Questa è una storia di scienza, di informazione e della difficile intersezione tra le due.
Ad agosto, il quotidiano cagliaritano L’Unione Sarda ha pubblicato un articolo dal titolo Pannelli sui tetti, la via sarda dell’energia. Il tema è un paper del Centro di Ricerca, Sviluppo e Studi Superiori in Sardegna (CRS4), un istituto scientifico di proprietà della Regione. Gli autori, Andrea Pinna e Luca Massidda, hanno sviluppato un metodo che permette di calcolare quanta energia si potrebbe produrre coprendo di pannelli fotovoltaici i tetti di un’area estesa. Applicato alla Sardegna, viene fuori la cifra, enorme, di 22 Terawattora potenziali. Per avere un’idea: la Sardegna, nel 2019, ha consumato appena 8,47 Terawattora.
La ricerca in realtà è del 2022, ma è il confronto ad attirare l’attenzione dell’Unione. «Non è un’utopia una Sardegna che abbraccia il dettato del Green Deal europeo senza rimetterci la devastazione di ambiente e paesaggio: basta sfruttare il potenziale di generazione fotovoltaico sui tetti» si legge nell’articolo. Può sembrare una questione tecnica, ma in Sardegna non lo è affatto. Da anni l’arrivo di nuovi impianti rinnovabili domina il dibattito isolano, con toni più che duri e disinformazione. La stessa Unione Sarda è stata, di recente, la principale promotrice di un disegno di legge mai approvato ma di enorme successo – oltre duecentomila firme su una popolazione di un milione e mezzo di abitanti – che mirava essenzialmente a proibire l’installazione di campi eolici e fotovoltaici. Con la sola eccezione, appunto, dei pannelli sui tetti.
In questo contesto, lo studio del CSR4 è uscito molto velocemente dal dibattito scientifico per entrare in quello politico. I risultati raggiunti da Pinna e Massidda sembrano una conferma della tesi, molto popolare, che sia possibile decarbonizzare la regione senza ricorrere né all’eolico, né al solare a terra. «Questo studio è la prova che sia possibile una transizione democratica, diffusa e a minimo impatto territoriale, fondata anzitutto sulla pannellizzazione delle superfici già antropizzate» dice uno dei leader delle proteste anti-rinnovabili, intervistato nello stesso articolo dell’Unione Sarda.
«Ascoltate la scienza» è uno degli slogan dei movimenti per il clima. Ma, nel 2026, la ricerca scientifica può essere usata rozzamente. Soprattutto quando si parla di transizione energetica.
Lo studio in questione, leggendolo, dà delle risposte più articolate. Lo si intuisce già a partire da una frase contenuta nella conclusione del paper. «La necessità di bilanciare istantaneamente la domanda e la generazione di potenza elettrica garantendo l’equilibrio del sistema di distribuzione è chiaramente esclusa da questa analisi» si legge. Si tratta di una distinzione fondamentale. Le energie rinnovabili, come il fotovoltaico, sono intermittenti. In soldoni, non producono sempre, ma solo quando si verificano certe condizioni non del tutto prevedibili – banalmente, la presenza di sole e il vento. Questo significa che non basta sapere che i pannelli fotovoltaici sui tetti sardi produrranno abbastanza elettricità per soddisfare i consumi annui. Serve anche essere sicuri che ci sia abbastanza energia disponibile in ogni istante.
Questo lavoro – calcolare tutti gli elementi che rendono realistica una strategia di abbandono del fossile – lo fanno gli scienziati che si occupano di scenari energetici. Una di loro è Francesca Andreolli. Oggi è senior researcher del think-tank ECCO e nel 2021 ha curato, con altri, una ricerca sulla decarbonizzazione della Sardegna commissionata dal WWF. «Spesso si pensa che basti sostituire le fonti fossili con le rinnovabili, semplicemente, con un rapporto uno ad uno: dove c’era un Gigawatt di carbone, ne mettiamo uno di fotovoltaico, e abbiamo risolto» ci dice. «Ma non è così semplice. Bisogna guardare i consumi annuali, stagionali e giornalieri». Lo studio da lei co-autorato prevede, al 2050 per la Sardegna, 10GW di eolico e 7GW di solare, di cui 4 sui tetti. Altre ricerche più recenti hanno numeri leggermente diversi, ma tutte ipotizzano scenari con una molteplicità di fonti. Quando chiediamo ad Andreolli un parere sulla transizione fatta solo di pannelli sui tetti è categorica: «Non possiamo andare verso una sola tecnologia, che produce solo in certe ore».
Lo studio di Massidda e Pinna citato da L’Unione Sarda non mirava a sostituirsi agli studi sugli scenari energetici. Al contrario, serviva proprio a dare uno strumento in più a chi, questi studi, li fa. «Lo studio stima un potenziale tecnico: l’energia annua che si otterrebbe se tutte le superfici di tetto idonee fossero coperte di pannelli. È un limite superiore. Il confronto con i consumi elettrici regionali serve a dare un ordine di grandezza. Lo studio non tratta questioni di pianificazione energetica e non confronta fonti diverse fra loro» ci dicono gli autori.
La ricerca del CRS4 non è l’unica a essere entrata nell’armamentario di chi si oppone a pale e pannelli – talvolta con qualche stiracchiamento. La stessa sorte è capitata, a livello nazionale, ai report sul consumo di suolo dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e agli studi dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA). Entrambi enti pubblici, entrambi dedicati ai temi della sostenibilità. Citandoli, ad esempio, l’associazione di giuristi Gruppo di Intervento Giuridico, molto attiva nell’opposizione all’eolico, scrive che usare i pannelli fotovoltaici sui tetti e piccoli impianti nelle aree degradate e industriali «sarebbe più che sufficiente per le necessità energetiche nazionali». Gli stessi due documenti scientifici sono spesso ripresi da Coalizione Articolo 9, l’alleanza di associazioni contrarie alle rinnovabili che include realtà storiche come Amici della Terra e Italia Nostra, e Transizione Energetica Senza Speculazione (TESS), la rete che riunisce i comitati di cittadini impegnati sulla stessa opposizione.

Ma anche in questo caso, val la pena dare un occhio da vicino ai paper. Che sono estremamente utili, se usati con cura. Lo studio di ENEA cerca di stimare il potenziale fotovoltaico in Italia al 2030 e al 2050, valutando solo le superfici, come i tetti, che non implicano nuova occupazione di suolo. L’ISPRA, invece, calcola quanto suolo è stato occupato o consumato in Italia nell’anno appena concluso. Nel rapporto 2023, fa anche una stima approssimativa dello spazio che sarebbe disponibile su tetti e coperture per installare pannelli fotovoltaici. Ma anche in questo caso, non sono documenti che calcolano quale sia il modo migliore per abbandonare il fossile in Italia – considerando i costi, il problema dell’intermittenza, il consumo di materiali per gli accumuli, le reti. Non per negligenza, ovviamente, ma semplicemente perché i ricercatori rispondevano ad altre domande.
L’ISPRA scrive effettivamente che la potenza da loro calcolata sarebbe «sufficiente a coprire l’aumento di energia rinnovabile complessiva previsto dal PNIEC [il piano energetico italiano NdR] al 2030». Ma è, appunto, una stima tutta numerica, che non tiene conto (perché non è suo compito farlo) delle altre variabili in gioco – né di ciò che servirà dopo il 2030. L’ENEA analizza diversi scenari, più o meno ottimisti. Nelle previsioni migliori, si arriva a coprire quasi il 50 per cento del consumo elettrico al 2050 coi pannelli sui tetti, e potenzialmente tutto l’aumento previsto al 2030 dai piani del governo. Ma i ricercatori aggiungono anche che gli scenari più probabili prevedono di coprire solo l’11.5 per cento di quel target.
«Il potenziale teorico non è uguale a quello tecnico che non è uguale a quello economico. Di dieci tetti che ci presentano per essere pannellizzati, solo uno va in porto. Gli altri saltano, vuoi perché gravati da ipoteche, vuoi perché non sicuri, vuoi perché non in linea con le normative anti-incendio. Economicamente, poi, hanno senso solo se legati a molto autoconsumo» ci dice Gianluca Ruggieri, ingegnere energetico dell’Università dell’Insubria e presidente di ènostra, la principale cooperativa di comunità energetiche rinnovabili in Italia.
La ricerca sulla transizione ecologica è un settore attivissimo e ricco di novità preziose per i decisori politici e l’opinione pubblica. E gli studi indicano che, per l’Italia, il fotovoltaico sui tetti è una risorsa indispensabile. A patto, ovviamente, di avere la pazienza di studiarlo per davvero.
Lorenzo Tecleme scrive di clima, di politica e delle due cose assieme. Conduce il podcast Unchained, da cui ha tratto il libro “Storie di (ordinario) capitalismo selvaggio” (Newton Compton, 2026)





Giusto una precisazione,all'inzio c'è scritto che L'Unione Sarda è stata promotrice di un disegno di legge. Forse di un progetto di legge. I disegni di legge li fa il Governo. Non ho approfondito e potrebbe anche essere un disegno di legge sardo. Tecnicismi insomma.