Albino Casu è un artigiano marmista di Bitti, un paese di 2400 abitanti in provincia di Nuoro. Il 27 novembre 2020, come altri compaesani, vide la sua vita stravolta dall’onda di piena del torrente Cuccureddu, che a causa delle piogge fuoriuscì dalla tombatura che corre sotto l’abitato. Le acque, cariche di detriti, invasero le strade causando danni ingentissimi e la morte di due persone.
Nel locale commerciale di Casu il livello dell’acqua mista a fango superò i due metri, lasciandosi dietro una stima di 300mila euro di danni diretti, senza calcolare quelli legati al blocco della produzione, alla perdita di commesse e alla necessità di licenziare alcuni dipendenti.
Parlando con A Fuoco, Casu ha spiegato che grazie alla solidarietà e l’aiuto materiale di tante persone, sentì subito la spinta a rimboccarsi le maniche e ripartire: «paradossalmente i primi giorni dopo il disastro passarono con una relativa serenità». Col tempo però è diventata evidente la distanza tra gli annunci istituzionali sui ristori per le imprese danneggiate e la realtà dei fatti. «Si entra in una macchina burocratica, spesso senza chiare linee guida, in cui viene lasciato spazio alla libera interpretazione del funzionario pubblico che prende in carico la pratica». Come ristoro, Casu ha ottenuto intorno ai 35mila euro di fondi regionali, e solo con i premi assicurativi è riuscito a coprire poco più della metà dei danni diretti.
A distanza di anni, Casu affronta ancora le conseguenze di quell’alluvione, e sente che il pericolo di un fallimento aziendale non è stato del tutto scongiurato. Ne ha anche tratto un amaro insegnamento: «ho sviluppato una diffidenza profonda verso le istituzioni. In situazioni simili bisogna cercare soluzioni autonome e cavarsela da soli». Casu ha acquistato un nuovo immobile e spostato l’attività commerciale fuori dal paese, sperando di essere al riparo dal prossimo disastro.
Nonostante l’alluvione di Bitti abbia impattato la vita di tanti residenti come Casu, secondo le geografe dell’Università di Sassari Sonia Malvica e Matilde Schirru, nel paese c’è la percezione diffusa che le cose sarebbero potute andare molto peggio. «Solo sette anni prima il paese era stato colpito dalla perturbazione Cleopatra e la popolazione era già preparata a un evento climatico simile», ricordano le ricercatrici ad A Fuoco, «inoltre la comunicazione istituzionale del sindaco durante l’alluvione è stata particolarmente efficace. In paese c’è un certo orgoglio per come si sono limitati i danni, e per la resilienza mostrata dalla comunità».
A tre anni dall’alluvione le due ricercatrici hanno lavorato a un caso studio basato su un campione rappresentativo della comunità locale, ed è emerso che le proporzioni tra chi aveva letto il piano di protezione civile, chi non l’aveva fatto ma sapeva di che si trattava, e chi non ne era a conoscenza, erano più o meno uguali. «Un risultato abbastanza notevole, visto che si tratta di un documento molto tecnico, ma fondamentale per capire come va gestito un evento estremo nel proprio territorio», afferma Malvica.
Mentre la comunità di Bitti ha potuto trovare un parziale conforto nella consapevolezza di aver evitato conseguenze ancora più gravi, a Cuglieri, in provincia di Oristano, è mancata anche questa consolazione. Il 24 luglio 2021 le fiamme di un mega incendio, il più disastroso degli ultimi trent’anni in Sardegna, entrarono nel centro urbano. Circondati dal fuoco, tanti residenti e turisti provarono ad abbandonare il centro abitato ormai in preda al caos, mentre altri rischiarono la vita pur di salvare gli animali e strappare al rogo i terreni e le attività commerciali.
Complessivamente l’incendio bruciò 20mila ettari e causò la morte di migliaia di animali, ma durante quelle sessanta ore di fuoco che devastarono la regione del Montiferru morì anche qualcosa d’immateriale: «è stata cancellata la nostra identità legata all’olivicoltura. Gli oliveti facevano parte della storia di Cuglieri ma anche di ciascuno di noi, non esiste una persona qui in paese che non avesse un albero di olivo, l’avesse ereditato oppure lo avesse piantato lui stesso», riflette Laura Cocco, una giovane sentita da A Fuoco che appartiene alla quarta generazione dei Peddio, una nota famiglia di olivicoltori locali. Questa distruzione non poteva avere un simbolo più tristemente perfetto nelle sorti del “Patriarca”, un olivastro millenario poco distante dal paese che rimase quasi completamente carbonizzato.
A distanza di cinque anni dall’incendio, Cuglieri è un luogo più triste. Secondo Cocco, nelle conversazioni si torna spesso a parlare di com’era la vita prima di quella notte, «è un po’ come se si ricordasse una persona cara che non è più tra noi». Quell’assenza è anche visibile: nonostante alcuni segnali di ripresa dell’ecosistema, le distese collinari e la valle attorno al paese, un tempo costellate di oliveti, sono prevalentemente spoglie e prive di vegetazione. Nel disastro l’azienda Peddio ha perso ottomila piante, dall’incendio a oggi ne ha ripiantate seimila. Ma per i cosiddetti hobbisti, persone che avevano alcuni alberi di olivo che garantivano una piccola produzione familiare, nessuno può o vuole affrontare il costo di espiantare quelli bruciati, reimpiantare e innestare quelli nuovi, che entreranno in produzione solo dopo dieci anni. «Non si può descrivere questa perdita solo in termini economici. L’oliveto significava per tanti l’ora di svago la sera dopo il lavoro, il motivo per andare in campagna e trovare un po’ di relax, un po’ di pace», riflette Cocco.
Maria Idda è un’altra cuglieritana, la cui famiglia gestisce un frantoio. Salvato il frantoio dalle fiamme in quella drammatica notte, la famiglia Idda è tornata in attività a soli due mesi dall’incendio. Un gesto simbolico di ripartenza, nonostante il raccolto fosse minimo. «L’unico vero spiraglio di luce dopo il disastro è stata l’immensa solidarietà sia con parole che con gesti concreti», ci racconta Idda, ricordando quei momenti. «Senza di loro saremmo caduti nella disperazione più assoluta e non avremmo avuto la forza di ricominciare».
La distruzione delle campagne circostanti li ha impattati pesantemente. Idda spiega ad A Fuoco che i volumi del frantoio sono calati di circa l’80 per cento, ma dato che nel loro caso non c’è stato nessun danno diretto, non hanno avuto diritto ad alcun rimborso. Non è di certo andata meglio alle molte aziende colpite direttamente dalla calamità. Il bando 5.2 della Regione Sardegna, pensato per supportare agricoltori, allevatori e artigiani colpiti dall’alluvione di Bitti e il mega incendio del Montiferru, ha potuto garantire nel 2024 rimborsi per un totale di cinque milioni di euro. Sono state accolte solo 63 domande, e ne sono rimaste inevase 512, che nella graduatoria appaiono come “non finanziabili per carenza di risorse”.
Idda ricorda che il giorno dell’incendio, quando le fiamme iniziarono a scendere dal monte sopra il paese verso il centro abitato, «c’era chi ostentava una certa calma, convinto che il fuoco non ci avrebbe raggiunti». Nonostante nella zona ci fossero stati altri incendi negli anni ‘90, niente aveva preparato i residenti a un fuoco che si muoveva e autoalimentava in modo così devastante. Ora in paese la consapevolezza delle proporzioni del rischio è decisamente cambiata, ma allo stesso tempo, tutto è tornato come prima: molte campagne non vengono pulite da erba secca e sterpaglie, e non sono stati realizzati gli interventi che contribuirebbero a prevenire il ripetersi di un simile incendio.

Le storie di Bitti e Cuglieri potrebbero essere quelle di qualsiasi altra località italiana colpita da un evento estremo. Nonostante alcune comunità sviluppino una maggiore consapevolezza del rischio e mostrino una predisposizione all’adattamento, nel complesso, il sistema di gestione post-disastro da parte dello Stato sembra non essere al passo con le sfide del futuro climatico. Lo sa bene Giacomo Zattini, tra i fondatori e già portavoce di Fridays For Future Italia, che ha visto con i suoi occhi i danni dell’alluvione che nel 2023 colpì l’Emilia-Romagna, uno degli eventi meteorologici estremi più gravi avvenuti nel nostro Paese negli ultimi anni. Il tempo di ritorno di quel disastro, si diceva, sarebbe stato di cento o duecento anni. Sedici mesi dopo, l’Emilia-Romagna era di nuovo alluvionata. Parlando con A Fuoco, Zattini riflette: «ormai qui in Emilia-Romagna si vive col terrore che possa succedere nuovamente, e come in altre occasioni passate non siamo pronti: i lavori necessari non sono stati fatti, i ristori non sono serviti, le categorie fragili lo sono diventate ancora di più, e la sfiducia nei confronti di uno Stato che gestisce eventi straordinari con i tempi della burocrazia ordinaria, stanziando risorse insufficienti, è aumentata».
Parlando con A Fuoco Giuditta Pellegrini, giornalista del Manifesto che durante l’alluvione in Emilia-Romagna del 2023 visitò le zone colpite, fa una riflessione ulteriore: «l’essere umano è fatto per ripartire e riorganizzarsi, basta guardare Gaza, succede anche nelle situazioni più drammatiche. Tuttavia chi subisce il trauma di eventi climatici così estremi si porta dentro un senso profondo di precarietà e nichilismo, che ne segna inevitabilmente la psiche». E tra maggiore diffidenza verso le istituzioni, nostalgia per un passato che potrebbe non tornare più, o l’apprensione per un altro, ennesimo evento climatico estremo, sono già troppe le persone in Italia che convivono con queste cicatrici invisibili.
Alessandro Pilo è un giornalista e fact-checker per Facta. Si occupa di disinformazione, piattaforme e vita ai tempi dell’emergenza climatica. Ha scritto per VICE, La Stampa, Altreconomia e Ultimo Uomo.




