I dati del clima raccontano metà della storia
di Donata Columbro
Quando nel gennaio 2025 Donald Trump si è insediato per il suo secondo mandato alla presidenza degli Stati Uniti, ha fatto capire subito quali sarebbero state le priorità del suo governo. Il giorno dopo la cerimonia ufficiale, dai siti federali hanno cominciato a sparire pagine e dataset. Era già successo durante il primo mandato, quando l’amministrazione aveva provato a modificare la narrazione sul clima eliminando termini chiave e sottofinanziando la ricerca: tra il 2016 e il 2020 c’era stata una diminuzione del 38 per cento nell’uso dell’espressione “cambiamento climatico” sui siti governativi e la rimozione di circa un quinto dei contenuti dal sito dell’Epa, l’agenzia federale per la protezione dell’ambiente, secondo una ricerca dell’Environmental Data & Governance Initiative (Edgi).
Con il secondo mandato le prime risorse a sparire, documentate dal National Security Archive, non sono state le serie storiche sulle temperature o sulle emissioni, che essendo previste per legge hanno resistito più a lungo: sono stati gli strumenti che collegavano il clima alla società, come la mappa federale che incrociava rischio climatico e comunità a basso reddito, rimossa subito dopo i primi ordini esecutivi. Poi, a maggio 2025, è stato dismesso il database della Noaa – l’agenzia federale che si occupa di oceani, clima e atmosfera – sui disastri meteorologici, e a giugno sono spariti i National Climate Assessment, i rapporti quadriennali che traducevano la scienza del clima per il pubblico e i decisori. Chi monitora questi siti ha osservato che l’effetto complessivo delle rimozioni è stata un’operazione per isolare il cambiamento climatico come tema, evitando qualsiasi legame con le questioni relative alla salute, al lavoro, allo sviluppo delle infrastrutture.
Se un presidente arriva e cerca di minare la legittimità di questi dati appena insediato al governo, è chiaro che sono fondamentali per capire cos’è la crisi climatica oggi, che ci servono. Ma occupandomi di cultura del dato e del valore della quantificazione per la produzione di conoscenza, mi chiedo: e se i dati che difendiamo raccontassero soltanto una parte della crisi? Stiamo guardando nel modo giusto quello che ci sta succedendo? Perché dal modo in cui misuriamo dipendono anche le decisioni che prendiamo per cambiare rotta.
Se dovessi chiedere a una persona qualunque, non addetta ai lavori, che numeri citare per raccontare la crisi climatica probabilmente mi parlerebbe di CO₂, dell’aumento delle temperature medie, dei ghiacciai che si sciolgono e, grazie alla divulgazione fatta negli ultimi anni da testate e colleghe sempre più in gamba, anche della frequenza degli eventi estremi e delle ondate di calore. Sappiamo dove guardare, sembra. Questi dati sono alla base delle prove che hanno reso il riscaldamento globale un fatto accertato, quelle su cui poggiano gli accordi internazionali e le cause legali contro stati e aziende. Ogni carota di ghiaccio, ogni stazione di rilevamento, ogni modello che gira su un supercomputer aggiunge un pezzo a un edificio di conoscenza che il negazionismo ha provato ad attaccare per decenni. E io non sono qui per mettere in dubbio il valore di questi dati.
Ma cosa stiamo misurando esattamente? Stiamo guardando gli effetti fisici della crisi (quanta anidride carbonica c’è nell’aria, di quanto si è scaldato l’oceano), che però ci dicono molto poco del sistema che quegli effetti li produce. La filosofa Nancy Fraser, nel suo libro Capitalismo cannibale (Laterza 2023), osserva che il capitalismo tratta la natura come una condizione esterna all’economia, una riserva apparentemente gratuita di energia e materie prime. È una rappresentazione che ha conseguenze anche su ciò che decidiamo di misurare. C’è la natura della scienza del clima: biofisica, reale, che “si fa sentire” attraverso processi che avvengono indipendentemente da ciò che ne pensiamo, ed è quella che i dati citati sopra misurano bene. E poi c’è la natura pensata e quantificata come una riserva gratuita di materie prime, che si presume capace di rigenerarsi da sola all’infinito, e che proprio per questo non compare nei bilanci. E se una parte della difficoltà che abbiamo nel contrastare la crisi climatica dipendesse anche da questo? Per lo storico dell’ambiente e geografo Jason W. Moore, rappresentare la natura come risorsa esterna, mappabile, quantificabile e gratuita, è ciò che ha reso possibile appropriarsene. Le grandi operazioni di misurazione della storia che sono avvenute tramite lo sviluppo della cartografia moderna, ma anche la diffusione del sistema metrico e della contabilità in partita doppia, hanno contribuito al saccheggio, all’espropriazione. Per questo Moore critica il termine “antropocene” e preferisce concentrare la responsabilità sul sistema economico che ha accompagnato questo processo, il capitalismo. Se l’antropocene viene fatto iniziare con la macchina a vapore nel 1784, i dati rilevanti sono le emissioni degli ultimi due secoli, ma Moore fa iniziare il conto tre secoli prima, nel Cinquecento, quando l’economia atlantica nascente trasformava i paesaggi a una velocità mai vista: la deforestazione che nella Francia medievale richiedeva due secoli, nel Brasile dello zucchero si compiva in un anno. Cambiando la data d’inizio cambiano le colonne di un ipotetico dataset in cui raccogliere le prove del fatto che viviamo nell’era del Capitalocene: alle emissioni si affiancano la deforestazione, la tratta, la concentrazione della proprietà, l’estrazione delle materie prime, il lavoro non pagato, quello delle persone (il ruolo di cura delle donne, per esempio) e quello, per così dire, della natura stessa.

Questo approccio non vuole mettere in secondo piano “i soliti dati” con cui raccontiamo il cambiamento climatico, ma aiutarci a trovare nuovi modi per comprenderlo. Alcuni ricercatori stanno già provando ad allargare questo sguardo: Climate Central, un gruppo indipendente di scienziati e divulgatori con sede negli Stati Uniti, ha incrociato le temperature notturne con i dati sul riposo, calcolando che tra il 2020 e il 2025 una persona ha perso in media quasi 56 ore di sonno all’anno a causa del caldo notturno amplificato dal cambiamento climatico. Per costruire questo dataset bisogna però prima decidere che il sonno è una cosa che il clima può togliere, e che vale la pena contarla. Lo stesso vale per la salute mentale, per la produttività di chi lavora all’aperto nelle ore più calde, per le ondate di ansia documentate dopo gli eventi estremi, persino sull’aumento della violenza domestica: sono misure che spostano la crisi dal pianeta alle persone.
Il caso più estremo di questa catena viene dal distretto di Beed, in Maharashtra, uno dei principali bacini di manodopera migrante per la raccolta della canna da zucchero in India. Di questa storia ho letto nella newsletter curata da Nicolas Lo Zito, Il Colore verde: la siccità ricorrente spinge ogni anno decine di migliaia di famiglie a migrare per il taglio della canna, il lavoro è a cottimo, in coppia, e saltare anche un solo giorno comporta multe che possono superare la paga giornaliera. Ecco che mestruazioni e gravidanze vengono trattate dai contractor come ostacoli alla capacità lavorativa, e così molte donne arrivano a farsi asportare l’utero. L’inchiesta commissionata dal governo del Maharashtra nel 2019, dopo le pressioni delle organizzazioni per i diritti delle lavoratrici, ha contato che su 82.309 lavoratrici della canna censite a Beed circa 13.861, quasi il 17 per cento, avevano subito un’isterectomia, mentre rilevazioni su campioni più ristretti sono arrivate al 36 per cento, quattordici volte la media nazionale del 3 per cento. Nessuna di queste donne comparirà mai in un inventario delle emissioni, la dimostrazione empirica di ciò che Fraser chiama “cannibalizzazione della riproduzione sociale”, e sta tutta in una tabella di un dipartimento sanitario distrettuale.
Ogni dataset nasce da una scelta su cosa vale la pena nominare, osservare, quantificare e classificare. Quindi, prima ancora di raccontare il mondo, i dati ne propongono una teoria. Difendere i dati sul clima significa allora anche produrne di nuovi, dati capaci di raccontare dove si collocano i nostri corpi dentro questa crisi, e come possiamo uscirne.
Donata Columbro è giornalista, divulgatrice e scrittrice. È stata definita “data humanizer” per il suo approccio accessibile e inclusivo nel divulgare la cultura dei dati. Collabora regolarmente con SkyTG24 e Internazionale, per cui cura la newsletter “Numeri”. È docente a contratto alla IULM di Milano con un corso di Data Visualization. Ogni mercoledì pubblica una newsletter su dati, algoritmi e tecnologia con un approccio femminista, letta da più di 15mila persone (tispiegoildato.it). Il suo ultimo libro è Perché contare i femminicidi è un atto politico (Feltrinelli, 2025).




