Dopo ogni blackout c'è chi se la prende con le rinnovabili
di Nina Zibetti
28 aprile 2025, ore 12.33, la penisola iberica rimane improvvisamente senza elettricità, fino alle prime ore del mattino successivo. Il blackout scatena un susseguirsi concitato di immagini e notizie. Dai capannelli di persone intorno alle radio ai concerti improvvisati nei parchi, passando per i treni fermi in aperta campagna, il ricordo di quelle ore viene immortalato migliaia di volte sui social media e dalle testate giornalistiche. Nelle stesse ore, su queste piattaforme e nelle strade, circolano teorie sulle possibili cause: un raro fenomeno atmosferico, la conseguenza delle sanzioni europee contro la Russia, un cyberattacco.
Visegrád 24 – un aggregatore di news polacco noto per aver diffuso propaganda e fake news – o ZeroHedge – un blog di estrema destra – condividono su X dichiarazioni che lasciano poco spazio al dubbio: la penisola iberica, che aveva da poco raggiunto l’obiettivo di generare la totalità dell’energia elettrica da fonti rinnovabili, ora ne paga il caro prezzo. Seguono diversi giornali, che riprendono la stessa linea: “Il traguardo del 100% nelle energie rinnovabili della Spagna seguito da un blackout storico - Coincidenza?”, titola il 29 aprile Euro Weekly News, il principale giornale gratuito in lingua inglese in Spagna. Javier Blas, opinionista per Bloomberg, è tra i più prolifici promotori della teoria secondo cui il blackout spagnolo sarebbe «il primo blackout dell’era green», come scrive in un editoriale per il Taipei Times il 3 maggio.
Ma c’è un problema: i blackout su larga scala, spiega uno studio del 2023, risultano solitamente da una rapida successione di guasti, specialmente quando la rete elettrica è già sotto stress, ad esempio per via dell’alta domanda energetica. Data la complessità di questi eventi, ricostruire le cause scatenanti richiede una rigorosa analisi tecnica, ma soprattutto richiede tempo. Chi caratterizza quindi le cause di un blackout in tempi brevi o brevissimi – i primi post su X che citano le rinnovabili come responsabili del blackout sono emersi nel giro di poche ore, riporta il consulente energetico Ketan Joshi per Renew Economy – diffonde, volontariamente o meno, informazioni necessariamente false o quantomeno incomplete. «Se nessuno sa la risposta, ma alcuni affermano di sapere che le rinnovabili sono colpevoli, si tratta abbastanza chiaramente di disinformazione», ci spiega Philip Newell, uno dei fondatori di Climate Action Against Disinformation (CAAD), una coalizione globale di organizzazioni non governative impegnate nel combattere la disinformazione sui cambiamenti climatici.
Il blackout di aprile 2025 è un esempio istruttivo: il report sulle condizioni prevalenti nella rete elettrica al momento del blackout è stato pubblicato sei mesi dopo, a ottobre dello stesso anno. Per un’analisi completa delle cause scatenanti, invece, dovremo aspettare i primi mesi del 2026. Riavvolgendo quindi il nastro a quel 28 aprile, cosa è successo effettivamente? Il report di ottobre a cura di un gruppo di esperti convocato da ENTSO-E – l’associazione europea dei gestori dei sistemi di trasmissione dell’energia elettrica – indica che la causa immediata del blackout è stato un aumento di tensione nella rete elettrica spagnola. L’ingegnere elettrico Marcial Gonzalez, intervistato da Deutsche Welle, spiega che picchi di tensione hanno continuato a susseguirsi causando eventualmente la disconnessione di alcuni generatori, e infine lo spegnimento di varie centrali elettriche e il collasso dell’intero sistema. In base a quanto emerso fino ad ora, la crescente dipendenza della Spagna dalle energie rinnovabili non ha avuto un ruolo nello scatenare il blackout di Aprile, ha dichiarato a Reuters Damian Cortinas, presidente del consiglio di amministrazione di ENTSO-E.
Il blackout, nonostante ciò, è diventato presto un simbolo dei danni della transizione energetica tra le destre europee. «Il blackout spagnolo in pratica è diventato lo strumento per le forze politiche che sono contro le rinnovabili per dire che le rinnovabili causano i blackout, anche se è stato dimostrato che non erano proprio le rinnovabili», spiega Jaume Loffredo, assistente parlamentare europeo ed esperto del settore energetico. Questa dinamica è evidenziata da alcune interrogazioni parlamentari ricevute dalla Commissione europea nei mesi estivi di quest’anno – prima della pubblicazione del report di ENTSO-E.
Georg Mayer e Harald Vilimsky, europarlamentari austriaci dell’ala di estrema destra, scrivono in riferimento alle interruzioni di corrente nella penisola iberica che «questi eventi evidenziano carenze fondamentali nella resilienza dell’infrastruttura della rete elettrica e sollevano interrogativi chiave sulla fattibilità degli ambiziosi obiettivi climatici ed energetici dell’UE». Markus Buchheit, europarlamentare tedesco di Alternative für Deutschland (AfD), chiede invece alla Commissione se quest’ultima «sta valutando la possibilità di rivedere le sue attuali politiche energetiche per consentire agli Stati membri di mantenere o rafforzare le fonti energetiche convenzionali, come il nucleare o il gas, al fine di salvaguardare la sicurezza energetica nazionale».
Un altro gruppo è particolarmente attivo nell’evidenziare un supposto rapporto di causa-effetto tra generazione energetica da fonti rinnovabili e il blackout nella penisola iberica: i proponenti dell’energia nucleare. In Italia, come riportava già a maggio 2025 Anna Toniolo per Facta, alcuni media mainstream hanno proposto fin da subito una chiave di lettura pro-nucleare dell’evento. «L’incidente ci ricorda che nella ricerca di un’energia pulita non ci si può affidare a una sola fonte», affermava Antonio Polito nella sua rubrica Palomar su Corriere TV, «questo rilancia chiaramente la questione del nucleare, capitolo riaperto di recente in Italia dal nostro governo». Online, riporta Maldita, uno dei primi video diventati virali ritrae dei lavoratori che celebrano la demolizione di una centrale erroneamente identificata come centrale nucleare. Il video è accompagnato da caption come «queste immagini dell’estrema sinistra spagnola che celebra la distruzione delle centrali nucleari che fornivano elettricità sono invecchiate molto male dopo il massiccio blackout di oggi». In realtà, la centrale era a carbone e il video era del 2022.
In pratica, ogni aspetto della transizione energetica – dalle fonti rinnovabili all’elettrificazione dei trasporti – può essere chiamato in causa quando si spengono le luci. Quest’estate, mentre mi trovavo nella mia città natale, Torino, ho assistito a un caso simile su scala locale. A giugno, a Torino, numerosi quartieri hanno subito blackout in rapida successione, complice il caldo che ha surriscaldato i cavi elettrici e portato la gente ad accendere i condizionatori, aumentando la richiesta energetica. Nel weekend del 13-15 giugno, sono rimasti senza corrente per periodi di durata variabile tra minuti e più di dieci ore centinaia di migliaia di cittadini.
Sulla stampa locale e sui social media, una teoria sembrava prevalere su tutte: è colpa delle colonnine per la ricarica dei veicoli elettrici. «Dai mezzi di informazione viene più volte imputata la causa al mix caldo, rete di distribuzione e climatizzazione. Vorrei invece porre l’attenzione anche sulle colonnine di ricarica per le vetture elettriche sempre più presenti in città», scrive un cittadino su Lo Specchio dei Tempi della Stampa. Su Facebook, un commento sotto un post della Stampa sui blackout legge: «e le green car sotto carica? Nessuno ci pensa?». In questo caso, nel mirino non sono finite le rinnovabili, ma un colpevole green è presto individuato.
Mutazioni delle stesse narrative tendono ad emergere in diversi contesti, spiega Philip Newell, di CAAD. Dai blackout del Texas dell’inverno 2021 – quando erano finite nel mirino le turbine eoliche, salvo poi essere confermata la responsabilità delle centrali a gas – a circoscritti casi locali, queste informazioni false o incomplete si diffondono secondo uno schema che Kate Starbird – ricercatrice in crisis informatics, lo studio di come le tecnologie dell’informazione e della comunicazione vengono utilizzate durante gli eventi di crisi – ha descritto come «disinformazione participativa». Media di parte, politici, figure del web, e cittadini comuni “partecipano” nel creare e amplificare narrative che presto si consolidano nell’opinione pubblica. Nel caso del blackout nella penisola iberica, uno studio condotto da CAAD ha evidenziato per esempio come il 36 per cento del pubblico spagnolo e il 22 per cento del pubblico inglese, a distanza di qualche mese dall’evento, individuassero tra le cause delle interruzioni di corrente «l’eccessiva dipendenza della rete elettrica dalle energie rinnovabili».
L’incorrettezza o incompletezza delle informazioni che circolano nei primi, spesso concitati tempi successivi ad un blackout, costituiscono però solo parte della minaccia. Anche nei casi in cui queste informazioni vengono successivamente smentite, infatti, la rapida diffusione – di cui sono complici anche molti media mainstream – di narrative anti-green a seguito dei blackout contribuisce soprattutto a rafforzare la polarizzazione sulla transizione energetica – dalle rinnovabili all’elettrificazione dei trasporti – rendendo difficile quindi lo sviluppo di un dibattito democratico e fattuale su come decarbonizzare il nostro sistema energetico. Non mancano però le soluzioni, secondo Newell. Una su tutte: trattare la disinformazione sui cambiamenti climatici diffusa tramite piattaforme digitali come una forma di pubblicità ingannevole. «La pubblicità ingannevole è illegale e gran parte di questa è più o meno solo pubblicità ingannevole occulta per l’industria dei combustibili fossili», spiega Newell, «trattarla in questo modo è, a mio avviso, un po’ più semplice».
La ricerca per questo articolo è stata resa possibile grazie al supporto della Heinrich-Böll-Stiftung European Union | Global Dialogue’s Climate Change Disinformation Media Fellowship 2025.
Nina Zibetti è una giornalista investigativa e ricercatrice con un background in economia ambientale e studi climatici. Il suo lavoro si concentra principalmente nel documentare ed esporre varie forme di ostruzionismo climatico in Europa, dalla disinformazione sui cambiamenti climatici, al greenwashing e lobbying delle grandi aziende. È una dei cinque Fellows selezionati per la 2025 Climate Disinformation Media Fellowship della fondazione Heinrich-Böll-Stiftung, ha collaborato con Desmog, l’Observatory on Climate Misinformation, e il collettivo giornalistico olandese Momus.






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