Giocare per prendersi cura del pianeta
di Elena Colombo
Stare in natura fa bene. Trascorrere tempo all’aperto, in ambienti naturali, presenta benefici sia per la salute fisica, come l’abbassamento della pressione arteriosa, sia per quella mentale, contribuendo a rigenerare l’attenzione e a ridurre i livelli di stress. Inoltre, stimola i comportamenti prosociali, rafforzando il senso di comunità e responsabilità.
Ciononostante, gli italiani passano il 90 per cento del proprio tempo all’interno di spazi chiusi: ben 22 ore al giorno, secondo i dati elaborati nel 2024 dall’Accademia italiana di biofilia (Aib). La perdita del contatto quotidiano con la natura, soprattutto per i più piccoli, rappresenta un ostacolo che aggrava le difficoltà di attenzione e le tendenze all’iperattività. Già nel 2005, Richard Louv coniò il termine “disturbo da deficit di natura” per descrivere le conseguenze negative sulla salute e il benessere psicofisico dovute alla crescente disconnessione delle persone, e in particolare dei bambini, dall’ambiente naturale. Pur non trattandosi di un termine medico riconosciuto, il costrutto ben riassume i rischi della carenza di esperienze nel bosco, in montagna o al parco cittadino: le persone tendono a usare solo due sensi (vista e udito), ricevendo quindi meno stimoli e alimentando la sedentarietà.
Se fin da bambini si è forzati a vivere un’esperienza al chiuso, però, ci si affeziona meno all’ambiente in cui si vive, semplicemente perché non lo si conosce. Una mancanza che le ultime frontiere dell’educazione all’ambiente e alla biodiversità tentano di arginare, promuovendo un approccio esperienziale e continuativo. Questo modo di affrontare il rapporto con il luogo si differenzia rispetto a quello tradizionale, che relega la conoscenza degli ecosistemi a un insieme di nozioni scientifiche. A sfidare queste convinzioni sono gruppi di ricerca come il BEAT (Biodiversity Education and Awareness Team) dell’Università Bicocca di Milano. Nato all’interno del progetto NBFC (National Biodiversity Future Center) finanziato dal PNRR, il team BEAT tematizza la biodiversità attraverso i linguaggi e le pratiche pedagogiche, nell’intento di delineare azioni di educazione e formazione con un approccio interdisciplinare.
Ancora oggi, ci spiega infatti Letizia Luini, ricercatrice di BEAT, «l’educazione ambientale e nello specifico l’educazione per la biodiversità avviene prettamente attraverso approcci trasmissivi. Una figura esperta, adulta, porta dei contenuti all’interno del contesto scolastico, mentre l’esperienza diretta, sensoriale e immersiva all’interno dei luoghi passa in secondo piano».
«A nostro avviso», racconta la collega Greta Persico, «pensare al tema della biodiversità solo come una materia da affrontare dentro alle lezioni di scienze ne riduce tantissimo il potenziale e anche l’efficacia». Questo approccio, infatti, non tiene in considerazione le relazioni della biodiversità con le altre discipline né valorizza la conoscenza degli ambienti in cui le persone vivono. Il lavoro di ricerca del BEAT parte quindi dalla riscoperta dei luoghi come «un giardino scolastico, il marciapiede, la zolla di terra immediatamente fuori dalla scuola: anche se apparentemente privi di elementi di interesse in termini di esplorazione naturalistica e di educazione per la biodiversità, per noi sono stati un punto di partenza cruciale nell’avvio e nel prosieguo di questo lavoro».
L’obiettivo del gruppo di ricerca, continua Persico, è quello di «sviluppare conoscenze teoriche e proposte metodologiche per favorire la costruzione di relazioni significative tra persone e ambiente». Per farlo, BEAT ha realizzato uno strumento coinvolgente e interattivo che si rivolge a persone di tutte le età per spingerle a esplorare all’aperto tramite il gioco. Si tratta di un kit composto da alcuni mazzi di carte, ognuno dei quali invita a entrare in relazione con il luogo scelto (il proprio giardino, una spiaggia, un parco urbano) per avviare un’esperienza esplorativa. Tra queste, sono presenti le carte “azione”, per avviare a una prima conoscenza dell’ambiente, le carte “posizione”, che invitano ad assumere prospettive di osservazione inusuali, e quelle “elemento”, che stimolano a cercare alcune componenti del contesto in cui ci si trova.
Ogni carta è accompagnata dalle illustrazioni di Giulia Vetri, che, per scelta di postura del gruppo di ricerca, non rappresentano la realtà in modo fedele e monolitico, pur essendo accurate dal punto di vista scientifico. Le ricercatrici ci spiegano che i disegni hanno un carattere evocativo, con colori e tratti grafici che rimandano a una rappresentazione immaginativa e poetica, con l’obiettivo di aprire a diverse interpretazioni durante la ricerca degli elementi in natura, per ricordare che ci sono tanti modi per raccontare la realtà.
Non mancano poi le carte che invitano a esplorare l’ambiente con alcuni strumenti – facilmente reperibili e poco costosi, come taccuini, matite e lenti di ingrandimento – e quelle che pongono delle domande. L’adulto che accompagna il bambino nel gioco, però, deve provare a «non anticipare le risposte in base alle sue conoscenze, ma coltivare una postura di co-ricerca con chi esplora», chiarisce Luini.
Inoltre il kit, aggiunge Persico, «ha l’ambizione di spalancare le porte all’interdisciplinarietà: le carte azione invitano anche a immaginare, narrare, condividere, raccontare. Molte delle domande promuovono uno sguardo verso il contesto altro da me, riflettendo sulla dimensione relazionale, senza assumere una prospettiva antropocentrica. Il kit prova a far fare uno sforzo di spostamento dello sguardo, che non vuol dire che sia necessariamente la modalità più efficace, ma è un tentativo che vogliamo percorrere».
Ma a che cosa serve conoscere il luogo, in un’epoca di crisi climatica? Non sarebbe più urgente insegnare a proteggere la natura e a farlo subito, prima che sia troppo tardi? «Quello che è emerso dalla letteratura scientifica è che la cultura allarmistica, cioè quella che genera preoccupazione nelle future generazioni rispetto a quello che potrà accadere al pianeta, si è rivelata completamente fallimentare», ci spiega ancora Luini. «Infatti, non riesce a generare dei cambiamenti rispetto ai propri atteggiamenti né alle modalità di relazionarsi con i luoghi. Una possibile strategia per rendere le persone più piccole consapevoli di alcune dinamiche ambientali e generare in loro il desiderio di prendersi cura di quei luoghi può essere quella di frequentarli in modo continuativo e sin dalla più tenera età». Partire dalla conoscenza degli ambienti locali, quindi, rende bambini e bambine più coscienti degli impatti di fattori quali inquinamento e cambiamento climatico all’interno di quei luoghi, permettendo loro di cogliere le interrelazioni tra i soggetti che li abitano.
«Vorremmo lanciare l’invito a fare esperienza dell’ambiente in un certo modo», sottolinea Persico, che ribadisce l’importanza del «fare esperienza nel luogo», per lanciare il messaggio non tanto di tutelare l’ambiente, quanto più di conoscerlo e viverlo. Dopodiché, conclude la ricercatrice, «i comportamenti di cura verranno da sé: questo è quello che abbiamo notato durante i nostri studi con alcune classi della scuola primaria».
L’esplorazione degli spazi naturali all’aperto, quindi, travalica sia l’approccio puramente nozionistico, sia quello allarmistico. Le carte che invitano a conoscere il luogo sperimentando sono un tassello fondamentale per stimolare la curiosità dei bambini e anche quella degli adulti, perché ci aiutano a collegare temi enormi come la crisi climatica alla realtà che viviamo ogni giorno. E a realizzare che la cura dell’ambiente parte proprio dal parco dietro casa.
Elena Colombo si muove tra letteratura ed ecologia per raccontare il rapporto tra esseri umani e natura. Dopo gli studi in Lettere, ha conseguito una laurea magistrale in Environmental Humanities, un percorso multidisciplinare che mette in dialogo scienze naturali, scienze sociali e cultura umanistica. Per la sua tesi sul ruolo dei disastri di Seveso e Bhopal nella narrativa ha vinto nel 2025 il Premio Laura Conti per la categoria “letteratura ambientale”. L’interesse per il giornalismo ambientale l’ha portata a scrivere per Materia Rinnovabile, mentre quello per l’educazione alla biodiversità a collaborare con le scuole, per accompagnare bambine e bambini alla scoperta del Parco delle Groane e della Brughiera Briantea. Oggi lavora in Abruzzo con Rewilding Apennines per promuovere la convivenza tra comunità umane e fauna selvatica.





