Il ruolo dell’Italia nella prevenzione degli eventi climatici estremi in Mozambico
di Alice Facchini
«La vedi quell’ansa del fiume? Io sono cresciuto là, la mia famiglia viveva in una zona ad alto rischio inondazione. Mia madre, che ha quasi ottant’anni, adesso si è trasferita dall’altro lato del fiume, ma quando arrivano i cicloni tutte le case rischiano di andare sott’acqua». Alberto Armando viene da Buzi, un piccolo villaggio di 1.500 famiglie nella provincia di Sofala, nel centro del Mozambico, diventato tristemente famoso per essere uno dei più colpiti da cicloni e inondazioni. «Le persone che abitano qui non si vogliono spostare perché il terreno è fertile, ma i pericoli legati alla crisi climatica stanno diventando troppi». Oggi Alberto è diventato uno dei responsabili dell’Istituto nazionale per la gestione e la riduzione del rischio disastri (INGD), il corrispettivo mozambicano del nostro dipartimento di protezione civile, e ha la responsabilità della gestione degli eventi estremi.
«Tante delle morti dovute ai disastri climatici sarebbero evitabili: in alcuni contesti manca l’infrastruttura sociale per affrontarli», spiega sempre Alberto. Il modo in cui il Mozambico affronta gli eventi climatici estremi è cambiato dopo il 2019, quando il Paese è stato investito dal più potente ciclone mai registrato: Idai, che ha provocato oltre 600 morti e decine di migliaia di sfollati nel solo Paese. Da allora si è lavorato molto per potenziare il sistema nazionale di protezione civile, con strumenti per prevedere e affrontare gli eventi climatici estremi. In questo campo, l’Italia si sta affermando come uno dei partner principali.
In particolare l’INGD, insieme agli istituti nazionali di meteorologia e gestione risorse idriche, sta costruendo un nuovo sistema early warning (o sistema di allerta precoce) che, basandosi su un insieme di dati e algoritmi, rileva un evento imminente – come un’alluvione – e invia un avviso per permettere di agire tempestivamente e mitigare i danni. A dare un supporto pratico è la fondazione italiana Cima, uno dei centri di competenza della nostra protezione civile, che nei decenni ha affinato modelli di previsione delle alluvioni e strumenti informatici di supporto alle decisioni in materia di protezione civile, fino a renderli trasferibili nel mondo, in primis nel continente africano, dove ancora mancano strumenti come questi.
Il contesto è quello del piano Mattei per l’Africa, l’iniziativa lanciata dal governo Meloni nel gennaio del 2024 per costruire un “partenariato” con i Paesi africani, puntando sia sulla “resilienza climatica” che sulla “cooperazione energetica”, particolarmente rilevante alla luce dell’attuale scenario internazionale. È un terreno, questo della cooperazione energetica, attraversato da dinamiche complesse e spesso ambivalenti: nello stesso Mozambico multinazionali petrolifere occidentali sono impegnate nell’estrazione delle riserve di gas naturale nel nord del paese, dove un conflitto in corso rischia di essere alimentato anche da queste dinamiche estrattive, che a loro volta non sono estranee all’impatto climatico.
Dal 2017 infatti il Mozambico è tornato al centro delle cronache per l’emergenza legata alla guerra civile nella provincia di Cabo Delgado, un’area storicamente povera, ma ricchissima di risorse naturali come il gas naturale liquefatto. A dicembre 2025, in sole due settimane, altre 100mila persone sono scappate dalla regione, secondo i dati dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr): tra conflitto ed eventi climatici estremi, oltre 1,3 milioni di persone sono oggi sfollate.

Anche in questa stagione delle piogge (che va da dicembre a marzo) sono stati il sud e il centro del Mozambico a essere i più colpiti da precipitazioni intense, che hanno provocato gravi alluvioni in diversi bacini fluviali e interrotto le comunicazioni via terra tra Maputo e il resto del Paese. Con l’intensificarsi delle precipitazioni e il rilascio di acqua dalle dighe, la situazione è rapidamente peggiorata: secondo le autorità nazionali, oltre 700mila persone sono state colpite nelle province di Maputo, Gaza, Inhambane, Sofala e Zambézia.
Un evento estremo, il cui impatto avrebbe potuto essere ancora peggiore se il sistema di allerta gestito da INGD, ancora in fase di rafforzamento, non si fosse dimostrato già abbastanza solido. Infatti, nell’ultimo anno nel Paese sono state inaugurate due “sale situazioni”, cioè sale di monitoraggio dove una piattaforma incrocia i dati meteorologici, idrologici e territoriali, facendo previsioni sugli eventi estremi. È una delle azioni del progetto Ready2Act della fondazione Cima, finanziato dal ministero degli Esteri italiano attraverso l’Agenzia per la cooperazione allo sviluppo, che ha anche rafforzato la catena operativa per dare l’allarme su tre livelli (nazionale, regionale e locale): in ogni villaggio esistono oggi dei comitati locali specializzati per allertare la popolazione, condurla in salvo e intervenire in caso di pericolo.
«Ogni volta che piove forte il villaggio si allaga», spiega Teresa José, coordinatrice del comitato locale che si riunisce dentro una delle chiese di Buzi. «Queste sono le aree ad alto rischio», dice indicando una mappa disegnata a mano. «Abbiamo alcune canoe per andare a prendere chi rimane bloccato, ma servirebbero più mezzi e case meno precarie». Il comitato locale è composto da una decina di uomini e donne: molti sono vestiti con abiti tradizionali, e sopra indossano il giubbotto catarifrangente della protezione civile. «Lavoriamo con la radio», racconta Amadi, uno dei volontari. «Quando scatta l’allerta avvisiamo la popolazione attraverso la nostra emittente e giriamo per le strade con le biciclette e i megafoni, i tamburi e le bottiglie».
E poi c’è chi si occupa dell’evacuazione vera e propria, come Katigia: «Puliamo le vie di fuga dalla vegetazione e dalla spazzatura, poi cerchiamo di convincere le persone a spostarsi: spesso fanno un po’ di resistenza, non vogliono lasciare la loro casa. Se qualcuno fa fatica a camminare lo portiamo in braccio oppure usiamo i carretti». Antonio è il responsabile di allestire gli spazi temporanei per gli sfollati: «Montiamo grandi tende e l’ospedale da campo, per dare un primo aiuto a chi non sa dove andare». Infine c’è chi lavora sulla prevenzione, che si occupa di piantare mangrovie e canne che agiscono come argini naturali del fiume. «Ci stiamo impegnando al massimo – conclude Teresa – ma sappiamo che questo non basta per contrastare gli eventi più violenti».

Il problema, naturalmente, non è solo del Mozambico: secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), negli ultimi cinquant’anni si sono registrati più di 11mila disastri naturali nel mondo. La buona notizia è che, mentre il numero di eventi estremi è aumentato di cinque volte e le perdite economiche sono cresciute di sette volte dal 1970 al 2019, il numero di vittime è diminuito di un terzo. Una delle ragioni è proprio la diffusione di sistemi di prevenzione e allerta come l’early warning, anche se – come rileva il rapporto del WMO – una persona su tre non è ancora adeguatamente coperta. Quasi il 90 per cento dei Paesi del sud del mondo e dei piccoli Stati insulari ha identificato i sistemi di allerta precoce come una priorità, tuttavia molti Stati non hanno le competenze, e soprattutto le risorse, per implementarli. L’epicentro di questa vulnerabilità è proprio il continente africano, dove solo 44mila persone ogni 100mila sono coperte da sistemi di allerta.
Nel 2022 il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres lanciava la campagna “EarlyWarning for All”, il piano per dotare ogni Paese del mondo di un sistema di allerta entro il 2027. Sempre nel 2022, l’Unione Africana ha adottato il piano settennale Africa Multi-Hazard Early Warning and Early Action System, per rafforzare la capacità dei Paesi africani in questo ambito: il piano è stato ideato proprio dalla fondazione Cima, insieme all’ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di disastri (Undrr).
Il risultato è che il sistema early warning sta venendo condiviso in vari Paesi africani, dove sono state inaugurate diverse “sale situazioni”. La prima è stata quella continentale a Addis Abeba, la capitale etiope, poi sono arrivate quelle su scala regionale, cioè multi-Paese: oltre a quella di Nacala, in Mozambico, ce ne sono in Nigeria, Camerun, Kenya e Niger. Ora stanno aprendo quelle che coprono i singoli Stati, come quella di Dodoma, in Tanzania, e quelle di Maputo e Beira, sempre in Mozambico. Nel frattempo, però, mentre si finanziano progetti di adattamento alla crisi climatica, proseguono anche le attività della filiera fossile. Una dinamica contraddittoria, dove gli investimenti per il clima e le logiche estrattive convivono.
Alice Facchini è una giornalista indipendente, si occupa di ambiente, diritti e disuguaglianze. Collabora con Il Post, Internazionale, Altreconomia, Millennium, IrpiMedia e altre testate. È autrice di “Poveri noi. La classe media in bilico” (2025, Erickson-Il Margine) e di “Città in Affitto. Un requiem per il diritto all’abitare” (2025, Laterza, firmato dal collettivo Gessi White). Il suo sito è www.alicefacchini.it




