La storia della Terra ci insegna che l’adattamento ai cambiamenti climatici è sempre stato parte dell’evoluzione delle specie. Alcune si sono evolute e sono sopravvissute, altre si sono estinte. Tra le principali strategie di adattamento vi è sempre stata la migrazione: esseri umani e animali si spostavano verso territori più favorevoli alla sopravvivenza, seguendo le variazioni del clima e delle risorse disponibili. Si trattava di movimenti naturali, in un mondo privo di confini politici e restrizioni alla circolazione, dove la mobilità rappresentava una risposta spontanea alle trasformazioni dell’ambiente.
Ora il cambiamento climatico in atto, causato dall’uomo, applicato a un sistema di stato-nazione e all’interno di un sistema globale capitalista, non innesca le stesse possibilità che paradossalmente milioni di anni fa avevamo come essere viventi.
Come scrive la politologa francese Françoise Vergès nel suo libro Rendere pulito il mondo. Capitalismo razziale e lotta decoloniale, viviamo in un mondo contaminato, devastato da secoli dal colonialismo e dal capitalismo razziale, e questa crisi climatica attuale non colpisce tutti allo stesso modo. Questo mondo in cui il capitalismo razziale è al centro è un mondo il cui sistema si basa su un’economia che produce ricchezza sfruttando in modo differenziale territori, risorse e persone. Le economie capitaliste e neoliberiste hanno costruito il proprio rendimento sullo sfruttamento dei combustibili fossili nei Paesi che non sono responsabili delle emissioni e che risentono spesso maggiormente dei costi ambientali prodotti dalle grandi multinazionali e Stati del nord del mondo.
L’organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM) e il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) considerano oggi la migrazione una strategia di adattamento, proprio come lo era sempre stata da milioni di anni. Ma chi può permettersi di adattarsi?
Permettersi di migrare per adattarsi all’attuale cambiamento climatico è una questione di privilegio e di possibilità, o meglio di impossibilità. Per poter migrare bisogna avere risorse economiche e i documenti adatti per poter viaggiare da un Paese all’altro e stabilirsi; in assenza di questi requisiti, si rimane semplicemente in territori invivibili, si rimane popolazioni intrappolate.
Secondo L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), più di 220 miilioni di persone migreranno da qua al 2050 a causa dei principali cambiamenti climatici, che vanno dagli eventi improvvisi e catastrofici – come inondazioni, tempeste, cicloni e monsoni estremi che colpiscono duramente le aree costiere e i centri urbani densamente popolati – a quelli lenti – in cui rientrano siccità prolungata, desertificazione e innalzamento del livello del mare. Questi fenomeni distruggono i mezzi di sussistenza legati all’agricoltura e le risorse idriche, costringendo intere comunità rurali ad abbandonare le proprie terre.
Nel 2024 l’Internal Displacement Monitoring Centre ha registrato 45,8 milioni di sfollamenti interni nel corso dell’anno a causa di disastri naturali. Nel 2026 sappiamo che la maggior parte degli spostamenti legati al clima è interna e non internazionale, e riguarda per lo più i Paesi dell’Asia meridionale, del sud-est asiatico e dall’Africa Subsahariana, in particolare Filippine, India, e Paesi del Corno d’Africa. Sappiamo anche che il cambiamento climatico interagisce con povertà, conflitti, governance e disuguaglianza; tutti altri motivi di migrazione.
Nonostante il grande fenomeno migratorio, al momento la nozione di rifugiato climatico o rifugiato ambientale non esiste nelle leggi internazionali. Secondo l’UNHCR, la definizione più vicina stando alla Convenzione di Ginevra potrebbe essere “sfollati” nel contesto dei disastri e dei cambiamenti climatici. Nuove definizioni si stanno cercando per poter diversificare il fenomeno distinguendo le persone che migrano per effetto dei cambiamenti climatici in base alle loro capacità economiche e in base alla regolarità dei loro documenti.
Le persone costrette a spostarsi esclusivamente a causa dei cambiamenti climatici o dei disastri naturali infatti non rientrano automaticamente nella definizione di rifugiato della Convenzione del 1951. Tuttavia, possono avere bisogno di protezione internazionale quando gli effetti climatici si intrecciano con conflitti o persecuzioni. In questi casi, gli Stati possono offrire forme di protezione complementare o umanitaria, come permessi temporanei o visti umanitari, nel rispetto del principio di non respingimento. Il cambiamento climatico e le catastrofi naturali possono aumentare anche il rischio di apolidia durante le migrazioni forzate, per questo dovrebbe essere integrato nelle politiche e nei piani relativi ai cambiamenti climatici, ma spesso è ancora un tema assente nelle prospettive di policy internazionali.
L’attuale lavoro internazionale, come il Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare (GCM) e la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) sta cercando di colmare questo vuoto, concentrando su questioni come l’integrazione della mobilità climatica nei piani regionali e nazionali di adattamento, la protezione delle persone sfollate a causa di disastri legati al clima, l’ampliamento dei percorsi legali per la migrazione laddove i rischi climatici sono gravi.

A livello europeo, le politiche climatiche e quelle migratorie continuano a essere sviluppate in larga misura su binari separati. Sebbene non esista una normativa specifica sulla migrazione climatica, la Commissione europea sta riconoscendo sempre più il legame tra cambiamento climatico, degrado ambientale, sicurezza e mobilità umana, ed è stato costituito un organo apposito, il Climate Change Induced Migration (CLICIM).
L’orientamento prevalente dell’UE è quello di ridurre le cause della migrazione climatica, piuttosto che creare nuove forme di protezione giuridica. Le principali strategie comprendono finanziamento di progetti di adattamento climatico nei Paesi vulnerabili, cooperazione con Africa e Mediterraneo, sostegno all’agricoltura resiliente, gestione sostenibile delle risorse idriche e prevenzione dei disastri naturali. L’idea è che investire nella resilienza delle comunità possa ridurre le migrazioni forzate, idea che nei fatti non può avere effetti immediati.
In Italia il cambiamento climatico è ormai riconosciuto come un fattore che contribuisce alla mobilità umana ma il sistema di protezione continua a essere costruito attorno alle categorie tradizionali del diritto d’asilo, mentre la tutela delle persone colpite dagli effetti della crisi climatica dipende soprattutto dall’interpretazione dei giudici e dall’applicazione dei principi costituzionali e internazionali di tutela dei diritti fondamentali. Ne deriva un divario tra la crescente evidenza scientifica sul nesso tra cambiamento climatico e migrazione e gli strumenti giuridici effettivamente disponibili. Un esempio chiave sono i numerosi casi di richiedenti protezione internazionale provenienti in particolare da Bangladesh (con maggiori richiedenti protezione anche per motivi climatici in Italia), Costa d’Avorio, Somalia e Afghanistan.
In un sistema globale che sfrutta territori e risorse, alimenta disuguaglianze climatiche profonde, ma poi rifiuta di riconoscerne le conseguenze, un sistema che trasforma chi subisce queste crisi in persone da rinchiudere in centri di detenzione, negando il diritto alla mobilità e alla protezione, resistere con prove, storie e vite che attraversano il fenomeno è l’unica soluzione.
Daniela Ioniță si occupa di migrazione contestando i regimi di frontiera e le violenze che producono, sostenendo le persone migranti nell’accesso ai diritti. Si occupa dell’accesso a procedure di accesso alla protezione, apatridia, cittadinanza e diritti di Rom e Sinti e regimi di frontiera razzializzati e di genere, unendo supporto diretto e azione politica collettiva.




