Si è chiusa la mattina del 31 ottobre la COP17 sulla biodiversità a Yerevan, capitale dell’Armenia, dopo una plenaria finale di dodici ore – a cui abbiamo assistito – nel centro congressi Meridian ormai semideserto. I 196 Paesi che fanno parte della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD), definiti anche Parti, hanno approvato tutti i testi principali per allineare la spesa nazionale agli obiettivi sulla biodiversità; un risultato non scontato dopo che due anni fa, in Colombia, la conferenza si era interrotta per mancanza del numero legale e i negoziati erano ripresi alcuni mesi dopo a Roma. Il bilancio della COP17 però si regge più sui compromessi politici raggiunti in chiusura che sulle decisioni concrete, e i nodi più complessi sono stati rinviati al negoziato del 2028, che si terrà a Quito, in Ecuador.
La conferenza si è svolta dal 19 al 31 ottobre, con un giorno supplementare, tra uno scarso interesse politico e una copertura mediatica ridotta rispetto alle COP sul clima, che si tengono ogni anno. In Armenia sono arrivati poco più di 10mila partecipanti tra delegazioni nazionali, organizzazioni internazionali, società civile e imprese, meno della metà dei 23mila registrati alla COP16. I corridoi del centro congressi hanno iniziato ad affollarsi solo dal martedì della seconda settimana, con l’arrivo delle delegazioni politiche, salvo poi svuotarsi verso il fine settimana con la partenza dei partecipanti non coinvolti nei negoziati finali.
Eppure la COP17 arrivava in un momento decisivo. A quattro anni dalla scadenza del 2030, i Paesi dovevano fare per la prima volta il punto sul Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, adottato nel 2022 e articolato in 23 obiettivi per fermare la perdita di biodiversità e il degrado degli ecosistemi. Le premesse non erano incoraggianti. Secondo il rapporto globale della CBD pubblicato prima dei negoziati, il mondo è in ritardo su 22 obiettivi su 23. Da qui è partita la prima revisione globale del Quadro, approvata a Yerevan. Il testo firmato collettivamente esprime “profonda preoccupazione” e chiede alle Parti di accelerare l’attuazione, riconoscendo che i Paesi a basso reddito hanno bisogno di più risorse.
La finanza è stata infatti al centro delle trattative della COP17 perché i Paesi ad alto reddito non hanno rispettato l’impegno, preso con il Quadro Kunming-Montreal, di fornire ai Paesi a basso reddito almeno 20 miliardi di dollari l’anno per la biodiversità entro il 2025. Secondo l’OCSE, tra il 2023 e il 2025 la finanza pubblica internazionale per la biodiversità si è fermata in media a circa 16 miliardi l’anno. Lo scontro si è concentrato su chi debba contribuire. Gli Stati industrializzati, insieme all’Unione europea, hanno chiesto di allargare la lista dei donatori alle economie emergenti, come Cina, Arabia Saudita e India. Il compromesso finale è stato al ribasso, poiché nessun Paese sarà aggiunto alla lista dei donatori senza il proprio consenso. Inoltre è stato istituito un meccanismo finanziario permanente per la natura, operativo dopo il 2030 e la cui struttura sarà decisa alla COP18.
La finanza è stata un tema rilevante anche negli eventi paralleli dei padiglioni di governi e organizzazioni internazionali. I Paesi Bassi, per esempio, ne hanno organizzati più di 70, mentre il padiglione dei Paesi nordici ha riunito imprese, centri di ricerca e ONG, creando occasioni di confronto tra i vari partecipanti. «Alcuni Paesi dimostrano il loro interesse per la biodiversità organizzando questo genere di eventi», ha raccontato ad A Fuoco Alessandro Leonardi, CEO della società italiana di consulenza ambientale Etifor. «Il tema rilevante è come rendere la biodiversità un settore investibile e fare in modo che proteggere la natura convenga e abbia un valore».
Per Leonardi uno strumento possono essere i mercati regolati, come il Biodiversity Net Gain dell’Inghilterra, che impone a chi costruisce di lasciare gli habitat in condizioni migliori del 10% rispetto a prima, misurate con una metrica ufficiale: se l’area ha un valore di 100 unità, dopo l’intervento deve arrivare almeno a 110, privilegiando gli interventi sul posto e, in un secondo momento, acquistando unità di biodiversità altrove. Questo meccanismo ha alimentato un mercato di banche di habitat e di sviluppatori di progetti dedicati. Un’altra leva è quella del rischio, legato al settore assicurativo. «Se si investe in soluzioni basate sulla natura per la resilienza idrica, si abbassa la probabilità di alluvioni e allagamenti riducendo gli eventuali danni», sottolinea Leonardi, «quindi l’assicuratore affronta poi un costo minore quando arriva il momento di rimborsare gli assicurati».
L’Italia ha avuto un ruolo marginale a Yerevan, con una delegazione ministeriale di una ventina di persone e quattro giornalisti accreditati. «La presenza italiana è invisibile», afferma Marco Lambertini, ex direttore generale WWF International e oggi executive chair della Nature Positive Initiative. «C’era il sottosegretario all’Ambiente, Claudio Barbaro, che ha preso la parola in plenaria ma non ha fatto dichiarazioni rilevanti. Le conseguenze si vedono, sono poche le imprese e le ONG italiane presenti. Il business segue la leadership politica, se il governo è silenzioso e assente, perché un’azienda dovrebbe investire per essere presente?».
In Italia, una parte importante delle politiche per la biodiversità viene attuata a livello locale. La gestione delle aree protette e della rete Natura 2000 è in gran parte delegata alle regioni, con risultati molto diversi. «Ci sono regioni molto avanzate, che riescono a pianificare e a fare attività di ripristino, come la Lombardia, che è stata l’unica regione con una delegazione a Yerevan», spiega Leonardi. «In altre regioni, invece, gli investimenti sono limitati, c’è poca visione e strategia politica e spesso mancano i fondi».
I negoziati hanno affrontato anche il tema delicato dei sussidi ambientalmente dannosi, gli incentivi pubblici che danneggiano la natura, rappresentati soprattutto da combustibili fossili e agricoltura. L’obiettivo 18 del Quadro di Kunming-Montreal chiede di eliminarli o riformarli per 500 miliardi di dollari l’anno entro il 2030, ma l’84 per cento dei Paesi ha mancato la scadenza del 2025 per identificarli. Dopo le resistenze nei negoziati di Arabia Saudita, Russia e India, il testo finale approvato a Yerevan si limita a “incoraggiare” un’accelerazione, in base alle circostanze nazionali. Business for Nature, che stima in almeno 2.600 miliardi di dollari l’anno gli incentivi pubblici dannosi, considera questa decisione come un passo avanti poiché il tema dei sussidi è finito al centro dell’agenda.
A Yerevan i popoli indigeni sono stati tra i protagonisti più visibili, con proteste silenziose e cartelli contro le promesse di finanziamento internazionale non mantenute e il peso delle lobby aziendali. Anche alcune ONG, come Greenpeace, hanno organizzato flash mob per spingere i negoziatori verso un accordo. E proprio sui popoli indigeni è arrivato uno dei risultati più concreti della COP. Le Parti hanno approvato le regole di funzionamento del nuovo organo permanente sull’articolo 8(j) della Convenzione CBD, creato a Cali. Questo rafforza la partecipazione diretta di popoli indigeni e comunità locali ai negoziati, finora affidata a un gruppo di lavoro temporaneo. È un riconoscimento rilevante: secondo uno studio pubblicato su Nature Sustainability, le terre gestite dai popoli indigeni si sovrappongono a circa il 40 per cento delle aree protette e dei paesaggi ancora intatti del pianeta. Per l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), la decisione rappresenta un passo importante verso una partecipazione piena ed effettiva dei popoli indigeni nella governance della biodiversità.

La COP17 si chiude con un bilancio in chiaroscuro. I Paesi si sono impegnati ad accelerare verso gli obiettivi del 2030, ma la questione delle risorse finanziarie resta decisiva per attuare i piani nazionali. Ai negoziati hanno preso parte anche alcuni ministri delle finanze, segno che fermare la perdita di biodiversità richiede una trasformazione economica, oltre che ambientale. «Nonostante l’ondata di pressioni che i governi stanno affrontando, a Yerevan le parti si sono unite per concordare uno sforzo collettivo per rafforzare l’azione a favore della natura: è qualcosa di cui andare orgogliosi», ha commentato in una nota il WWF.
Uno degli obiettivi dei negoziati era rendere la biodiversità un tema “mainstream”, facendola uscire dal cono d’ombra in cui è rimasta a lungo e sottolineando le interconnessioni tra perdita di biodiversità, degrado degli ecosistemi, cambiamento climatico e produzione agricola. A Yerevan sono stati fatti dei passi in avanti in questa direzione, ma è presto per dire se siano dei passi timidi o incoraggianti verso una reale tutela della natura.
Alessandro Ferrari è un giornalista freelance e si occupa soprattutto di ambiente, biodiversità e temi sociali. Dopo un’esperienza nella redazione di Altreconomia, collabora con Materia Rinnovabile e altre testate italiane. Sta frequentando un master in governance delle politiche ambientali, con specializzazione in biodiversità, alla Vrije Universiteit Amsterdam.




