturano rapidamente i terreni e innescano fenomeni di dissesto.
La frana in Sicilia è arrivata dopo settimane di piogge intense, in un Mediterraneo che si scalda più velocemente della media globale. «Piove di meno, ma quando piove lo fa con un’intensità maggiore», ci spiega Alessandro Pugliese del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (CMCC). «Un’atmosfera più calda contiene più vapore acqueo, che funge da carburante per le precipitazioni. Quando arriva un sistema meteorologico, l’area ricca di vapore acqueo condensa più rapidamente e libera più acqua in meno tempo». Il risultato può essere «un aumento di frane, alluvioni e instabilità del territorio», ricapitola il ricercatore del CMCC.
Non a caso, lo ricordano nel recente appello al governo oltre 150 scienziati italiani, l’Italia è da anni tra i Paesi europei più esposti al rischio di frane. Terreni argillosi saturi d’acqua, scuole costruite decenni fa, infrastrutture fragili: “basta poco” perché un evento estremo travolga ciò che per un bambino è essenziale. Ovvero la scuola, gli spazi, le relazioni, la continuità.
Da Niscemi alle inondazioni in Asia, la traiettoria è la stessa: quando un evento estremo colpisce un territorio fragile, i diritti dei bambini sono i primi a incrinarsi – il diritto a studiare, a essere protetti, a crescere in un ambiente sicuro. In base all’Indice di rischio climatico per l’infanzia (CCRI) dell’UNICEF, quasi un miliardo di minori vive in Paesi ad altissimo rischio climatico, dove ondate di calore, siccità e alluvioni si sommano alla fragilità dei servizi essenziali. «Nel Mediterraneo vediamo segnali sempre più chiari: temperature più alte, periodi di siccità più lunghi, fenomeni estremi che mettono alla prova infrastrutture e servizi su cui bambini e adolescenti fanno affidamento», ci spiega Nicola Graziano, presidente di UNICEF Italia.
In Italia, si legge sempre nel rapporto, 7,6 milioni di minori – circa il 90 per cento – vivono già in aree dove la frequenza delle ondate di calore è raddoppiata rispetto agli anni Sessanta; 3,4 milioni in aree dove è triplicata. E nel 2024 oltre 900 mila studenti hanno visto le lezioni interrotte per piogge torrenziali e alluvioni.
E fuori dall’Italia il quadro è ancora più netto. Save the Children stima che, negli ultimi trent’anni, una media di 136 mila bambini al giorno sia stata colpita da disastri climatici. Inondazioni in Thailandia, Indonesia, Sri Lanka e Pakistan che hanno chiuso scuole e sfollato famiglie; ondate di calore in Sud Sudan che hanno costretto alla chiusura degli istituti per il secondo anno consecutivo; cicloni e uragani che nelle Filippine, ad Haiti e in Madagascar hanno distrutto case, raccolti e infrastrutture.
Il rapporto Born Into the Climate Crisis 2 (2025), di Save The Children, avverte che i bambini nati nel 2020 vivranno almeno il doppio degli eventi estremi rispetto ai loro nonni. E che gli impatti riguardano salute, nutrizione, istruzione, protezione.
«La crisi climatica non sta creando nuove malattie pediatriche: sta amplificando quelle che già conosciamo», ci spiega Laura Reali, presidente ISDE Lazio e della Confederazione europea dei pediatri di base. Allergie più frequenti, asma più diffusa, dermatiti, colpi di calore. I bambini sono più vulnerabili degli adulti perché i loro organi sono in sviluppo, regolano peggio la temperatura corporea, respirano più aria per chilo di peso e dipendono completamente dagli adulti per ogni scelta ambientale. «Sono la sentinella del livello di inquinamento e di cambiamento climatico che abbiamo», dice Reali. E quando l’aria peggiora, peggiorano loro.
Ma l’impatto non è solo biologico. È sociale. La crisi climatica colpisce di più chi ha meno: bambini che vivono in case senza climatizzazione, in quartieri con poco verde, vicino a strade trafficate. Bambini che non hanno spazi sicuri dove giocare, che frequentano scuole sovraffollate e non attrezzate.«Il cambiamento climatico è un moltiplicatore di disuguaglianze», dice Reali. «E colpisce di più i bambini che già stanno peggio».
Poi c’è la salute mentale, la parte più sottovalutata. «Un evento estremo non è una bua che passa», spiega Reali. «È la perdita improvvisa di sicurezza». A Niscemi, i bambini chiedevano ogni giorno quando sarebbero tornati nella loro scuola o nella loro casa. Alcuni non dormivano, altri erano disattenti, altri ancora cambiavano canale quando in TV si parlava della frana. «È una ferita», racconta Luigi Martin, trasferitosi con la famiglia in campagna. «E loro lo sanno, anche se non lo dicono».
In questo quadro pesa anche la minimizzazione: l’idea che “i bambini si adattano”, che “sono eventi naturali”, che “non è poi così grave”. Ma i bambini non si adattano da soli: si adattano se gli adulti intorno a loro sono in grado di proteggerli.
«Il rischio più grande è la negazione», avverte Reali. «Pensare che sia qualcosa che deve ancora arrivare». Ma è già qui: nelle scuole chiuse, nei bambini sfollati, nei pediatri che devono chiedere se in casa c’è muffa – perché con più caldo e umidità prolifera e peggiorano asma e allergie – o se la stanza è troppo calda per studiare. Anche gli ambienti domestici stanno cambiando, e questo cambia la salute dei bambini.

Insomma, lo vediamo nei 530 bambini di Niscemi che hanno perso la loro scuola, nei 242 milioni di studenti nel mondo che nel 2024 hanno visto le lezioni interrotte per eventi estremi. E allora la domanda non è più “come proteggere i bambini in futuro”, ma “perché non li stiamo proteggendo adesso?”.
La risposta, per chi lavora nei territori, è chiara.
«Gli eventi climatici estremi ci ricordano che le fragilità sociali e territoriali non sono mai separate», ci chiarisce Marco Rossi-Doria, presidente dell’impresa sociale Con i Bambini. «Dove le comunità sono più deboli – nei quartieri poveri, nelle aree interne, nei territori già segnati da disuguaglianze – gli effetti di crisi come quella provocata dall’alluvione in Emilia-Romagna del 2023 si scaricano con maggiore forza in particolare sui bambini e sugli adolescenti e soprattutto su quelli più vulnerabili».
Per questo, dice, intervenire in emergenza significa pensare a «interventi capaci di andare oltre l’emergenza stessa, grazie alla costruzione di stabili alleanze educative: le comunità educanti». Scuole, terzo settore, famiglie, servizi sociali: reti che tengono, che accompagnano, che non lasciano soli i più piccoli quando la normalità si spezza. È questo il punto: la crisi climatica è una crisi dei diritti dell’infanzia. E richiede politiche climatiche che mettano i bambini al centro.
Nicola Graziano, presidente di UNICEF Italia, richiama la stessa urgenza: servono scuole resilienti, servizi sanitari preparati, sistemi idrici sicuri, piani climatici che includano esplicitamente i minori. Servono dati, formazione, informazione capillare. Servono adulti che sappiano cosa fare.
E lo dicono anche loro, i ragazzi, sempre nel rapporto Born Into the Climate Crisis 2 di Save the Children. «Questi numeri rappresentano bambini reali: chiedete cambiamenti concreti», avverte Yuntong, 18 anni, dalla Cina. «Ne abbiamo abbastanza di giorni di scuola saltati», dice Gabrielle, 15 anni, da Vanuatu. E Vesa, 14 anni, dall’Albania, chiude senza giri di parole: «La gente pensa che la crisi climatica sarà un problema enorme in futuro, ma sta accadendo proprio sotto i loro occhi».
Carmela Cioffi è giornalista e addetta stampa, si occupa di sociale e ambiente anche attraverso l’uso dei social. Ha ideato il podcast “Gli Inventori della Natura” per RaiPlay Sound e collaborato con Slow News, La Stampa, Il Fatto Quotidiano e Rai Radio1. Scrive per l’HuffPost e cura la comunicazione per CURSA.




