I Giochi di Milano-Cortina avranno un costo ambientale. A pagarlo saranno i territori ospitanti
di Beatrice Citterio
Domani prenderanno ufficialmente il via i Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina. Ma cosa significa per i territori che le ospitano? Alle porte di un evento di tali dimensioni è necessario fare un breve recap di come siamo arrivati fin qui e di cosa comporta per i territori coinvolti ciò che la maggior parte di noi vedrà solo in televisione.
Innanzitutto, una precisazione: le Olimpiadi si terranno in realtà a Milano, Cortina, Bormio e Livigno in Valtellina, Predazzo e Tesero in Val di Fiemme, Anterselva in Südtirol, infine Verona. La dicotomia Milano-Cortina è la punta dell’iceberg della semplificazione della narrazione olimpica.
Ma andiamo con ordine.
L’assegnazione delle Olimpiadi Invernali a Milano e Cortina avviene nel 2019, con un dossier di candidatura pieno zeppo di parole come “comunità”, “sostenibilità” e “mobilità sostenibile”. Il documento si trova, insieme a molti altri, sulla pagina ufficiale delle Olimpiadi. Leggere il dossier di candidatura è importante perché da esso emergono le promesse fatte, per poi valutare quelle attese e quelle disattese e costruire una narrazione realistica dell’impatto dell’evento sul territorio e sul suo immaginario. Prima di leggerlo, è utile sottolineare che il CIO, il Comitato Olimpico Internazionale, richiede dal 2014, con la sua Agenda 2020 e poi 2020+5, che i Paesi ospitanti si attengano a principi integrali di sostenibilità su più livelli, pena l’esclusione dalla gara. Non c’è quindi da stupirsi della marcata presenza di riferimenti alla “sostenibilità” tra le righe della candidatura.
Premesse fatte, penso sia coerente guardare almeno alle scorse tre edizioni dei Giochi per inquadrare l’evento olimpico, perché l’anno 2014 per l’emanazione dell’Agenda 2020 non è casuale: in occasione delle Olimpiadi Invernali del 2014, a Sochi, lo slogan “Hot. Cool. Yours” conviveva con costi esorbitanti e corruzione sistemica in una località subtropicale segnata da profondi conflitti sociali e culturali. Con una spesa pubblica di circa 51 miliardi di dollari, quell’edizione dei Giochi è ancora oggi la più costosa di sempre.
Nonostante le nuove linee guida, quattro anni dopo, a PyeongChang, in Corea del Sud, la pista olimpica fu realizzata ex novo sacrificando uno dei versanti vergini del Monte Gariwang, a danno di una foresta plurisecolare. Le invernali di Beijing 2022 si rivelarono ancora una volta l’espressione maldestra di un governo autoritario, ospitate da un Paese noto per la violazione sistematica dei diritti umani e il silenziamento delle voci dissidenti. Nel 2019, l’allora presidente della Federazione Internazionale Sci (FIS) ed ex membro del CIO, Gian-Franco Kasper, dichiarò al quotidiano svizzero Tages Anzeiger che organizzare le Olimpiadi è «più facile nelle dittature [perché] i dittatori possono organizzare eventi come questo senza chiedere il permesso al popolo». È quindi evidente che imporre linee guida non vincolanti non garantisce Giochi più corretti.

Guardare lo storico delle scorse edizioni invernali dei Giochi è necessario per collocare l’evento al di fuori dell’ambiguo ottimismo che ne accompagna da anni la narrazione come “un’opportunità imperdibile”. Anche per questi motivi, molte città si esprimono ormai a sfavore dei Giochi, rifiutando o ritirando le proprie candidature pre-gara. La frase di Kasper risuona particolarmente centrale nell’edizione di Milano-Cortina perché esplicita uno dei nodi strutturali più discutibili dei mega-eventi: la mancanza di consultazione pubblica. Una consultazione che riguarda il confronto politico a priori, ma anche la trasparenza dell’informazione riguardo i progetti delle opere destinate a trasformare, nel giro di pochi anni, i territori abitati. Potete trovare informazioni in merito sul giornale ampezzano “Voci di Cortina”, che riporta spesso lettere e commenti di residenti delusi dall’operato della macchina olimpica.
Ogni grande e mega evento porta con sé un certo impatto, mai neutro: le Olimpiadi Milano-Cortina contano al momento una spesa pubblica di oltre 5 miliardi di euro, destinati inesorabilmente a salire. La cifra finale sarà nota solo dopo i Giochi, o addirittura tra una decina di anni, quando tutte le opere inserite nel decreto olimpico avranno visto la luce. Sul portale ufficiale di Simico – la società pubblica costituita per realizzare infrastrutture sportive e di trasporto in vista dei Giochi –, infatti, il piano delle opere olimpiche riporta l’andamento dei lavori: 29 opere risultano in esecuzione, mentre 27 sono ancora in progettazione. Se le 40 opere terminate sembrano una consolazione, è da sottolineare come la maggior parte degli investimenti ricada sui cantieri – principalmente stradali – non ancora iniziati (solo la spesa per la variante di Cortina è stata stimata in più di 600 milioni di euro). Rispetto a questo, consiglio il libro di Giuseppe Pietrobelli Una montagna di soldi, le inchieste de La Via Libera o la sezione olimpica di Altreconomia, certamente più esaustive.
L’impatto dei Giochi olimpici si misura sul piano sociale, economico, ambientale e culturale. L’impatto ambientale si evince dall’ingente opera di cementificazione per la costruzione di strade, laghi, ponti e infrastrutture sportive, e dall’uso massiccio di energia e acqua per l’innevamento artificiale e per la mobilità di atleti, delegazioni e spettatori. Infine, dalla mancanza di valutazione ambientale (VIA e VAS), giustificata dall’urgenza dell’evento. La stessa urgenza ha determinato – tramite decreti ad hoc – l’accelerazione nell’assegnazione diretta di opere come la cabinovia Apollonio-Socrepes o la pista da bob, entrambe a Cortina d’Ampezzo, oltre che lo stanziamento di decine di milioni di euro delle casse pubbliche a “supporto” di privati, come nel caso del Villaggio Olimpico di Milano o dell’Arena Santa Giulia.
Come al solito, la fretta non favorisce la trasparenza, né la qualità. Per monitorare l’opaco operato olimpico, nel 2024 è nata la campagna Open Olympics, promossa dall’associazione Libera Contro Le Mafie insieme a decine di altre associazioni con l’intento di monitorare dal basso le opere in cantiere. Il portale di Simico – già citato – risponde alla richiesta pressante di trasparenza di Open Olympics e viene infatti pubblicato più di cinque anni dopo l’assegnazione dei Giochi all’Italia.
Ma l’impatto culturale, sociale ed economico riguarda soprattutto l’immaginario e il modello economico che le Olimpiadi sostengono e validano agli occhi di tutto il mondo: semplificando, da una parte un turismo sempre più verticale ed elitario dipendente dalla neve, dall’altra una montagna sempre più subordinata ai bisogni delle città, dove le basse valli vengono piegate a funzione logistica. Questo, di fronte a una crisi climatica che promette una progressiva diminuzione del manto nevoso e un costante innalzamento delle temperature, risulta ancora più critico e traduce i Giochi in un’occasione mancata per attivare investimenti capaci di avvicinare i territori all’adattamento climatico. Il report Neve Diversa di Legambiente testimonia questa situazione con minuziosa e preoccupante precisione a cadenza annuale, e l’edizione del 2025 riporta una sezione specificamente dedicata ai Giochi olimpici 2026.
Dietro alle grandi opere etichettate come necessarie “per i Giochi”, è ormai evidente che si celi una mancanza di progettazione a lungo termine, soprattutto per quanto riguarda i servizi essenziali, la mobilità e il futuro dello sci – che, a ben vedere, coincide con il futuro di decine di valli alpine. Sembra quindi che le opere non si facciano tanto per i Giochi, ma che i Giochi si facciano per attivare una serie di interventi più o meno utili, presentati come al servizio delle comunità che vivono il territorio, ma senza mai averle consultate.
Pur partendo da premesse poco favorevoli, resta da capire quale legacy sapranno lasciare i Giochi, al di là degli ingenti debiti che, negli anni a venire, rischiano di ricadere sulle comunità locali per la manutenzione ordinaria di opere mastodontiche come la pista da bob o le strade di accesso all’Arena Santa Giulia: uno stadio per il quale il pubblico ha già pagato un “biglietto” da 50 milioni di euro a vantaggio di un soggetto privato.
Beatrice Citterio è ricercatrice in Design per i Beni Culturali e Paesaggistici presso la Libera Università di Bolzano. Lavora tra progetto, grafica e fotografia, indagando trasformazioni territoriali e sociali, con particolare attenzione al rapporto tra urbano e non-urbano.







Penso che a tante persone ormai l'espressione "grande evento" suoni come "grande sciagura".
Ho sopportato da pendolare l'expo di Rho (passati 10 anni sto ancora aspettando di capire quali fossero i treni speciali in più messi per l'expo) e ho vissuto da romana il giubileo.
Da brianzola vivo con ansia l'avanzare della pedemontana,mentre vedo ogni anno aperto di ogni tipo sull'inquinamento atmosferico in pianura padana.
Questi eventi accelerano il consumo di suolo in un paese che dovrebbe invece invertire la marcia,in merito. Se i cantieri delle strade che avrebbero dovuto servire le olimpiadi non sono terminati (o magari neanche iniziati), l'onestà imporrebbe di demolire il poco costruito e restituirlo alla comunità. Ma è utopia.
Un immenso spreco un immenso scempio