Bloccare il meccanismo che fa pagare le emissioni di CO₂ non abbasserà le bollette
di Eleonora Rinaldi e Davide Panzeri
Nel pieno di una nuova crisi geopolitica, con prezzi dell’energia alle stelle e forniture di carburanti aerei a rischio, l’Italia si trova ancora una volta a fare i conti con la propria dipendenza da importazioni di fonti fossili.
Ridurre i prezzi di benzina e gasolio è una priorità tanto a livello nazionale quanto europeo. Tuttavia, tra gli strumenti disponibili per contenere il caro energia, il governo italiano ha deciso di focalizzare la propria attenzione sulla neutralizzazione dell’Emission Trading System (ETS), il meccanismo europeo di scambio delle emissioni di CO₂, per i generatori termoelettrici alimentati a gas. Una misura introdotta da Palazzo Chigi all’interno del decreto bollette già prima dell’attacco israelo-statunitense all’Iran e approvata in parlamento l’8 aprile.
In parallelo, l’Italia, insieme a Repubblica Ceca e Slovacchia, ha fatto pressione a livello europeo per bloccare temporaneamente il meccanismo ETS in previsione della revisione di luglio. Eppure, le argomentazioni italiane non hanno convinto il resto dell’Unione. Durante il Consiglio europeo del 19 marzo, gli Stati Membri hanno ribadito la centralità dello strumento nell’affrontare le cause strutturali della vulnerabilità europea alle impennate dei prezzi energetici, cioè la dipendenza dai combustibili fossili. Un gruppo di Stati, fra cui l’Italia, ha successivamente invitato la Commissione europea ad anticipare la revisione, già prevista per luglio dalla normativa vigente.
Molto è stato detto nelle ultime settimane sulle scelte del governo italiano, ma per analizzarne l’efficacia, o inefficacia, è necessario prima spiegare come funziona l’ETS.
L’origine dell’ETS
L’Emission Trading System è un meccanismo di scambio di certificati di emissioni di carbonio istituito dall’Unione europea per ridurre le emissioni di gas serra nei settori più inquinanti, come industria pesante, aviazione, trasporto marittimo e produzione elettrica. Dal 2028, anche il settore civile, quello dei trasporti e le imprese al di sotto dei 20 megawatt (MW) di consumo energetico saranno inclusi in un secondo mercato del carbonio, noto come ETS2.
Le entità soggette al sistema devono acquistare un certificato per ogni tonnellata di CO₂ emessa. Questi certificati rappresentano, di fatto, un prezzo sulle emissioni. Come in ogni mercato, data una quantità fissa di quote disponibili annualmente, maggiore è la domanda, maggiore è il prezzo e viceversa.
Per incentivare la transizione energetica e la decarbonizzazione, il numero di quote disponibili diminuisce ogni anno, fino a tendere a zero nel 2039. Questo consente di controllare la traiettoria di decarbonizzazione, ma a fronte di una riduzione di emissioni e di domanda, che scende in maniera più lenta rispetto a questa traiettoria, aumenta progressivamente il costo della CO₂. Ciò rafforza l’incentivo per le imprese a investire in tecnologie pulite.
I settori più energivori, come cemento e acciaio, ricevono comunque una percentuale di certificati gratuiti che possono utilizzare per coprire le proprie emissioni, o vendere, generando risorse da reinvestire nella transizione.
L’ETS ha ottenuto risultati significativi dalla sua entrata in vigore nel 2005. Da allora il sistema ha infatti dimezzato le emissioni di CO₂ nei settori interessati, rimanendo in linea con l’obiettivo di una riduzione del 62 per cento entro il 2030. Il settore elettrico, in particolare, ha ridotto le proprie emissioni dell’11 per cento nel 2024 rispetto all’anno precedente, pur registrando un rallentamento nel 2025 (-0,4 per cento), secondo gli ultimi dati aggiornati dalla Commissione.
Dal momento che la generazione elettrica a gas paga l’ETS, questo costo è internalizzato nel prezzo di generazione. Nel nostro Paese, come nella maggior parte dei Paesi europei, il gas è spesso la tecnologia marginale che determina il prezzo dell’elettricità. In Italia questo avviene più del 60 per cento delle ore in un anno. In questi casi, il costo dell’ETS viene trasmesso al costo dell’energia elettrica, inclusa la parte generata con tecnologie rinnovabili che non producono emissioni.
Secondo il ragionamento del governo italiano, eliminare il costo ETS ridurrebbe il prezzo marginale del gas, incidendo così anche sulla formazione dei prezzi nel mercato elettrico. La misura del decreto energia prevede infatti un rimborso dei costi delle quote di CO₂ sostenuti dagli operatori termoelettrici, trasferendone l’onere sui consumatori tramite una nuova componente tariffaria in bolletta.
Questo intervento, pur partendo da un obiettivo condivisibile, risulta però fallace per diversi motivi.
L’ETS non risolve strutturalmente il caro energia
L’ETS nella pratica incide in maniera ridotta sul prezzo dell’elettricità, e sospenderlo non ridurrebbe significativamente il caro energia. Secondo i dati della Banca Centrale europea (BCE), lo strumento peserebbe solo per il 6,8 per cento per le industrie energivore e circa il 3 per cento sulle bollette delle famiglie italiane.
Anche sul piano dell’efficacia, la misura del governo solleva dei dubbi. Laddove vi è la certezza che i costi delle quote dovute dai generatori termoelettrici verranno trasferiti nelle bollette dei consumatori (per circa 4 miliardi di euro), non è altrettanto certo che i generatori restituiscano questo sconto ai consumatori con prezzi ridotti per l’intero valore del rimborso che riceveranno.
Il vero driver dei prezzi energetici resta invece il costo della materia prima, il gas, il cui prezzo in Italia è aumentato del 50 per cento tra febbraio e marzo, dimostrando la vulnerabilità del sistema energetico europeo alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili.
Per ridurre davvero il costo dell’energia occorre dunque intervenire alla radice del problema: la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili. Sospendere o neutralizzare un meccanismo che si è dimostrato efficace, e i cui proventi vengono utilizzati per investire nella decarbonizzazione, rischia invece di rallentare la transizione energetica, scoraggiando investimenti in rinnovabili, efficienza energetica e sistemi di accumulo: tutte soluzioni che potrebbero ridurre in modo duraturo il ricorso al gas

Le tempistiche di una riduzione strutturale della dipendenza da gas possono essere relativamente rapide. Una recente analisi di ECCO dimostra che l’Italia potrebbe sostituire in dodici mesi circa l’85 per cento delle importazioni di gas dal Qatar – pari a circa il 30 per cento del gas naturale liquefatto (GNL) importato e il 10 per cento del totale delle importazioni di gas – tramite rinnovabili, efficienza energetica ed elettrificazione dei consumi industriali. Il restante 15 per cento potrebbe essere coperto da forniture alternative, come quelle provenienti da Algeria e Libia.
All’indomani della crisi energetica del 2022 seguita all’invasione russa dell’Ucraina, la diversificazione delle forniture è stata comprensibilmente una delle prime risposte del governo. Ma la recente crisi in Iran mostra i limiti di questo approccio nel medio e lungo periodo. Oltre a diversificare, infatti, è fondamentale ridurre la domanda di gas a monte, puntando su fonti rinnovabili e sull’elettrificazione dei consumi, considerando anche i benefici in termini di sicurezza energetica che questi comportano.
Neutralizzare l’ETS, al contrario, rischia di incentivare proprio l’uso del gas, una risorsa che importiamo quasi interamente e che resta esposta alla volatilità dei mercati globali. La misura del governo Meloni si rivela quindi controproducente rispetto all’obiettivo di riduzione della dipendenza dai combustibili fossili.
Il decreto presenta anche dubbi dal punto di vista della compatibilità con il diritto europeo, poiché potrebbe configurarsi come un aiuto di Stato selettivo a favore dei produttori termoelettrici, esponendo l’Italia al rischio di una procedura di infrazione.
Un’opportunità oltre che un costo
L’ETS non è solo un costo che dà un segnale di prezzo, è anche un meccanismo di redistribuzione delle risorse pensato per sostenere la transizione energetica e compensarne gli effetti. I proventi delle aste ETS rappresentano un’importante leva per rafforzare competitività e innovazione del sistema industriale italiano. Tuttavia, secondo le rendicontazioni ufficiali, l’Italia ne fa un uso poco mirato.
Dei proventi generati dalle aste ETS tra il 2012 e il 2024, infatti, l’Italia ha speso solo il 9 per cento per politiche legate alla transizione come lo sviluppo delle rinnovabili, l’efficienza energetica o il sostegno alle imprese esposte alla concorrenza internazionale. Eppure, la direttiva europea prevedeva già prima del 2023 l’obbligo di destinare almeno il 50 per cento dei proventi a queste finalità. Dal 2023, tale quota è salita al 100 per cento.
Sospendere l’ETS significherebbe quindi rinunciare a risorse preziose che, se utilizzate in maniera efficace, potrebbero tradursi in benefici concreti per cittadini e imprese.
In un momento di crisi, è comprensibile cercare soluzioni rapide per alleviare la pressione su famiglie e imprese. Ma le misure emergenziali dovrebbero rimanere coerenti con quelle di medio e lungo periodo, altrimenti, si rischia di aggravare proprio i problemi che si vorrebbero risolvere.
Eleonora Rinaldi è Press Officer di ECCO, dove coordina le relazioni del think tank con i media italiani e internazionali e cura i contenuti di comunicazione rivolti alla stampa. Precedentemente ha lavorato a Bruxelles come reporter di energia e clima per la testata specializzata MLex, ed è stata addetta ufficio stampa per Eurelectric, associazione dell’industria elettrica europea.
Davide Panzeri è Responsabile Politiche Italia-Europa di ECCO, dove si occupa di European Green Deal e di politiche europee per il clima con un focus sulle politiche industriali e sul framework macroeconomico per la transizione climatica. In passato ha lavorato nell’ambito delle politiche europee di decarbonizzazione come funzionario nell’amministrazione pubblica britannica e di sicurezza energetica, carbon pricing e diplomazia del cambiamento presso l’European External Action Service a Bruxelles.




